Un giorno lui non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.

Fu una cosa troppo breve, troppo rapida, troppo svelta.

Mi ricordo come mentre lo portavamo giù per le scale e fuori sino al carro fermo in attesa io tentai di addossarmi tutto il peso della bara per dimostrare a me stessa che lui c'era davvero, lì dentro. E non ne ero sicura. Io ero una degli intimi, eppure non potevo, non volevo credere a qualcosa che pur sapevo non poter essere se non così. Perché io non lo vidi mai. Vedi? Ci accadono certe cose che l'intelligenza e i sensi rifiutano proprio come lo stomaco rifiuta quanto il palato ha accettato ma la digestione non può inglobare — casi che ci paralizzano quasi per qualche intervento impalpabile, come una lastra di vetro attraverso la quale osserviamo tutti gli eventi concatenati traspirare come in un vuoto sordo, e scolorirsi, svanire; sono spariti, ecco, lasciandoci immoti, impotenti, privi di risorse; fissi, tanto da poter morire. Così ero io.

Sì. Un giorno lei non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.

(da Assalonne, Assalonne! di William Faulkner. Adelphi, 2001. Traduz. Glauco Cambon. p. 210)


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