Tanta era la giovinezza

Guardò il proprio scrittoio con sopra una confusione di libri, di fascicoli, di carte, i segni del lavoro. Lavorava in pieno la città, a quell'ora, sopra, sotto e intorno a lui, nella medesima casa uomini come lui lavoravano, e nella casa di fronte lavoravano e nella casa vecchissima di via Foppa che si intravedeva in uno squarcio tra le case, e dietro ancora, nella case invisibili e più in là, più in là, nella caligine, per chilometri e chilometri, lavoravano. Carte, registri, moduli, telefonate, quietanze, mani ingombre di penne, di arnesi, di matite, intente a una vita, a un incastro, a un'addizione, a un innesto, a una saldatura, a un estratto conto, a un fissaggio, sterminio di formiche frenetiche assetate di benessere eppure i loro pensieri, oh, gli veniva da ridere, tutto intorno, per i chilometri e chilometri suddetti, pensieri simili ai suoi, sconci e squisiti, per la misteriosa voce che chiama alla propagazione della specie, trasumanata in vizi strani e brucianti, perché mai nessuno aveva il coraggio di dirlo? pensieri di lei, di lei, di quella bocca speciale, di quelle labbra fatte in un certo modo, di una prospettiva di muscoli tesi, ricordi?, morbidi e fluidi, in una curvatura diversa da tutte le altre, di una piega, di una pienezza, di una concavità, di un caldo, di un umido, di una cedevolezza, di uno sprofondamento, di un abisso cocente. E i giornali parlavano di irrigidimento sovietico, interpellanze alla Camera per l'Alto Adige, assicurazioni di Nenni circa l'autonomia del PSI, incendio del cinema Fiamma, crisi della giunta regionale siciliana, che pazzesca buffonata.

(da Un amore di Dino Buzzati. Mondadori, 2001. pp. 22-23)


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