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29 marzo 2016

Gli scarti che siamo: la teoria di Jonathan Miles

C'è questa donna, si chiama Sara. Sara Tetwick ex Tooney ora Masoli. Due cognomi, come appendici, per ogni marito. Ma ora, nel deposito LifeSolution H24, c'è solo Sara. Sara raggiunge il box n. 592 per recuperare una bistecchiera lasciata lì qualche tempo prima. Armeggia col catenaccio, alza la serranda e viene sopraffatta dalla quantità di scatoloni che occupano la stanza. Neanche ricordava ce ne fossero così tanti. Cosa ci sarà dentro? E dove sarà la bistecchiera? Sara si avvicina e sposta qualche scatola più piccola per farsi spazio. Osserva gli oggetti con uno sguardo che è nuovo e antico: appena qualche secondo è il tempo che impiega a distinguere i vestiti di quand'era ragazza, il manubrio rosa della bicicletta di sua figlia Alexis e tutte le sue bambole. C'è una scatola sul fondo. C'è scritto Brian con una calligrafia che Sara non riconosce. Poi però ricorda, e ricorda che quando successe — quando Brian Tooney morì nell'attentato terroristico dell'11 settembre — di tutte queste cose se ne occupò sua sorella. Queste cose. Perché è questo, no? Di questo stiamo parlando: cose. «Sono solo cose». Sara continua a ripeterselo, quando esamina il contenuto della scatola. I primi a comparire sono gli occhi di Brian, nella foto del necrologio apparso sul giornale del giorno in cui morì. Rileggere l'articolo le dà una sensazione strana: non è più arrabbiata, adesso, anche se lui l'aveva tradita e lei l'aveva scoperto, anche se lui era morto prima che lei potesse chiedergli il conto. È come se avvertisse una leggera pressione, un dolore che c'è sempre stato da qualche parte dentro di lei ma che non aveva mai saputo riconoscere. Nella scatola non manca niente: foto di loro insieme, felici da qualche parte. Sara che abbraccia Alexis, Alexis sulle spalle di Brian, Brian sulla pista da ballo nel giorno del loro matrimonio. Ci sono i biglietti dello spettacolo che videro a Brodway nel 1998. Ci sono i gemelli di Brian, un paio di annuari e una boccetta di acqua di colonia di Carolina Herrera. Sara apre la bottiglia, ne spruzza un po' sul polso e non può fare a meno di ammetterlo: in quel profumo, in quel box da 59 dollari al mese, Brian continua a esistere. Sara non aveva mai sentito la sua presenza, così forte, in un altro luogo. Perché lui non se n'era mai andato: era rimasto lì, dentro quelle scatole.

Gli scarti di una vita. Le cose che abbiamo, che restano anche dopo di noi.
È questo che siamo? Questo diventiamo?

Sono solo alcune delle domande a cui prova a rispondere Jonathan Miles. Il libro è composto da tre vicende indipendenti; tre personaggi percorrono strade diverse (delineate da intenti critici differenti) ma arrivano tutti alla stessa conclusione: gli scarti ci rappresentano. E ci rappresentano anche nostro malgrado. Attraverso storia di Talmadge e Micah, lo scrittore ci suggerisce quanto l'accumulo, e il relativo spreco, siano sintomi di uno stile di vita saturo e morboso. Il punto è: non è degno di essere definito civile un popolo che non avverte come pressante il problema della scarsità delle risorse. L'iperciviltà diventa non-civiltà. Poco prima della metà del romanzo, Micah spiega perché ha deciso di vivere del cibo trovato nei cassonetti. È una scelta drastica, quanto mai applicabile, ma è interessante capire il senso del discorso, e il discorso fa più o meno così:
Hai mai visto un allevamento di polli? (...) Tengono le galline a testa china tutto il tempo, così il petto viene ipersviluppato. Gli tagliano il becco perché se non lo fanno le galline si beccano a morte per lo stress. Usano le luci artificiali per alterare il ciclo sonno-veglia così le galline mangiano il più possibile, tutto il tempo. Diffondono musica soporifera da sala d'attesa per impedire alle galline di ribellarsi. Le imbottiscono con dosi massicce di antibiotici perché altrimenti, in quelle condizioni diciamo... artificiali, le galline morirebbero. Ma molte muoiono lo stesso, per questa cosa chiamata ascite. È quando il cuore e i polmoni non riescono a sostenere una crescita così rapida. Le galline crescono a morte, ok? Troppo e troppo in fretta.
A Elwin, il protagonista della terza storia, spetta il compito più ardo: portare la questione a un livello superiore, tracciando un filo che lega il nostro presente al futuro di quelli che verranno. Perché se è preoccupante il pensiero di quanto di noi resterà nel mondo, ancor più allarmante è immaginare quanto di questo mondo resterà alle nuove generazioni. Elwin è un linguista coinvolto in un progetto governativo per la messa in sicurezza di una discarica di residui nucleari nel New Mexico. Come dice suo padre, quando l'alzheimer non gli appanna troppo i pensieri: «lo scopo della vita è essere un buon antenato». Elwin deve studiare un messaggio che resista nel tempo; deve trovare un modo per avvertire l'umanità e difenderla dalle scorie del progresso. Ma Elwin non è capace di proteggere neanche se stesso dalla contaminazione degli scarti. È vittima degli avanzi di un matrimonio fallito, dei buchi nella memoria di suo padre e dei chili di troppo che non riesce a smaltire. Ha vissuto accumulando negatività e ora è costretto a sopportarne il peso. Ha permesso che gli scarti diventassero la sua vita e la sensazione di obsolescenza che prova è insopportabile.
Elwin lo guardò, le guance rigate di lacrime, gli occhi già arrossati. «Che me ne faccio», lo supplicò, «di tutta questa roba?»
Scarti è un libro molto ambizioso, che utilizza la questione ecologica per criticare il sistema-società in senso lato. È un libro di denuncia, che qualche volta cade nella sua stessa trappola, prendendo un po' le sembianze di un manifesto politico. Ma nel complesso è un esperimento riuscito: è un romanzo di sentimenti autentici, grandi ideali e un finale tutto da scoprire.



