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28 giugno 2016

I libri e la città: sfogliando Praga

Torbida e malinconica nelle parole di Friedrich Nietzsche, con «un alone di lugubrità e di sfacelo, con una smorfia di eterna disillusione». Praga, la capitale gotica dell'altra Europa. 

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LA CITTÀ

Un giorno la principessa Libuše ebbe una visione. Dall'alto di un dirupo vide una collina che sorgeva sulla riva opposta del fiume e disse: «Vedo una grande città la cui gloria toccherà le stelle». Ma non solo con la gloria e con le stelle è stata scritta la storia di Praga, così viva nelle sue ombre che sembra quasi non esista se non dentro una leggenda. Il Václav Havel, l'aeroporto di Praga, è il più grande della Repubblica Ceca. Possiamo decidere per una corsa in taxi di venti minuti oppure prendere l'autobus e raggiungere il centro in meno di un'ora. Arriviamo alla stazione centrale (Hlavní Nádraží), nel cuore della città nuova, e mentre facciamo colazione in un bar poco distante vi spiego come ho immaginato il nostro viaggio letterario.

IL PERCORSO

Da una riva all'altra della Moldava, attraversando il ghetto ebraico fino a raggiungere la collina di Petřín: questo è il percorso che ho scelto per raccontarvi Praga. Ho previsto cinque tappe per cinque libri, scegliendo le storie che meglio rappresentano tutte le sfumature della città.



I LIBRI

A. Osteria Casa della tigre (U Zlatého Tygra)
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal

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Si dice che all'osteria Casa della tigre, nel quartiere di Staré Město, la birra Pilsner venga spillata in un modo che è il migliore al mondo. Non a caso lo scrittore Bohumil Hrabal, grande intenditore, era un cliente abituale; ci passava diverse ore al giorno e lo considerava uno dei posti più confortevoli della città. Per Bohumil Hrabal la birra era qualcosa di più di una bevanda e l'ha dimostrato fino alla fine: come da sua volontà, alla morte è stato seppellito sotto un albero di quercia e sulla sua bara è stato inciso il nome della fabbrica di birra dove sua madre e suo padre adottivo s'incontrarono la prima volta. Si considerava a tutti gli effetti un prodotto della birra. Hrabal ha scritto un libro bellissimo, un po' complesso perché fisolofico e citazionista, ma interessante anche a più bassi livelli d'interpretazione. Il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa è Hanta, un uomo che lavora da trentacinque anni a una pressa compattatrice. Quello che fa è trasformare cartoni usati e libri vecchi in pile di carta nuova. Ma non riesce a svolgere il suo compito con indifferenza, soprattutto quando si tratta di distruggere i libri, e allora inizia a leggerli tutti perché sente che in ogni pagina c'è un pensiero che non può lasciar morire. Così diventa «istruito contro la sua volontà», costretto a svolgere un lavoro che logora sempre più la sua coscienza. Hanta, come Hrabal, è un gran consumatore di birra. C'è un passaggio nel libro nel quale in un solo giorno rimbalza da un'osteria all'altra. Lo chiama: il grande slalom.


