Storie di volti

Sul muro v'è un buco bianco, lo specchio. È una trappola. So che sto per lasciarmici prendere. Ci siamo. La cosa grigia è apparsa sullo specchio. Mi avvicino e la guardo, non posso più andarmene.
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«Non è quello che volevo, niente di forte, di nuovo»
È il riflesso del mio volto. Spesso, in queste giornate perdute, rimango a contemplarlo. Non ci capisco nulla di questo volto. Quelli degli altri hanno un senso. Ma non il mio. Non posso nemmeno decidere se sia bello o brutto. Immagino sia brutto, poiché me l'hanno detto. Ma questo non mi tocca. In fondo sono perfino urtato che si possano attribuirgli qualità di questo genere, come se si dicesse bello o brutto a un pezzo di terra o un masso di roccia.
V'è tuttavia una cosa che fa piacere a vedersi, al di sopra delle molli regioni delle guance, al di sopra della fronte; è questa bella fiamma rossa che indora il mio cranio, sono i miei capelli. Fa piacere guardarli. Per lo meno è un colore deciso: son contento d'esser rosso. Là, nello specchio spicca, risplende. Sono ancora fortunato: se la mia fronte portasse una di quelle capigliature smorte che non arrivano a decidersi tra il castano e il biondo, il mio volto si perderebbe nel vago, mi darebbe la vertigine.
Il mio sguardo scende lentamente, con disgusto, su questa fronte, su queste guance: non incontra nulla di fermo, si arena. Evidentemente v'è un naso, due occhi, una bocca, ma tutto ciò non ha senso, nemmeno espressione umana. Eppure Anny e Vélines  mi trovavano un'espressione viva; può darsi che io sia troppo abituato al mio viso. (...)
Gli occhi, soprattutto, così da vicino, sono orribili. Son vitrei, molli, ciechi, orlati di rosso, sembrano scaglie di pesce. M'appoggio con tutto il peso sulla sponda della maiolica, avvicino il viso allo specchio fino a toccarlo. Gli occhi, il naso e la bocca spariscono: non resta più nulla di umano. Delle rughe scure ai lati del rigonfiamento febbrile delle labbra, fessure di tane di talpe. Una serica peluria bianca corre sui grandi pendii delle guance, due peli escono dalle narici: è una carta geologica in rilievo. E, nonostante tutto, questo mondo lunare m'è familiare. Non 'posso dire di riconoscerne i particolari, Ma l'insieme mi fa un'impressione di già visto che m'intorpidisce: scivolo dolcemente nel sonno.
(Antoine Roquentin)

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«Prima di staccarmi di nuovo da me»
Mi guardai allo specchio: i miei occhi erano completamente vuoti, per la prima volta non avevo bisogno di fissarmi allo specchio per una mezz'ora e fare ginnastica facciale per svuotarli. Era il volto di un suicida e quando cominciai a truccarmi il mio volto era il volto di un morto. Mi spalmai la faccia di vaselina e spezzai un vecchio tubo di biacca mezzo secco, ne spremetti fuori tutto quello che c'era ancora dentro e mi stesi la biacca su tutta la faccia: non un solo segno nero, non un punto rosso, tutto bianco, anche le sopracciglia ricoperte di bianco; accanto a tutto quel bianco i capelli sembravano una parrucca, la bocca, pulita, era scura, quasi bluastra, gli occhi azzurri come un cielo di pietra, vuoti come quelli di un cardinale che non vuole confessare neppure a se stesso di aver già perso la fede da molto tempo. Non avevo neanche paura di me stesso.
(Hans Schnier)

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«È diverso ora il mio caso, o è lo stesso?»
– Finché tengo gli occhi chiusi, siamo due: io qua e lui nello specchio. Debbo impedire che, aprendo gli occhi, egli diventi me e io lui. Io debbo vederlo e non essere veduto. È possibile? Subito com'io lo vedrò, egli mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io non voglio riconoscermi; io voglio conoscere lui fuori di me. È possibile? Il mio sforzo supremo deve consistere in questo: di non vedermi in me, ma d'essere veduto da me, con gli occhi miei stessi ma come se fossi un altro: quell'altro che tutti vedono e io no. Su, dunque, calma, arresto d'ogni vita e attenzione!
Aprii gli occhi. Che vidi? Niente. Mi vidi. Ero io, là, aggrondato, carico del mio stesso pensiero, con un viso molto disgustato. (…) Chi era? Niente era. Nessuno. Un povero corpo mortificato, in attesa che qualcuno se lo prendesse.
– Moscarda... – mormorai, dopo un lungo silenzio.
Non si mosse; rimase a guardarmi attonito. Poteva anche chiamarsi altrimenti. (…) Ero io? Ma poteva anche essere un altro! Chiunque poteva essere, quello lì. Poteva avere quei capelli rossigni, quelle sopracciglia ad accento circonflesso e quel naso che pendeva verso destra, non soltanto per me, ma anche per un altro che non fossi io. Perché dovevo esser io, questo, così? (…) Che avevano da vedere i miei pensieri con quei capelli, di quel colore, i quali avrebbero potuto non esserci più o essere bianchi o neri o biondi; e con quegli occhi lì verdastri, che avrebbero potuto anche essere neri o azzurri; e con quel naso che avrebbe potuto essere diritto o camuso? Potevo benissimo sentire anche una profonda antipatia per quel corpo lì; e la sentivo. (…) Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse.
Ma, all'improvviso, mentre così pensavo, avvenne tal cosa che mi riempì di spavento più che di stupore. Vidi davanti a me, non per mia volontà, l'apatica attonita faccia di quel povero corpo mortificato scomporsi pietosamente, arricciare il naso, arrovesciare gli occhi all'indietro, contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar le ciglia, come per piangere; restare così un attimo sospeso e poi crollar due volte a scatto per lo scoppio d'una coppia di sternuti. S'era commosso da sé, per conto suo, a un filo d'aria entrato chi sa donde, quel povero corpo mortificato, senza dirmene nulla e fuori della mia volontà.
– Salute! – gli dissi. E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.
(Vitangelo Moscarda)


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Il primo brano è tratto da La nausea di Jean-Paul Sartre. Traduzione di Bruno Fonzi.
Il secondo brano è tratto da Opinioni di un clown di Heinrich Boll. Traduzione di Amina Pandolfi.
Il terzo brano è tratto da Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. 

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