A colazione con Valeria Luiselli

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L'idea è che lo scrittore parli attraverso i libri che scrive. Di conseguenza, ogni contatto con il lettore diventa superfluo, addirittura deleterio, se pensiamo all'ombra che serve per alimentare il mistero del genio. È una delle tante convinzioni del nostro tempo, che prende spunto da un ipotetico pudore attributo alle generazioni precedenti. La verità è che gli scrittori hanno sempre avuto un rapporto diretto con i lettori, non così diverso da quello che possiamo immaginare oggi. Charles Dickens partecipò a più di cinquecento presentazioni, a destra e a sinistra dell'Atlantico. Un articolo di Simon Callow, intitolato appunto Dickens the performer, tende a sottolineare proprio come Dickens rendesse le sue opere delle grandi interpretazioni, messe in atto di fronte a un pubblico sempre più affascinato. Non credo sia necessario che gli scrittori sentano il richiamo del palco come Dickens, ma è importante che si aprano al confronto, se ne hanno l'occasione.

Una delle forme più moderne di scambio è la colazione letteraria, un nuovo format che quest'anno ho avuto l'occasione di sperimentare a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma. È una dimensione interessante: un autore incontra un gruppo circoscritto di lettori (più o meno professionali) e si misura con le singole esperienze di lettura, avendo così un riscontro diretto. Una situazione perfetta, informale ma funzionale, utile per entrambe le parti. In una di queste mattine ho incontrato Valeria Luiselli, autrice che avevo conosciuto poco tempo prima leggendo La storia dei miei denti. In questo libro, per esempio, l'intervento dei lettori è stato fondamentale: concepito come un romanzo a puntate, gli operai della fabbrica Jumex si organizzavano ogni settimana per leggere un capitolo ad alta voce e commentarlo insieme. Le registrazioni delle sedute di lettura venivano inviate a Valeria che, sulla base delle reazioni del pubblico, calibrava l'uscita successiva.
M'interessava l'identificazione del valore degli oggetti a prescindere dal contesto. Ho pensato alla narrazione come un ordito dove gettare un nome e vedere come cambiava. 
Valeria ha appena trentatrè anni, ma ha già avuto una vita molto intesa. Nata a Città del Messico nel 1983, a due anni si trasferisce con la famiglia a Madison, negli Stati Uniti. Il padre è un diplomatico, la madre lavora per delle organizzazioni non governative, così cambiano casa e città molto spesso. Valeria torna in Messico per un breve periodo, poi va a vivere in Costa Rica, in Corea del Sud e per quattro anni in Sudafrica. Di nuovo in Messico, in India, in Spagna e in Francia. Dopo la laurea in filosofia, porta a termine il dottorato in letterature comparate alla Columbia University, a New York, dove vive ancora oggi con il marito, lo scrittore Álvaro Enrigue. Le abbiamo chiesto come si pone nei confronti della letteratura latinoamericana: se avverte l'influenza (il peso?) di una certa tradizione, oppure se, figlia della sua esperienza globale, non ha alcun riferimento letterario.
I messicani sono ossessionati dalle tradizioni ma io preferisco un approccio più libero, la scrittura è il mio spazio di assoluta libertà.
Scrivendo, ci ha rivelato, non obbedisce ad alcuna regola: è l'unico posto dove si permette di esprimere il suo carattere ribelle. Non crede alle storie che nascono da intenzioni propagandistiche, soprattutto politiche, perché sono piene di arroganza, o peggio ancora, poco credibili: «Il mio obiettivo è conservare la sensibilità, scrivere libri che rispondano alla verità». Una verità che raggiunge per immersione, dedicandosi completamente alla storia che scrive, tutti i giorni per più ore al giorno, tant'è che a volte sente così tanto i personaggi su di sé che ha la sensazione di parlare con la loro voce. «Scrivere è come avere una doppia vita, forse anche più interessante di quella vera».

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L'ultima domanda è di Valeria, curiosa di sapere cosa pensiamo del suo Gustavo Sánchez. Se fosse italiano, per esempio, in che città vivrebbe? E se parlasse in dialetto? Che età avrebbe? Che tipo è, secondo voi? Me lo raccontate?



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