B. Vecchio cimitero ebraico (Starý Židovský Hřbitov)
Il cimitero di Praga, Umberto Eco

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Percorrendo via Zatleca raggiungiamo il vecchio cimitero di Praga. Può sembrarvi un po' inquietante quello che sto per dirvi ma i cimiteri sono tra i luoghi più affascinanti di tutta la città. Il vecchio cimitero ebraico è stato aperto nel 1438 e chiuso nel 1797 e la sua storia ha ispirato anche lo scrittore Umberto Eco. Il protagonista del romanzo Il cimitero di Praga, Simone Simonini, è un falsario antisemita che ha passato parte della sua vita a riprodurre "I protocolli dei Savi di Sion". Questi falsi documenti certificavano incontri segreti avvenuti, proprio nel cimitero ebraico, tra i dodici rabbini più influenti della città. Secondo la ricostruzione di Simonini, i rabbini si organizzavano per sovvertire la supremazia del cristianesimo e portare gli ebrei al potere. Il cimitero ha una struttura particolare: s'innalza di qualche metro rispetto all'altezza della strada e le lapidi sono ammassate l'una sull'altra. Quando il luogo si riempì e non ci fu più posto per altre sepolture, gli ebrei, che mai avrebbero violato le tombe, decisero di portare altri strati di terreno per ricoprire le nuove bare. Le vecchie lapidi, però, venivano ricollocate in superficie. Ecco perché ha quell'aspetto: il cimitero, alla sua chiusura, contava almeno dodici strati di terra sovrapposti. Una di queste lapidi appartiene a Judah Low, il Maharal di Praga, rabbino, filosofo, cabalista e matematico. Ma di lui vi racconto alla prossima tappa.


C. La sinagoga vecchia-nuova (Staronové synagogy)
Il golem, Gustav Meyrink

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Nel quartiere ebraico troviamo una delle sinagoghe più antiche d'Europa. Fu costruita nel 1270, secondo lo stile neogotico. La sinagoga è stata il luogo di lavoro di Judah Loew, il Rabbino Low, nato intorno al 1520 e morto nel 1608. A lui è attribuita la paternità di un mostro leggendario: il golem. Si racconta che intorno al 1580, sfruttando le sue conoscenze esoteriche, con il fango della Moldava il rabbino plasmò una creatura che avrebbe dovuto proteggere gli ebrei dai continui attacchi antisemiti. Pare che la tenesse nascosta proprio nella soffitta della sinagoga. Sulla fronte del golem il rabbino impresse la scritta emet (verità). La creatura del romanzo Gustav Meyrink non corrisponde alla figura della leggenda: nel suo libro il golem non è un gigante d'argilla al servizio degli ebrei ma un fantasma che ogni trentatré anni torna nel ghetto per spaventare i suoi abitanti, come se fosse l'incarnazione dei loro timori più profondi. Tutto il libro viaggia su queste atmosfere visionarie e surreali.


D. La cattedrale di San Vito (Katedrála sv. Víta)
Il processo, Frank Kafka

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«E tuttavia Kafka era Praga e Praga era Kafka. Mai era stata così compiutamente e tipicamente Praga, e mai più lo sarebbe stata come durante la vita di Kafka. In ogni sua riga noi potevamo e possiamo ancora assaporarla», così Johannes Urzidil, nel suo Di qui passa Kafka. È come se la storia della città e la vita dello scrittore fossero legate a doppio filo. Franz Kafka amava la sua città tanto quanto sentiva di odiarla, eppure ne ha scritto molto, in ogni suo libro. Io ho scelto Il processo perché il penultimo capitolo della vicenda di Josef K. si svolge all'interno del Duomo di Praga. Questo libro è un tassello importante di tutta la sua narrativa: la colpa – tema kafkiano per eccellenza – viene in qualche modo espiata. K. è accusato di un reato che non ha commesso e suo malgrado dovrà difendersi, anche dalla Legge. Nessuno sa quale sia l'oggetto della contestazione: non lo sa il tribunale, non lo sa l'imputato, non lo sa il lettore, ma un senso di colpa diffuso mette in dubbio ogni sorta d'innocenza. È la vergogna, più della colpa, che non lascia scampo, al punto che K. sente il bisogno di ripeterlo, ad alta voce e ancor più a se stesso: «Sì, sono del tutto innocente».