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Scarti, Jonathan Miles. Minimum fax, 2015. Traduzione di Assunta Martinese.

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25 marzo 2016

Un giorno lui non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.

Fu una cosa troppo breve, troppo rapida, troppo svelta.

Mi ricordo come mentre lo portavamo giù per le scale e fuori sino al carro fermo in attesa io tentai di addossarmi tutto il peso della bara per dimostrare a me stessa che lui c'era davvero, lì dentro. E non ne ero sicura. Io ero una degli intimi, eppure non potevo, non volevo credere a qualcosa che pur sapevo non poter essere se non così. Perché io non lo vidi mai. Vedi? Ci accadono certe cose che l'intelligenza e i sensi rifiutano proprio come lo stomaco rifiuta quanto il palato ha accettato ma la digestione non può inglobare — casi che ci paralizzano quasi per qualche intervento impalpabile, come una lastra di vetro attraverso la quale osserviamo tutti gli eventi concatenati traspirare come in un vuoto sordo, e scolorirsi, svanire; sono spariti, ecco, lasciandoci immoti, impotenti, privi di risorse; fissi, tanto da poter morire. Così ero io.

Sì. Un giorno lei non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.

(da Assalonne, Assalonne! di William Faulkner. Adelphi, 2001. Traduz. Glauco Cambon. p. 210)


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8 marzo 2016

«Io non leggo le donne»: di questi lettori un po' integralisti

Oppure: «io preferisco la scrittura maschile (maschia, direbbe qualcuno)». Quante volte vi siete scontrati con frasi del genere? La verità è che questi sono luoghi comuni e, come tutti i giudizi privi di fondamento, possono essere spazzati via in pochi secondi. Basta rifletterci, e porsi le domande giuste. Perché alcuni lettori considerano la scrittura femminile in un'accezione negativa? Perché giudicano il gruppo in base al singolo. Perché, vittime di un'esperienza sommaria, decidono che un solo esemplare basti a descrivere l'intera specie.


Una volta, quando anch'io assecondavo la superficialità di questo pensiero, uno scrittore mi disse: «la classificazione uomo/donna in letteratura non ha motivo d'esistere perché gli scrittori sono uomini e donne in un'altra dimensione». Questa frase, nella sua semplicità, è spiazzante tanto è vera, e ve lo dimostro. Facciamo un gioco: ipotizziamo che ci sia una scrittura maschile e una femminile. Passiamo in rassegna gli scrittori che abbiamo conosciuto nei nostri anni di olimpioniche letture, scegliamone qualcuno, e attribuiamo loro il sesso in base al tasso di femminilità contenuto nei loro libri. Contiamo le differenze tra attributi stilistici e anatomici. Azzardo: la metà non corrisponde.

* IL GIOCO DELLE COPPIE *

Ernest Hemingway
Hemingway era un uomo che scriveva come un uomo. I ruoli accessori che lasciava interpretare ai personaggi femminili, la durezza dei suoi protagonisti e la scrittura, ruvida e essenziale, fanno di Ernest, con i suoi eccessi di deliziosa letteratura filo-maschilista, un vero scrittore alfa.

