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29 maggio 2015

Le parole sono tutto quello che abbiamo

Mi piace quando nei racconti c'è un senso di minaccia. Credo che un po' di minaccia sia una cosa che sta bene, in un racconto. Tanto per cominciare, fa bene alla circolazione. Ci deve essere della tensione, il senso che qualcosa sta per accadere, che certe cose si sono messe in moto e non si possono fermare, altrimenti, il più delle volte, la storia semplicemente non ci sarà. Quello che crea tensione in un racconto è, in parte, il modo in cui le parole vengono concretamente collegate per formare l'azione visibile della storia. Ma creano tensione anche le cose che vengono lasciate fuori, che sono implicite, il paesaggio che è appena sotto la tranquilla (ma a volte rotta e agitata) superficie del racconto.  
V.S. Pritchett definisce il racconto come «qualcosa intravisto con la coda dell'occhio, di sfuggita». Attenzione a quell'«intravisto». Prima c'è qualcosa di «intravisto». Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcos'altro che illumina l'attimo fuggente e potrebbe avere, se abbiamo fortuna - sempre questa parola — conseguenze ancor più significative e durature. Il compito dello scrittore di racconti è di investire quel qualcosa appena intravisto con tutto ciò che è in suo potere. Egli deve metterci tutta l'intelligenza e tutta l'abilità letteraria che possiede (il suo talento, insomma), tutto il suo senso delle proporzioni e della forma: dell'essenza reale delle cose esterne e del modo in cui lui — e nessun altro — le vede. E tutto questo si ottiene attraverso l'uso di un linguaggio chiaro e preciso, un linguaggio usato in modo da infondere vita a dettagli che illuminino il racconto al lettore. Perché i dettagli siano concreti e carichi di significato, è essenziale che il linguaggio sia dato in maniera quantomai accurata e precisa. Le parole possono essere precise anche al punto di apparire piatte, l'importante è che siano cariche di significato; se usate bene, possono toccare tutte le note. 
(da Il mestiere di scrivere di Raymond Carver. Einaudi, 2008. Trad. di Riccardo Duranti)


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26 maggio 2015

Burned children of America

L'America è ancora una terra promessa. Un luogo di proiezioni, per noi. Per me, che ancora non ho capito quanto in là mi devo immaginare per illudermi di potermi ancora illudere. Eppure l'America, noi lo sappiamo, è fatta di quei sogni che non raggiungono l'alba, quelli che chiudi forte gli occhi per riprenderli da qualche parte nella mente. Dove vanno a finire i sogni? E quelli americani? Nel 1996 David Foster Wallace rispondeva alla domanda di Laura Miller, a proposito di come ci si sente (come ci si sentiva) a vivere in America alle porte del nuovo millennio:
C'è un che di particolarmente triste, ma di una tristezza che non ha molto a che fare con le circostanze materiali, l'economia o le cose di cui si parla al telegiornale. È più una tristezza a livello viscerale. La vedo in me stesso e nei miei amici, in maniere diverse. Si manifesta come una sorta di smarrimento.
David Foster Wallace. Qualcuno direbbe che lui è la mia "ossessione letteraria". Io lo penso più come un compagno di viaggio, in questo periodo della mia vita, e vorrei guardarlo tenere il volante ancora un po'. Ma non è per questo che lo riporto qui, oggi. 