E. La collina di Petřín
L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera

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Dalla Hradčanské, attraversando la Loretánské, troviamo la strada che ci porta alla collina di Petřín. È una lunga passeggiata, ma se preferite potrete raggiungere la vetta con la funicolare. Vi porto qui perché, mentre voi godrete di una vista splendida, io vi racconto di quando Tomáš mandò Tereza proprio su questa collina. Lei non sapeva quel che l'aspettava ma non si sarebbe mai opposta al volere di Tomáš. In quel momento, sulla collina, Tereza si rende conto di quanto lei sia vittima del suo amore per lui. Ma se Nietsche ipotizzava l'eterno ritorno, per Milan Kundera la vita è una e irripetibile: ogni errore è perdonato, ogni debolezza è una colpa leggera, perché accade una volta soltanto. Ma quanto è sopportabile questo esistere una volta e mai più? "Einmal ist Keinmal", l'unicità della vita: questo è il pensiero che rappresenta l'intreccio di affinità, non solo elettive, che stringono Tomáš, Tereza, Sabrina e Franz, i protagonisti del romanzo L'insostenibile leggerezza dell'essere. Sullo sfondo, le reazioni della classe intellettuale cecoslovacca ai tumulti avvenuti tra la Primavera di Praga e la prima invasione dell'Unione sovietica.
Uscì in strada e si incamminò verso il lungofiume. Voleva vedere la Vltava. Voleva fermarsi sulla riva e guardare a lungo l'acqua, perché la vista dell'acqua che scorre placa e guarisce. Il fiume scorre da sempre e le vicende degli uomini si svolgono sulla riva. Si svolgono per essere dimenticate il giorno dopo e perché il fiume scorra oltre.
Seguiamo Tereza inseguire il fiume. Nelle acque della Moldava si riflette tutta la sua vita, come se le tornasse indietro, e la coglie una strana malinconia: è una consapevolezza nuova, ma è anche una specie di addio.
Guardò a lungo l'acqua, che qui sembrava ancora più triste e più scura, e all'improvviso in mezzo al fiume vide uno strano oggetto, qualcosa di rosso, sì, una panchina. Una panchina di legno con le gambe di ferro, come ce ne sono centinaia nei parchi di Praga. Scivolava lentamente al centro della Vltava. E, dietro, un'altra panchina. E un'altra, e un'altra ancora, e soltanto ora Tereza capisce che le panchine dei parchi di Praga si allontanano dalla città sul filo della corrente, sono tante, aumentano sempre di più, scivolano a fior d'acqua come in autunno le foglie che l'acqua porta lontano dai boschi, sono rosse, sono gialle, sono azzurre.

Si girò per chiedere alla gente che cosa volesse dire quello spettacolo. Perché le panchine dei parchi di Praga si allontanavano sull'acqua? Ma la gente le passava accanto con indifferenza, a loro non importava affatto che un fiume scorresse da sempre in mezzo alla loro effimera città. Fissò nuovamente il fiume. Provava una tristezza infinita. Capiva che ciò che vedeva era un addio.
Le panchine erano ormai quasi tutte scomparse, ne vide ancora tre o quattro, le ultime ritardatarie, poi una panchina gialla e poi un'ancora, azzurra, l'ultima.


***
Libri citati
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal. Einaudi, 2014. Traduzione di Sergio Corduas.
Il cimitero di Praga, Umberto Eco. Bompiani, 2014.
Il golem, Gustav Meyrink. Bompiani, 2000. Traduzione di Carla Mainoldi.
Il processo, Frank Zafka. Einaudi, 2014. Traduzione di Primo Levi.
L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera. Adelphi, 2015. Traduzione di Giuseppe Dierna.
Di qui passa Kafka, Johannes Urzidil. Adelphi, 2002. Traduzione di Margherita Carbonaro.

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14 giugno 2016

«La lettura come necessità mentale». Intervista ad Alessio Torino

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«È ciò la lettura; riscrivere il testo dell'opera direttamente dal testo della nostra vita» diceva Roland Barthes. Ho incontrato Alessio Torino a Ivrea, durante il festival La grande invasione. Insieme a Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande e Paolo Cognetti è intervenuto per raccontare la sua carriera di lettore. Io l'ho trattenuto un po', alla fine dell'incontro, e ho approfittato per porgli alcune domande.