Percentuale di femminilità: 0%
La citazione: «Il dolore non deve avere importanza per un uomo.»

Alice Munro
Alice Munro è una delle scrittrici più femminili che esistano. Non vuol dire soltanto che le sue storie trattano di donne ma l'autrice si esprime con uno stile che, secondo le convenzioni, rispecchia quello che ci aspetterebbe da una donna: una scrittura raffinata, languida e avvolgente, quasi materna.

Percentuale di femminilità: 100%
La citazione: «Ricordati sempre: Quando un uomo esce da una stanza, si lascia alle spalle tutto quel che c'è dentro; una donna, invece, si porta appresso tutto quel che c'è avvenuto.»
Facile? Complichiamola un po'.

John Cheever
Lo scopo della scrittura di John Cheever era puntare una luce sulla complessità delle relazioni umane. In ogni casa, in ogni famiglia, in ogni letto: entrava in punta di piedi e metteva a nudo le emozioni con delicatezza, rispettando la fragilità di ogni intimità svelata.

Percentuale di femminilità: 60%
La citazione: «La vita è troppo spaventosa, troppo sordida e angosciosa. Ma noi non siamo mai stati come loro, vero tesoro? Vero?»

Joan Didion
Le donne di Joan ci hanno insegnato che sbagliare è umano. Abbiamo imparato che è importante restare in contatto con la parte femminile, e anche un po' con quel senso di apparente fragilità che la descrive. Per rendersi conto di non essere indistruttibili. E da lì, ripartire.

Percentuale di femminilità: 50%
La citazione: «Avere quel senso del proprio valore intrinseco che costituisce il rispetto di sé significa avere potenzialmente tutto.»

David Foster Wallace 
Quando non sceglieva il ruolo del buffone (per divertire il lettore), o del genio incompreso (per divertirsi del lettore), David Foster Wallace era uno scrittore di una sensibilità estrema, a volte destabilizzante. Generoso e onesto, si concedeva in ogni pagina senza risparmiarsi mai.

Percentuale di femminilità: 70%
La citazione: «Non puoi uccidere il tempo col cuore.»

Flannery O'Connor
La vita non ha protetto Flannery da alcun dolore, ma Flannery è riuscita a trasformare la sofferenza in energia, ed è questa la qualità principale che le riconosco. La sua scrittura, rigorosa e brillante, trasmette una gran forza, una presa da far invidia al più robusto tra gli uomini. 

Percentuale di femminilità: 40%
La citazione: «Donna! Ti guardi mai, dentro? Ti guardi mai per vedere quel che non sei?»

Truman Capote
Se l'orientamento sessuale influisce in qualche modo sulla scrittura, quello di Truman ha incrementato il talento in modo esponenziale. Capote è uno scrittore camaleontico, capace di grande sensibilità e di estremo vigore. A sangue freddo e Colazione da Tiffany: direste mai che sono due libri nati dalla stessa penna?

Percentuale di femminilità: ?
La citazione: «Avete torto. È una montatura. Ma, in un altro senso, avete ragione. Non è una montatura perché è una montatura autentica. È convinta di tutte le idiozie in cui crede. Impossibile dissuaderla. Io ci ho provato, con le lacrime agli occhi. [...] Provateci, qualche volta. Fatevi dire da lei qualcuna delle cose in cui crede. E intendiamoci bene» continuò, «mi è simpatica, la ragazzina. È simpatica a tutti, ma c'è anche moltissima gente che non la può sopportare. A me è simpatica. È simpatica davvero, la ragazzina. Sono sensibile, io, ecco perché. Bisogna essere sensibili per apprezzarla, bisogna avere una vena di poeta. Ma voglio dirvi la verità. Potete farvi a pezzi per lei, e lei vi servirà merda su un piatto.»

Mettiamo da parte le percentuali, che sono il risultato di un'evidente forzatura. Il messaggio è chiaro: le donne pensano, agiscono e vivono come gli uomini. Allo stesso modo le autrici, come gli autori, scrivono. E scrivono spinte dalle stesse pulsioni, con gli stessi mezzi e assecondando le stesse intenzioni dei colleghi. Sesso debole, scrittura debole: non ne abbiamo abbastanza? Ciò che distingue gli scrittori, che siano maschi o che siano femmine, è la sensibilità, il livello tollerabile di emotività. Ma non è una caratteristica collegabile al sesso. Non a priori, almeno. 