Il titolo della raccolta che ho letto, Burned children of America, nasce da un suo racconto. Si chiama Incarnazioni di bambini bruciati. Questo racconto, che trovate qui e in Oblio, è un colpo al cuore. Questo racconto l'ho letto sei volte e l'ho spiegato a tre persone. Due di loro mi hanno detto che è un racconto triste. Io dico che è un racconto feroce. È potente, potente come riesce a essere Wallace sulla breve distanza. Però ve lo devo raccontare, devo fare quello che non si dovrebbe mai fare, ve lo devo raccontare quasi fino alla fine. Il marito è dall'altro lato della casa quando sente le urla: prima suo figlio e poi la moglie. Inizia così. Lui li raggiunge in cucina e si guarda intorno, raccoglie dati: la pentola riversa sui fornelli, acqua bollente che scorre lungo il piano, sul pavimento. Il bambino è in piedi, rigido, il vapore gli sale dai capelli. Lui ci mette poco a capire quello che è successo. I due cercano di tamponare le bruciature del piccolo che, occhio e croce, non sembrano così gravi. Ma lui continua a piangere di un pianto disumano, e loro, i genitori, non capiscono perché. Carezzano il viso, asciugano le braccia, massaggiano il torace rovente. Il pianto del bambino diventa un ruggito, come di un animale sconfitto, poi un lamento appena. Poi si spegne. I due si guardano, e lo guardano, il figlio, forse per la prima volta. Il pannolino. «Loro non ci avevano pensato, non ci avevano pensato, e quando lo tolsero e videro lo stato in cui era ridotto...».

Quando l'ovvio è l'ultima cosa che vediamo. Quando la soluzione è lì, a pochi metri, ma noi non riusciamo a prenderla. Giriamo in tondo, ripercorriamo gli stessi passi, rinchiusi in una gabbia che non esiste. Animali sconfitti. Bruciati, anche noi.

C'è un altro racconto, che si chiama Sonno. È bellissimo, ed è stato scritto da Shelley Jackson. Qui, il sonno diventa un personaggio, il protagonista della storia. Diventa neve che scende sulle case, sulle persone, che ricopre ogni cosa. La neve sul fuoco. Come se avesse il potere di guarire, il sonno, come se la perdita momentanea di coscienza fosse un modo per sentire meno dolore.

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Burned children of America è nato da un lavoro di ricerca di Martina Testa e Marco Cassini. Non è stata una traduzione di un'antologia esistente, ma un progetto tutto italiano. L'idea era quella di raccogliere, in quella proiezione americana di sogni e illusioni, testimonianze di verità. Voci che dessero il senso di quell'America fatta di persone in antitesi con il circostante. Persone un po' più sole delle altre, un po' più presenti nella loro solitudine. Quei bambini bruciati che urlavano di dolore a dispetto di una comunità, una nazione, una patria, che a loro non ci aveva pensato. È una raccolta del 2001, rielaborata in una nuova edizione nel 2009. All'interno di questo libro trovate storie di scrittori che all'epoca erano poco più che esordienti. Ora sono (ed erano) alcuni tra gli autori più rappresentativi della narrativa americana contemporanea: Rick Moody, Jonathan Lethem, David Foster Wallace, Jonathan Safran Foer, Dave Eggers, George Saunders, A.M. Homes e poi ancora Aimee Bender, Matthew Klam, Shelley Jackson, Julia Slavin, Sam Lipsyte, Arthur Bradford, Judy Budnitz, Amanda Davis, Myla Goldberg, Ken Kalfus e Stacey Richter. Sono passati quasi quindici anni da quando gli incendi diventavano braci ma questi racconti restano vivi e desolati, attuali come allora. Come echi di promesse infrante.



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Burned children of America, AA.VV. Minimum fax, 2009. Prefazione di Zadie Smith.
Traduzioni di Massimo Bocchiola, Marco Cassini, Matteo Colombo, Edoardo Nesi, Laura Pugno, Christian Raimo, Martina Testa.

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22 maggio 2015

Nel mondo a venire «tutto sarà com'è ora, solo un po' diverso»

