La complessità del maschio: tre modelli dai libri di David Foster Wallace

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Illustration: Kate Prior

Si finisce sempre a parlare di David Foster Wallace. È successo anche al Salone internazionale del libro, all'incontro di sabato 20 maggio. Il titolo dell'evento era perentorio: Il più grande scrittore americano, secondo me. Francesco Piccolo e Sandro Veronesi hanno preso le parti di Philip Roth e David Foster Wallace portando avanti un dialogo che avevano cominciato il 14 maggio in un articolo per l'inserto La lettura. Ma se sulle pagine del settimanale Roth e Wallace hanno avuto lo stesso spazio, nel padiglione della fiera di Torino il possesso-parola è stato tutto a favore di David Foster Wallace. Anche Piccolo, mettendo un po' da parte il suo protetto, ha contribuito a esaltare la grandezza dell'avversario. Il perché l'ha spiegato bene Veronesi, quando ha detto che è difficile parlare con distacco di Wallace; chi legge i suoi libri non smette mai di sentirsi coinvolto.
I due scrittori si sono soffermati sul tema Amore e Sesso, di più sulla parte del sesso. Secondo Sandro Veronesi, i rapporti che vivono i personaggi di Wallace sono: «meccanismi insani e autolesionistici di attrazione» e l'amore diventa per lo più un fattore scatenante di dinamiche psicotiche; uomini inadeguati, quasi mai all'altezza delle donne che desiderano (donne bellissime e problematiche), restano soggiogati dal sentimento come se fossero sotto l'effetto di un incantesimo. Wallace ha scritto di personalità iperstrutturate, nevrotiche, ansiogene e agitate, tendenzialmente ossessive. Ha restituito all'uomo un po' di quella complessità che è sempre stata considerata una prerogativa femminile.

Allora eccoli: tre Uomini Beta, maschi tra i più dolcemente complicati che troverete nei libri di David Foster Wallace.

#1 B.I. N. 49, agosto '97
Di lui non sappiamo nulla se non che fa parte di quella schiera di uomini schifosi che hanno concesso brevi e spudorate interviste. Il nostro n. 49 racconta alla giornalista una pratica che mette in atto con ogni donna che riesce a portare al terzo appuntamento. La spiega così:
È il nostro terzo appuntamento, sera tardi, dopo la cena e magari un film e due salti in discoteca. Mi piace tantissimo ballare. Non siamo seduti vicini sull'ottomana. Di solito io sono a un'estremità e lei all'altra. Anche se è solo un'ottomana di un metro e mezzo. Non è certo un mobile dei più lunghi. In ogni caso, il punto è che non abbiamo un atteggiamento intimo. Molto disinvolto eccetera. (...) Quando intuisco che è il momento giusto – sull'ottomana, comodi, a bere, ascoltando magari un po' di Ligeti – dico, senza un'atmosfera o qualche accenno introduttivo veri e propri: «Come la prenderesti se ti legassi?». Queste sei parole. Così.
È in grado di capire se una donna dirà di sì al primo sguardo. Quelle che accetteranno sono le stesse che alla proposta appaiono più agitate – s'irrigidiscono, cambiano posizione sull'ottomana – preoccupate più dell'impressione che potrebbero dare che di quello che accadrà di lì a poco. Segue descrizione accurata della seconda fase, quando l'uomo le conduce a casa, in camera da letto. Diventa più autoritario, qualcuna dice intimidatorio. «Questo è ciò che devi fare, Devi fare questo e quest'altro eccetera eccetera eccetera». Le cinghie sono di raso nero, ordinate per posta. Sono nudi, l'eccitazione è al massimo. Sei una brava bambina, dice. E poi succede, ogni volta tutte le volte.
Piango. È a quel punto che piango. Ma è stata almeno un po' attenta o no, stravaccata là sopra? Mi stendo accanto a loro e piango e spiego le origini psicologiche del gioco e i bisogni che soddisfa in me. Rivelo la mia psiche più intima e imploro compassione.
B.I. n. 49 – Livello di complessità: 5