Che tipo di lettore sei?
Sono un lettore disordinato, anzi, se mi accorgo di diventare ordinato torno verso il disordine. Leggo un libro alla volta, solo se un libro non mi convince un altro può prendere il sopravvento. Non ho un genere preferito. Ti direi romanzo classico, classico nel senso di aperto, ma non scarto mai a priori. L'importante è non avere i paraocchi: se le cose sopravvivono una ragione c'è e uno spera di trovarla.

Lettura come allenamento o intrattenimento?
Per me che faccio lo scrittore la lettura è una necessità mentale: a un certo punto hai proprio bisogno di qualcosa che non sia la tua voce nella testa quando scrivi. Ti serve un po' come il tergicristalli quando piove e c'è bisogno di ripulire. E poi leggo anche libri leggeri, per piacere, come lettore lettore e non solo come lettore scrittore.

I tuoi scrittori preferiti sono anche i tuoi modelli di riferimento?
Lo scrittore deve trovare la propria voce quindi i modelli uno dovrebbe cercare di scansarli se vuole imparare ad ascoltarsi.

Un libro può insegnarti qualcosa come scrittore anche se non incontra i tuoi gusti di lettore?
Sì, anche se diventa più difficile se non incontra i miei gusti. Un libro ti deve piacere, se il piacere non c'è il dialogo tende un po' a interrompersi.

Come sei passato dalla lettura alla scrittura?
Lettura e scrittura hanno sempre fatto parte di me. Chiaramente, se ho avvertito qualcosa che è cambiato è stato dopo la pubblicazione dei primi romanzi in cui ti accorgi, percepisci, in maniera più forte rispetto a prima, che esiste il lettore, che c'è chi ti leggerà. Pubblicare non è soltanto un atto esteriore ma ha un riflesso su di te a livello profondo. È la percezione che il tuo romanzo andrà nelle mani di qualcun altro. Quando ho iniziato a scrivere non avevo questa consapevolezza.

Come reagisci quando un lettore dà un'interpretazione del tuo libro diversa da quella che tu avevi immaginato?
È una cosa che bisogna accettare. Il libro non è tuo, questa può sembrare una frase banale ma è vera. Io ci credo. A volte qualcuno vede delle cose che uno non avrebbe mai immaginato, nel bene e nel male. Per me è lo stesso: quello che dice uno scrittore del suo romanzo m'interessa fino a un certo punto, non può imboccarmi, come io non ho la chiave universale dei miei libri.

Nel romanzo Se una notte d'inverno un lettore un nostalgico Italo Calvino afferma: «Da quando sono diventato un forzato dello scrivere il piacere della lettura mi è vietato». Tu sei riuscito a conservarlo?
Sì, assolutamente. Quando un libro mi piace molto divento totalmente lettore. Posso pensarci, in un secondo momento, anche come scrittore, soffermarmi su qualche capitolo, ma il piacere rimane intatto. In caso contrario sarebbe una fatica che non avrei voglia di fare. Così come scrivere: se non ci fosse il piacere sarebbe una cosa infernale. Il piacere di farlo ti dà la possibilità di stare otto ore davanti al computer come il tennista riesce ad allenarsi per cinque ore di fila. Sarebbe impossibile se non ci fosse un piacere di fondo, e l'allenamento non toglie il piacere ma lo rende possibile. L'impegno e il piacere vanno insieme, l'uno non esclude l'altro anzi, sono indissolubilmente legati.

Sei uno scrittore metodico o segui l'ispirazione?
Quando scrivo un romanzo... cerco di scriverlo. Quando ho la giornata storta lascio perdere. Però il buon detto "l'appetito vien mangiando" è vero, per cui se la giornata non è delle migliori mi ci metto e magari scopro che c'è una vena buona anche in quel momento. In questo senso l'impegno è importante: ti aiuta a ritrovare il piacere. Può sembrare il contrario ma è così.