Jeanne d'Arc di Jules Bastien-Lepage è un dipinto a olio del 1879.
In alto a sinistra, nel dipinto, si librano tre angeli traslucidi. Hanno appena chiamato Giovanna, che stava lavorando al telaio nel giardino dei suoi genitori, a salvare la Francia. Un angelo si tiene la testa fra le mani. Giovanna sembra barcollare verso lo spettatore, alzando il braccio sinistro, forse per cercare un sostegno, nell'estasi della chiamata. Invece di afferrare rami o foglie la sua mano, che è attentamente collocata lungo l’asse visivo di uno degli altri angeli, sembra dissolversi nel nulla. Il cartello del museo dice che Bastien-Lepage fu aspramente criticato per non aver saputo conciliare l'evanescenza degli angeli con il realismo del corpo della futura santa, ma è proprio questo «difetto» che lo rende uno dei miei dipinti preferiti. È come se la tensione fra il mondo metafisico e quello fisico, fra due ordini di temporalità, producesse un'imperfezione nella matrice pittorica: lo sfondo le inghiotte le dita. Mentre ero lì quel pomeriggio con Alex, mi tornò in mente la foto che Marty porta con sé in Ritorno al futuro, film fondamentale della mia adolescenza: man mano che i viaggi nel tempo di Marty sconvolgono la preistoria della sua famiglia, lui e i suoi fratelli cominciano a svanire dall'istantanea. Solo che qui è una presenza, non un'assenza, a mangiare la mano della donna: la stanno trascinando dentro il futuro.
La lettura, per come la penso io, è un gioco. Il gioco inteso come attività di intrattenimento a scopo ricreativo. Questo non toglie niente ai piccoli e grandi attimi di catarsi che ricorrono nelle nostre esperienze di lettura. Giocare è una cosa molto seria. La lettura è un gioco a due tempi. I giocatori sono sostanzialmente due. Lo scrittore stabilisce le regole, traccia le linee di confine, copre le trappole, gestisce le ricompense. In quel momento, lui sta giocando. Il suo gioco consiste nell'anticipare le reazioni del lettore: lo scopo dello scrittore è costruire un percorso e lasciare al suo avversario quel margine d'azione che tanto gli basta per indurlo a credere di essere libero di scegliere la direzione. Ma chi è il lettore? Come (re)agirà? Il gioco dello scrittore è un gioco difficile. Il lettore non è parte meno attiva: al suo turno, si diverte a interpretare le azioni dell'autore e a trarre il senso della storia. Il lettore completa il libro, lo rende possibile, in uno dei mille modi possibili, e lo fa attribuendogli la sua cognizione di verità.

Ben Lerner è un ottimo compagno di giochi: intelligente, scaltro e divertente. Giunti alla seconda pagina del libro già vi anticipa quello che succederà:
Mi proietterò in diversi futuri simultaneamente (...) con un lieve tremolio della mano; mi imbarcherò in un percorso dall'ironia alla sincerità nella metropoli che sprofonda, come un aspirante Whitman della vulnerabile rete.
Che è un po' come dire: gioco a carte scoperte. Te la faccio facile. E il lettore, che qualche volta è parecchio sicuro di sé, sente di avere in mano la partita. Ma facile non sarà, perché sarete così presi dalla lettura da non rendervi conto che voi, «voi, al margine estremo della finzione letteraria», state facendo esattamente il suo gioco.

nel-mondo-a-venire-lernerQuello che accade, accade a uno scrittore trentenne che ha pubblicato un racconto sul New Yorker. Ha ottenuto un grande e inaspettato successo, tant'è che gli è stato riconosciuto un sostanzioso anticipo per dilatare il racconto in un romanzo. La sua amica Alex vuole che lui l'aiuti a concepire un figlio attraverso la fecondazione assistita e la richiesta di paternità solidale giunge allo scrittore di fronte alla Giovanna d'Arco di Bastien-Lepage, al Metropolitan Museum. Questo, in una New York aggredita da violenti uragani investiti di apocalittiche aspettative, che contribuiscono a infondere nella popolazione un stato di tensione latente. 10:04, il titolo originale del romanzo, è l'ora che caratterizza una delle scene più celebri di Ritorno al futuro: alle 10:04 la scarica di un fulmine colpisce la torre dell'orologio del municipio e permette a Marty McFly di lasciare gli anni cinquanta e di tornare al suo tempo, nel 1985.