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#2 RICK VIGOROUS, La scopa del sistema
– Non ti affligge l'idea che il tuo non dirmi mai che mi ami possa affliggermi?
– In effetti sì, qualche volta.
– Be', non affliggerti. Io lo so che in fondo tu mi ami. In fondo lo so. E io amo te, furiosamente e completamente. Questo lo sai, vero?
– Sì.
– E tu ami me.
– ...
– Nessun problema. Lo so che mi ami. Quindi non affliggerti, ti prego.
Un nome che è anche uno scherzo del destino: Rick Vigorous è un uomo ossessionato dalle modeste – modestissime, a detta sua – dimensioni del proprio sexual apparatus, al quale attribuisce le conseguenze di tutto ciò che di peggio gli accade. È il proprietario della casa editrice Frequent & Vigorous ed è furiosamente e completamente innamorato di Lenore Beadsman, una ragazza di trent'anni più giovane che lavora come centralinista presso gli uffici della di lui attività. I due vivono una relazione complicata, soprattutto a causa della profonda insicurezza di Rick. Rick è logorroico, isterico, possessivo e sospettoso: ha bisogno di misurare, pesare e classificare, valutare in termini quantitativi ogni emozione. Vive la sua condizione come un ostacolo alla comunione con Lenore, avvertendo nell'impossibilità di soddisfarla il principio di una distanza incolmabile tra sé e la ragazza. Quella di Rick è un'adorazione shakespeariana: l'uomo sente di profanare con la sua virilità idegna il santuario che rappresenta il corpo idealizzato di Lenore.
La mia incapacità di essere realmente dentro di e circondato da Lenore Beadsman eccita in me il meramente naturale desiderio reattivo di averla dentro di e contenuta da me. Sono possessivo. Voglio possederla, qualche volta. (...) Mi manca Lenore, qualche volta. Mi manca chiunque.
Rick Vigorous - Livello di complessità: 7

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#3 ORIN INCANDENZA, Infinite Jest 

Orin è il più grande dei fratelli Incandenza, uno dei protagonisti del romanzo Infinite jest. È il punter degli Arizona Cardinal e da quando ha abbandonato la Enfield Tennis Accademy (la scuola di tennis fondata dai suoi genitori) non ha più rapporti con gli altri membri della famiglia eccetto suo fratello Hal. L'unica donna che abbia mai amato è Joelle Van Dyne, "la più bella ragazza di tutti i tempi". Dopo Joelle, tutte le conquiste di Orin sono repliche mal celate del rapporto morboso che lo lega a sua madre Avril. Nel passaggio che segue Orin ha conquistato l'ennesimo Soggetto. È una scena importante, che molto chiarisce del modello di uomo che stiamo analizzando, perciò fate attenzione:
Orin («O.») Incandenza sta abbracciando una modella svizzera di manicure in una camera d'affitto. Si abbracciano. Le loro facce diventano facce sessuali. (...) Lei sbatte le palpebre; quelle di Orin si chiudono. C'è un languore tattile concentrato. Lei è mancina. Non c'entra la consolazione. Iniziano la cosa con i bottoni l'uno dell'altro. Non c'entra la conquista o la cattura forzata. Non c'entrano le ghiandole o gli istinti o il brivido che spacca il secondo o il chiodo fisso di doverti lasciare andare; non c'entra neanche l'amore né l'amore per qualcuno che desideri dentro di te, dal quale ti senti tradito. Non c'entra l'amore e non è mai l'amore, che uccide chi ne ha bisogno. (...). Al punter sembra riguardi la speranza, una speranza immensa, grande come il cielo, di trovare qualcosa nella faccia fremente di ogni Soggetto, un qualcosa che propizierà la speranza in qualche modo, che pagherà il suo tributo, il bisogno di essere sicuro che per un momento lui la possiede (...), che lui possiede, quest'amore che per un secondo lei lo ama troppo per poterlo sopportare, che lei deve (lo sente) averlo, deve prenderlo dentro di sé oppure tutto si dissolverà in qualcosa che è peggio del niente; (...) che ora dentro di lei non c'è nient'altro che un vuoto vivido e il suo nome: O., O., che lui è l'Unico. (...) E c'entra il disprezzo, c'entra una specie di odio, anche, insieme con la speranza e il bisogno. Perché lui ha bisogno di loro, ha bisogno di lei, poiché ha bisogno di lei ha paura di lei e per questo la odia un po', le odia tutte.
Orin Incandenza - Livello di complessità: 10


«L'amore uccide chi ne ha bisogno»: questo è il messaggio degli uomini complessi di David Foster Wallace. Ciò che resta, dopo l'amore, sono deformazioni che del più antico sentimento hanno appena qualche sembianza. Uomini e donne si avvicinano solo per respingersi con più violenza e una speranza disattesa diventa l'ennesima conferma della solitudine come condizione irreparabile. In teoria, la frase funzionerebbe meglio al contrario: «Chi ne ha bisogno uccide l'amore». È irragionevole pensare di riuscire a possedere qualcuno quando si è totalmente atterriti dall'idea di non essere neanche in possesso di sé. È una presunzione che anticipa la corsa all'autodistruzione.
Ma quanto c'è di ragionevole nel sesso? E nell'amore?



Commenti

  1. Tutto questo mi ricorda un testo di sceneggiatura nel quale si afferma che i rapporti d'amore sono rapporti politici, cioè di potere. Questo significa che il primo che dice "ti amo" ha perso, perché l'altro nel sentirlo sa di essere amato e sa quindi di poter controllare il rapporto.

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    1. È così? (Il candidato risolva il quesito invertendo la polarità della risposta).

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