In una tua intervista facevi riferimento alla forma delle storie. Esistono storie circolari, che cominciano e si chiudono, e storie che si sviluppano in linea retta. Le rotondità sono più appetibili?
C'è un aspetto del piacere legato alla trama. Che ci piaccia o no esiste. Esiste il romanzo con una trama forte e un romanzo senza, e la trama fa la differenza a livello di piacere su larga scala. Possiamo provare interesse per un romanzo nel quale la trama te la devi andare a cercare, anche se poi una trama naturalmente c'è sempre. Ma una trama forte ti prende, dal punto di vista proprio fisico. Le connessioni mentali legate al piacere diventano fisiche. 

Non ti sembra la stessa differenza che c'è tra i romanzi e i racconti? Nei racconti la trama non è sempre l'elemento fondamentale. Per questo, forse, alcuni lettori si sentono meno coinvolti.
I racconti non innescano i processi che innescano i romanzi. È un piacere che colpisce meno persone, non perché sia più piccolo, anzi, magari sono quelle poche persone che tengono in piedi collane e riviste che pubblicano racconti. Ma anche al di là dei romanzi contro i racconti. Nel mio caso, mi è chiaro come Tetano possa essere più "aperto" e Urbino Nebraska più "chiuso" alla maggioranza dei lettori. Certo, quelli che amano Urbino Nebraska lo ameranno molto ma quelli che non lo amano potrebbero anche trovarlo non significativo. Il piacere non si può comandare, dobbiamo farcene una ragione.



***
Alessio Torino (Urbino, 1975) insegna letteratura all'università di Urbino. Ha esordito nel 2010 pubblicando per Pequod il romanzo Undici decimi. Seguono Tetano (minimum fax, 2011) e Urbino Nebraska (minimum fax, 2013). Il 23 giugno tornerà in libreria con il suo nuovo romanzo, Tina, pubblicato ancora una volta da minimum fax.

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8 giugno 2016

La mia Grande Invasione: due parole di meraviglia

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Quando ho chiesto alla mia amica come avrei potuto raccontare questi giorni di Grande Invasione eravamo al bar dell'aeroporto. Qualche minuto e avrei passato il check-in, confuso due volte il gate e rischiato di perdere l'aereo per tornare a casa. «Non puoi». La mia amica è incinta. Non gliel'ho detto, ma dall'ultima volta mi è sembrata un po' più saggia, un po' più grande.

È vero, non posso, e questo è il punto. Il punto è che per quante parole io abbia usato o usi adesso per spiegarvi quello che è stato il mio tempo a Ivrea sarei parziale. Non pensate a luoghi magici o dimensioni alternative, non ho trovato la fine dell'arcobaleno, perché queste sono cose che non esistono. Io mi riferisco a una città che, per quattro giorni per tutto il giorno, è letteralmente invasa dalla letteratura. Ogni negozio, ogni strada, ogni vicolo più stretto e nascosto. Libri ovunque. Libri come occasioni. Persone come libri, come occasioni. Ma come ve lo spiego? Come spiegarvi che è valsa la pena andare fino là solo per sentir dire a Goffredo Fofi che ha iniziato a leggere per «saziare il suo bisogno di consolazione»? È stata la potenza di quel pensiero ma è stata anche la comunione silenziosa di tutta quella gente che comprendeva e condivideva la stessa necessità. Il riferimento neanche tanto sottile a Stig Dagerman ha reso una frase a doppio fondo ancor più carica di meraviglia. Ed è stato importante ascoltare quelle parole lì, a Ivrea, perché la città tutta era pronta ad accoglierle. Questo succede solo in alcuni posti, tra alcune persone.

«Certe cose devi viverle», e forse è questo l'unico messaggio che posso trasmettervi: cercate le vostre occasioni, circondatevi di persone che condividono la vostra meraviglia. Che sia a Ivrea il prossimo anno, ovunque la vostra consolazione trovi spazio di esistere.


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