Nel mondo a venire è un gioco di percezioni stratificate. Al primo livello apprendiamo la propriocezione: la capacità di percepire e riconoscere la posizione del nostro corpo nello spazio. Al secondo livello incontriamo altri sé, e ci troviamo a gestire il nostro percepire noi stessi, il loro percepirsi, e le relazioni tra le due sensazioni. Al terzo livello raggiungiamo l'ambiente circostante: gli oggetti, prima, e poi la natura. L'ultimo livello si trova in un tempo che non è il nostro; impariamo a essere qualcun altro, qualcuno che ha vissuto o che ancora deve iniziare a vivere. O noi stessi, nel mondo che deve venire.
Su una stradina acciottolata che finiva all'improvviso senza sbucare da nessuna parte, una sorta di complotto fra i mattoni dei palazzi, l'aria fredda e la luce a gas dei lampioni gli diede per un attimo la sensazione di aver viaggiato all'indietro nel tempo, o di vivere in due epoche distinte sovrapposte, due realtà temporali accavallate. No: era come se la fiammella del lampione a gas davanti al quale si era fermato stesse bruciando contemporaneamente nel presente e in diversi passati, nel 2012 ma anche nel 1912 o nel 1883, come se fosse un'unica fiamma che guizzava simultaneamente in ciascuna di quelle epoche, collegandole.
I livelli si mescolano, la realtà si riavvolge. I mondi esistono a partire da altri mondi. Le parole si rincorrono: una frase detta da qualcuno vi sembrerà di averla già sentita da qualcun altro. Anche la scrittura cambia: cambiano i tempi verbali, cambiano i soggetti. Quello che era è quello che sarà, e loro siamo diventati anche noi. È «una sorta di plagio palinsestico che attraversa i corpi e il tempo, un canto collettivo senza una singola origine, o la cui origine è stata cancellata – così come a una stella, vista dalla nostra prospettiva terrestre, spesso sopravvive la sua luce».

Ben Lerner ha scritto un romanzo brillante, ha concepito una struttura che gli permettesse di condurre la partita e di far scattare il meccanismo soltanto alla fine. Ha giocato con intelligenza, eleganza e ironia. E ha utilizzato la poesia, che è il mondo da cui proviene, perché la sua storia può muoversi in qualunque direzione. Perché ogni verso si può leggere in mille modi.
Poi immaginò il suo narratore di fronte a quel lampione, immaginò che il lampione attraversasse mondi e non solo anni, che l'autore e il narratore, pur non potendo guardarsi in faccia, potessero intuire la presenza l'uno dell'altro guardando la stessa luce, in una sorta di corrispondenza.


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Nel mondo a venire, Ben Lerner. Sellerio, 2015. Traduzione di Martina Testa.

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18 maggio 2015

#SalTo15: una cosa divertente che non farò mai più (fino all'anno prossimo)

Ieri ero in coda e pensavo. Non ricordo cosa stessi facendo, se mi ero unita a una processione che invocava l'accesso al bagno, in fila per assistere a una presentazione sovraffollata e rumorosa, o se stavo provando a comprare una bottiglia d'acqua a temperatura ambiente tarata sul clima tropicale. Mi ricordo che stavo fissando delle piastrelle — il che, probabilmente, mi porta a riconsiderare la prima tesi — e pensavo. Pensavo a cosa avrebbe pensato David Foster Wallace del Salone del libro di Torino. Ora, lo so che può sembrarvi strano, tendenzialmente patologico, che io parli così spesso di Dave, però, se vi fermate a riflettere non lo è così tanto. Quando leggete qualcuno, e lo leggete in più occasioni, vuol dire che il suo punto di vista sulle cose vi interessa parecchio. Significa che in qualche modo vi sentite in sintonia con quel pensiero. Come un amico, che conoscete da poco, ma col quale già sentite che potreste intendervi alla grande. Cosa avrebbe scritto David del Salone del Libro di Torino? Mi sono venuti in mente i suoi lavori di non fiction, primo fra tutti, l'irriverente Una cosa divertente che non farò mai più