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1 marzo 2016

Ti racconto un racconto – La lotteria di Shirley Jackson

(Una rubrica che è un po' una scusa per parlare delle mie storie preferite. Ti racconto un racconto, mi fermo a un certo punto. Lascio a te il compito di scoprire come va a finire.)

lottery-jackson

Era una mattina di giugno luminosa e calda; una tipica giornata estiva, di quelle coi prati verdi pieni di fiori. In altri villaggi la lotteria si prolungava per un paio di giorni, ma quel paese non contava più di trecento persone, così che tutto si risolse prima dell'ora di pranzo. Gli abitanti del villaggio si radunarono in piazza verso le dieci. I primi ad arrivare furono i bambini, che gridavano e correvano, lasciandosi dietro la fatica degli ultimi giorni di scuola. 
Bobby Martin cominciò a riempirsi le tasche di pietre, scegliendo con cura quelle più lisce e  tonde, e molti altri fecero lo stesso. Harry e Dickie ne raccolsero più che poterono, e crearono una grande pila in un angolo della piazza. Le bambine restavano in disparte, i più piccoli giocavano con la terra. Le donne si scambiavano pettegolezzi e cercavano di placare l'eccitazione dei figli con raccomandazioni e inutili ammonimenti. Il signor Summers arrivò con un po' di ritardo, si scusò e si fece spazio tra la folla. Teneva tra le mani la cassetta nera di legno della lotteria, che appoggiò sullo sgabello posizionato dal signor Graves, il direttore dell'ufficio postale, al centro della piazza. La lotteria aveva perso un po' delle sue antiche tradizioni: i bastoncini di legno erano stati sostituiti da biglietti di carta e un fugace saluto aveva preso il posto del più solenne discorso d'apertura. Ma, come ogni anno, il signor Summers prestò giuramento nelle mani del signor Graves. I due erano stati svegli fino a tardi, la notte prima, per compilare la lista dei capifamiglia e l'elenco di tutti gli abitanti del villaggio. La signora Hutchinson arrivò di corsa, fermandosi all'estremità della piazza. Si rivolse alla signora Delacroix che le era accanto, giustificando il suo ritardo con un sorriso imbarazzato: «Mi ero proprio dimenticata di che giorno era». Tessie Hutchinson allungò il collo, scorse suo marito e suo figlio in prima fila e avanzò verso di loro. «Tutti pronti?» chiese il signor Summers. «Iniziamo a leggere i nomi. Per primi, i capifamiglia, e quando li chiamo vengano a estrarre un foglio. Tenete in mano il foglio, senza guardarlo, finché tutti non lo hanno preso. Chiaro?». Adams, Anderson, Bentham: in ordine alfabetico, gli uomini si avvicinarono alla scatola nera e presero un biglietto. Watson e Zanini furono gli ultimi, poi un lungo silenzio scese tra la folla. «Va bene amici, apriamo». Tutti lessero i fogli che avevano estratto, guardandosi intorno per capire chi fosse il vincitore: «Chi è? Chi lo ha trovato?». Gli sguardi si concentrarono nella direzione della famiglia Hutchinson. Terry gridò, rivolgendosi al signor Summers: «Non gli hai dato il tempo di scegliere il foglio che voleva. Ti ho visto. Non è giusto!». Bill zittì sua moglie, e si affrettò a rispondere al signor Summers, che gli aveva chiesto da quanti membri era composta la sua famiglia. «Billy Junior, Nancy e il piccolo Dave. Oltre a me e a Tessie». La signora Hutchinson continuava a protestare ma nessuno sembrava ascoltarla. Il signor Graves raccolse i biglietti, ne mise cinque nella cassetta e lasciò che il vento si portasse via tutti gli altri. «Sei pronto, Bill?» chiese il signor Summers. E Bill Hutchinson, pallidissimo, annuì.

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La lotteria è uno dei racconti più inquietanti mai scritti. Pubblicato sul New Yorker nel 1948, il testo sconvolse i lettori al punto che qualcuno decise di annullare l'abbonamento alla rivista. È un racconto semplice, molto breve, ma si basa su un meccanismo perfetto: quando scoprirete il trucco sarete già con le spalle al muro. Shirley Jackson è considerata una maestra del thriller nero, e i suoi romanzi, allusivi e mai espliciti, sembrano suggerirci quanto la realtà sia solo una questione di punti di vista; quanto, cambiando la prospettiva, ogni certezza può essere messa in discussione. La scrittura di Shirley Jackson è stata fonte d'ispirazione per moltissimi autori del genere, come Ray Bradbury e Stephen King. Questo racconto è tratto dalla raccolta omonima, pubblicata da Adelphi nella traduzione di Franco Salvatorelli. 

L'illustrazione è di Jesús Walle

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