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10 agosto 2015

L'arte dell'ozio. Impariamo a non fare, almeno fino a settembre

— Cosa ne farai adesso, di tutto questo tempo libero?
— Leggerò, scriverò. Ho preso appunti, ho qualche lista. Ne approfitterò per vedere quei film che mi hanno consigliato. Devo studiare, ho un paio di testi che dovrei approfondire. Vorrei andare al mare, ma solo qualche volta. E poi. Poi mi inventerò delle cose. In ogni caso, qualcosa farò.

È sempre un fare. Anche questi giorni di libertà diventano occasioni per impegnarci in progetti che non avevamo avuto il tempo di portare a termine nei mesi precedenti. Iniziamo, proseguiamo, comunque programmiamo. L'importante è fare, e, anzi, anche solo sapere che si farà. L'ozio fine a se stesso ci spaventa. Eppure gli intellettuali di ogni secolo hanno sempre celebrato l'attività dell'inattività: da Seneca, col suo De Otio, fino a Bertrand Russell; un Elogio, quello del filosofo gallese, che diventa Arte, nel libro di Hermann Hesse. L'ozio, in ogni caso, come stimolo a trovare nuovo entusiasmo, artistico ed esistenziale. Perché allora è sempre più difficile lasciarsi andare a questa insolita pratica creativa?

Un paio di settimane fa, su La Lettura (l'inserto culturale del Corriere della sera) Donatella Di Cesare scriveva un articolo dal titolo La vacanza possibile: un'analisi che metteva in luce i motivi della nostra incapacità di rilassarci. Sono emersi un paio di problemi, tutti legati ai ritmi serrati e asfissianti del nostro presente; in un tempo che corre più veloce dell'orologio, ogni spazio vuoto è una mancanza. La mancanza è, nella trama delle reti sociali, un'assenza, una non esistenza. L'oblio. Se noi ci fermiamo, gli altri ci supereranno. O, peggio, ci dimenticheranno. Uno studio condotto da Over-Graph ci informa che la vita media di un contenuto su Twitter è di 4 ore e 4 minuti, il che vuol dire che per continuare a esistere, in una dimensione che è sempre più digitale, dovremmo cinguettare almeno 6 volte al giorno. I post su Facebook sono più longevi, e possono arrivare a vivere anche 14 ore e 42 minuti. Non solo: Klout ci suggerisce che il periodo migliore per postare uno stato su Facebook è in tarda mattinata o nel primo pomeriggio, tempo che varia da città a città, da continente a continente. Quanto, quindi, ma anche quando. E cosa, e come. Noi stessi, acconciati alla meno peggio. Però così nessuno ci dimenticherà, forse.

Facciamo che ci ribelliamo a tutto questo? Facciamo che ci impegniamo a non fare? E dimentichiamoci, almeno per un po'. Io proverò a dimenticarmi, perché credo che sia l'unico modo per riuscire a inventarmi di nuovo. E voi fate lo stesso: dimenticate me, dimenticate voi stessi. Diamoci soltanto un appuntamento, ai primi di settembre. Se ci saremo, se ci saremo tutti, vorrà dire che abbiamo creato qualcosa che sembra quasi vero, e che esistiamo, appena un po' più degli altri.

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A presto. E che l'arte dell'ozio impegni tutte le vostre giornate.
Quando l'ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell'orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L'uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un'illusione dei filosofi e degli stolti.
(William Faulkner) 


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Leggere l'ozio
- De Otio, Seneca
- Elogio dell'ozio, Bertrand Russell
- L'arte dell'ozio, Hermann Hesse
- L'ozio come stile di vita, Tom Hodgkinson
- Ozio creativo, Domenico De Masi

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5 agosto 2015

Sembrava una felicità di Jenny Offill

Come diceva Flaubert: «l'avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge». Non sappiamo vivere nel presente, siamo sempre un attimo prima o qualche momento dopo. Ci dicono che questo è sbagliato, e in effetti lo è, nella maggior parte dei casi. Ma sfuggire al tempo può essere un modo per proteggerci: quando tutto diventa troppo da sopportare, quello che facciamo è provare a scappare, anche solo con la mente. Come chiudere gli occhi, riaprirli, e sperare che il peggio sia passato. Ma siamo troppo adulti per farlo, per credere che contare fino a dieci possa bastare. Allora ci scostiamo dal nostro oggi, guardandoci vivere da un punto molto lontano, perché se proprio deve succedere quello che non avrei mai voluto che accadesse, succederà senza di me. «Mi sto perdendo. Chi può trattenermi?». Penso a dettagli insignificanti che nei ricordi prendono il posto di una parola, di un gesto, protagonisti di una storia che non avevano intenzione di raccontare. Le mani, per esempio. Ricordo tutte le mani, ogni volta di tutte le volte. O una particolare forma che il riflesso della luce disegnava sulla parete. Che fossero volti, o schiene, non faceva differenza. Le mani, la luce, quelle sì.
Accadeva mesi prima che ci raccontassimo tutte le nostre storie, e anche all'epoca qualcuna sembrava troppo piccola per darle importanza. Ma allora perché mi sono tornate in mente proprio adesso? Adesso che sono così consapevole di tutto?
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Sembrava una felicità è un lungo ricordo pieno di cose, piccole e grandi. Brevi pensieri, come appunti presi di fretta tra un presente e l'altro. La donna, che poi diventa la moglie, rivive quello che è stato come la somma di ogni implicazione possibile. È una storia semplice, una storia qualunque di una donna qualunque, che però Jenny Offill rende interessante attraverso una struttura narrativa destrutturata, che ci permette di prendere parte alla vita della protagonista attraverso riflessioni interrotte e frasi in apparenza sconnesse. L'amore, un cappotto caldo con tante tasche comode, un marito, il bancone dei surgelati, una figlia, la schiuma nella vasca da bagno, il tradimento, una sedia che traballava: tutto diventa importante perché niente ha più importanza. In quella dimensione privata nella quale il matrimonio si consuma nel Piccolo teatro dei sentimenti feriti, la donna ripercorre la sua felicità in un tempo che le è prossimo ma che già non le appartiene; quel sembrava, che non è più stato.

Te ne dovevi accorgere, dice qualcuno. Te ne dovevi accorgere, le dicono. Io non c'ero, avrebbe dovuto rispondere. Ma chi le avrebbe mai creduto?
Come diceva Kafka: scrivo per chiudere gli occhi.


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Sembrava una felicità, Jenny Offill. NN Editore, 2015. Traduzione di Francesca Novajra.

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