"A supposedly Fun Thing I 'll Never Do again" (traduzione letterale: "Una cosa che si presume essere divertente che non farò mai più") è una raccolta di saggi del 1997, pubblicata in Italia da minimum fax in due volumi. Uno, quello di cui vi parlo, contiene il reportage affidato a Wallace nel 1995 dalla rivista Harper's, che si prefiggeva l'obiettivo di raccontare il punto di vista dello scrittore sull'esperienza di viaggio di una crociera ai Caraibi a bordo di una compagnia a cinque stelle. 
E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.
Il saggio è in perfetto stile wallaciano: costellazioni di note a piè pagina illuminano una scrittura ironica e dissacrante. Wallace sottolinea quanto il divertimento sincronizzato sia più stressante dello stress urbano che ci spinge, anzitempo, a prenotare una crociera e affidare il nostro riposo a qualcun altro. La disciplina del tempo libero è una contraddizione in termini ma sembra — ed è questo, ancor più spaventoso — che nessuno se ne accorga. Perché tutti, in un modo o nell'altro, si divertono. E se non è così ci vanno abbastanza vicino, o fingono, ma se lo fanno, lo fanno proprio bene. Tutti, tranne te. O almeno è quello vorresti credere, perché mentre stai ragionando su quanto la tua idea di te stesso sia così lontana dallo stereotipo del ragazzo da crociera, una mano sulla spalla ti riporta alla realtà, e tu ti rendi conto di essere il vagone merci di un trenino umano, e stai ballando, tu stai ballando, sulle note di una canzone di Gloria Estefan che hai sempre detto di odiare. Che sia per spirito di omologazione, per istinto di sopravvivenza, tu sei diventato parte di quel sistema. O stai fingendo, ma lo stai facendo proprio bene. 

In un'intervista di Tom Scocca del 1998, David confessa di aver impiegato tre mesi per scrivere l'articolo, rielaborando il finale un'ora prima che andasse in stampa. Il pezzo originale era molto più lungo di quello che doveva essere pubblicato — Dave non aveva il dono della sintesi — ma, al di là di questo, io credo che le maggiori difficoltà che abbia dovuto affrontare avevano parecchia attinenza con il dosaggio degli ingredienti. La cosa importante, in un pezzo scritto in questo modo, è equilibrare il cinismo, fare il modo che l'ironia non prenda il sopravvento, che non diventi protagonista, unica e fine a se stessa. Il rischio è che l'unico che si diverte di quello che dici sei tu. O l'unico che non si diverte, mentre tutti gli altri ballano la Conga. 
Ti dirò, credo che un'altra ragione per cui non scriverò più roba di questo genere per un pezzo è che alla fine stava emergendo una specie di macchietta: il tipo un po' nevrotico, iperconsapevole, che ti mostra quanto è strana questa cosa che non tutti pensano che sia strana.
Mentre ero in coda, dovevo avere una faccia parecchio concentrata, una ragazza mi poggia la mano sulla spalla e mi chiede se posso procedere, perché di lì a qualche minuto ci sarebbe stato un evento che non voleva perdere per niente al mondo. Per niente al mondo. Io ero lì, al Salone del libro di Torino, a chiedermi se mi stessi divertendo davvero. Se ne valesse la pena. Se comprare libri che non avevo intenzione di comprare e dimenticare di prendere libri che avevo intenzione di leggere facesse parte di un meccanismo al quale avevo scelto di sottostare nel momento in cui avevo messo piede nel primo padiglione. Se tutti quei sorrisi mi avrebbero creato dei danni irreversibili alla mandibola. Se l'aggregazione militante è un'imposizione o una scelta, e se è una scelta, quanti ne erano consapevoli. È la consapevolezza a renderci diversi? E io, che ero lì insieme a tutti, non sono proprio come tutti gli altri?

«Ah sì, scusa, stavo pensando... niente. Non stavo pensando a niente. Certo, l'evento! Devo andarci anch'io! In che sala è? Ti aspetto, ci andiamo insieme. Piacere comunque, io sono Maria. Quali libri hai comprato? È la tua prima volta qui? Ti stai divertendo?».

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Letture consigliate:
Una cosa divertente che non farò mai più, David Foster Wallace. Minimum fax, 2012. 
Traduzione di Francesco Piccolo e Gabriella D'Angelo.
Il programma del Salone del libro di Torino. Siete ancora in tempo per recuperare.

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13 maggio 2015

L'anno del pensiero magico, il monologo di Joan Didion

Ti ho mai detto una bugia? 
Ti ho mai mentito in tutta la tua vita?
Quando dicevo: sei al sicuro, ci sono io, era una bugia o ci hai creduto?
Una bugia è forse solo una storia alla quale l'ascoltatore si rifiuta di credere?
È questa l'unica definizione di bugia?
O ci hai creduto?
Nelle ultime pagine della mia copia ci sono un paio di note scritte a penna. Una donna, ne sono sicura. Ha una grafia piacevole, rotonda e piena, quella che avrei voluto avere io qualche tempo fa. Mi ci sono allenata tanto, negli anni. Volevo che fosse morbida, espansiva e sorridente. Ora ho una bella scrittura, così mi dicono, ma non è rotonda. È poco felice. Per quanto mi sforzi, non riesco a trattenere le lettere, come se dovessero inevitabilmente strizzarsi, acuminarsi. Come se qualcosa di aguzzo e brutale venisse fuori dalle mie stesse parole. Questo, se scrivo lentamente. Di fretta sono una furia incomprensibile.


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8 maggio 2015

Ernest Hemingway: un debito di riconoscenza

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Hemingway alla sua scrivania durante un safari africano, 1953. Foto di Earl Thiesen.

Tutti hanno sentito parlare di Ernest Hemingway ma non tutti l'hanno letto davvero. 
Uno dei motivi che posso azzardare per giustificare questa tendenza è che forse non può suscitare grande curiosità qualcuno che è sempre stato imposto. Hemingway è un autore
didattico e questo, nel paese dei paradossi, non è un punto a favore. E poi c'è quella fissa per la pesca che non lo rende molto popolare. Io ho provato a conoscerlo partendo dai suoi romanzi, avvicinandomi con tanto rispetto e poca convinzione, ma l'ho lasciato quasi subito. Ho continuato a leggere altri autori, altri americani, cercando di ignorare quei rimandi continui che mi spingevano verso qualcosa che sembrava imprescindibile. Poi però ho cominciato a leggere racconti, coltivando una vera e propria passione per le short stories. E anche lì, Hemingway. La riconoscenza di tutti gli scrittori che avevo imparato ad amare aveva un solo comune denominatore. A quel punto non era una scelta o un'imposizione. Era più un pareggiare i conti. 

C'è un documentario del 1999, curato da Roberto Luraschi e Sabina Negri, dal titolo "Fernanda Pivano racconta Hemingway", trasmesso da Rai Storia nel luglio del 2012Nell'intervista Nanda parla un po' dello scrittore, un po' delle sue donne — Hemingway si è sposato quattro volte — della guerra, dell'Africa, di quello che successe, di come lui tornò che non era più lo stesso. A un certo punto, ricordando il giorno del suicidio, la Pivano si riferisce a lui dicendo: «Il cervello dello scrittore che ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo»C'è un bagliore di commozione negli occhi di Nanda. Parla molto lentamente, ci mette qualche secondo in più prima di iniziare una nuova frase, quasi come se la parola giusta fosse una, solo quella, e ci volesse tantissimo tempo per trovarla. Ma perché questo scrittore è così importante? Com'era il mondo, prima?

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Da una scena de Il grande Gatsby, adattamento cinematografico del 1949.

Dopo la Grande Guerra, in America
Quando la prima guerra mondiale si concluse, l'America conobbe un periodo di grande prosperità. L'industria automobilistica, così come l'edilizia e il settore petrolifero, si svilupparono al punto da spingere l'economia verso una forte espansione. Aumentarono gli investimenti, aumentarono le speculazioni. I titoli azionari circolavano alla velocità della luce. I figli della guerra divennero gli adulti dei ruggenti anni '20, gli scintillanti e alcolici tempi del jazz. Gli uomini mascherarono il loro disagio da sopravvissuti con auto lussuose e casse di whisky acquistate illegalmente. Le donne accorciarono le gonne, tagliarono i capelli, indossarono rossetti scarlatti a prova di bacio e collane di perle a doppio filo. I giovani americani, i belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald, ammiccavano al futuro con aria sognante e maliziosa. Il sogno durò poco meno di un decennio. L'illusione di un'economia florida si rifletteva nella stabilità dei prezzi sul mercato ma il potere d'acquisto delle famiglie non era cambiato: nei fatti, quella produzione massiccia non poteva più essere sostenuta. L'euforia speculativa degli anni precedenti si schiantò contro le reali condizioni del sistema finanziario e, in quel martedì nero che fu il 29 ottobre del 1929, la Borsa di New York crollò gettando le basi di una crisi economica su scala mondiale. 

Dopo l'America, a Parigi
Hemingway tornò dalla guerra con una medaglia d'argento al valor militare e un fiume di orrore da raccontare. Riprese a scrivere e a pescare. Nel 1920 sposò Hadley Richardson, una giovane pianista conosciuta a Chicago. L'anno successivo i due si trasferirono a Parigi. Hemingway prese a frequentare, su suggerimento dell'amico Sherwood Anderson, la scrittrice americana Gertrude Stein, che viveva in Francia dal 1902. Nei salotti parigini Hemingway incontrò artisti come Ezra Pound e James Joyce e si identificò in quel malessere che caratterizzava la generazione perduta, un termine preso in prestito dalla stessa Stein, riferito a quegli americani che avevano sconfitto la guerra ma continuavano ancora a lottare contro un stato emotivo di alienazione e smarrimento. 
Nel periodo in cui Hemingway abitò a Parigi, pubblicò diversi racconti su alcune riviste letterarie. Il primo fu Su nel Michigan, nel 1921 Questo, e gli altri a venire, faranno parte dei celebri Quarantanove racconti.

Dopo Parigi, in Hemingway
La lotta è uno degli elementi che ricorre spesso nella narrativa di Hemingway. Non a caso nelle sue storie si ripetono scene di caccia e di pesca, scontri nei quali l'uomo, come un animale in mezzo ad altri animali, combatte come se ne andasse della propria sopravvivenza. L'uomo sfida la natura, più spesso compete con se stesso senza rendersene conto. I personaggi di Hemingway gestiscono la tensione tra la vita e la morte, quel filo sottile che riconduce alla fragilità e alla precarietà dell'esistenza, con coraggio e dignità. Gli uomini descritti da Hemingway sono virili e parchi di parole, le donne sono poco più che orpelli seducenti e profumati. Allo stesso modo — ed è questa l'innovazione — la scrittura è asciutta, ruvida e precisa. Hemingway riesce a parlare di cose importanti utilizzando termini semplici, rudimentali, ma accessibili e familiari. Le frasi sono brevi, brevissime, quasi mozzate, alleggerite da quel fardello barocco che il culto della parola richiedeva agli scrittori di qualche generazione prima.

Dopo Hemingway, negli altri scrittori
Leggere i Quarantanove di Hemingway è stato come riascoltare tutti gli scrittori che avevo conosciuto esprimersi attraverso una sola voce. In Colline come elefanti bianchi, uno dei miei racconti preferiti, si ha l'impressione di leggere un primo Raymond Carver. C'è tutta la delizia del testo sotto al testo, quei rivoli quotidiani che si incagliano nelle apparenze di dialoghi innocui e ordinari. Ho ritrovato la rabbia di Richard Yates ne Le nevi del Chilimangiaro e la precisione chirurgica di Andre Dubus ne Il ritorno del soldato e in un paio di altre storie. Ho riconosciuto gli occhi del sergente di Salinger nel protagonista di Una semplice domanda, così simili a quelli del Nick Adams di Come non sarai mai. Nei racconti di Hemingway c'è Charles D'Ambrosio e ancora, più vicino a noi, sulle sponde de Il grande fiume dai due cuori, c'è Paolo Cognetti. Loro e molti altri hanno attinto da quello stile così essenziale e autentico per imparare a inventare storie come lui le inventava. 


Ecco perché non c'è bisogno che leggiate Hemingway ora, o domani, in nome di un'imprescindibilità che non scaturisce da vostra un'esigenza reale. Perché prima o poi sarete voi a scegliere di saldare quel debito di gratitudine nei confronti di chi, poco più, poco meno, ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo.


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Quarantanove racconti, Ernest Hemingway. Mondadori, 2001. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
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