#SalTo15: una cosa divertente che non farò mai più (fino all'anno prossimo)

Ieri ero in coda e pensavo. Non ricordo cosa stessi facendo, se mi ero unita a una processione che invocava l'accesso al bagno, in fila per assistere a una presentazione sovraffollata e rumorosa, o se stavo provando a comprare una bottiglia d'acqua a temperatura ambiente tarata sul clima tropicale. Mi ricordo che stavo fissando delle piastrelle — il che, probabilmente, mi porta a riconsiderare la prima tesi — e pensavo. Pensavo a cosa avrebbe pensato David Foster Wallace del Salone del libro di Torino. Ora, lo so che può sembrarvi strano, tendenzialmente patologico, che io parli così spesso di Dave, però, se vi fermate a riflettere non lo è così tanto. Quando leggete qualcuno, e lo leggete in più occasioni, vuol dire che il suo punto di vista sulle cose vi interessa parecchio. Significa che in qualche modo vi sentite in sintonia con quel pensiero. Come un amico, che conoscete da poco, ma col quale già sentite che potreste intendervi alla grande. Cosa avrebbe scritto David del Salone del Libro di Torino? Mi sono venuti in mente i suoi lavori di non fiction, primo fra tutti, l'irriverente Una cosa divertente che non farò mai più

"A supposedly Fun Thing I 'll Never Do again" (traduzione letterale: "Una cosa che si presume essere divertente che non farò mai più") è una raccolta di saggi del 1997, pubblicata in Italia da minimum fax in due volumi. Uno, quello di cui vi parlo, contiene il reportage affidato a Wallace nel 1995 dalla rivista Harper's, che si prefiggeva l'obiettivo di raccontare il punto di vista dello scrittore sull'esperienza di viaggio di una crociera ai Caraibi a bordo di una compagnia a cinque stelle. 
E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato.
Il saggio è in perfetto stile wallaciano: costellazioni di note a piè pagina illuminano una scrittura ironica e dissacrante. Wallace sottolinea quanto il divertimento sincronizzato sia più stressante dello stress urbano che ci spinge, anzitempo, a prenotare una crociera e affidare il nostro riposo a qualcun altro. La disciplina del tempo libero è una contraddizione in termini ma sembra — ed è questo, ancor più spaventoso — che nessuno se ne accorga. Perché tutti, in un modo o nell'altro, si divertono. E se non è così ci vanno abbastanza vicino, o fingono, ma se lo fanno, lo fanno proprio bene. Tutti, tranne te. O almeno è quello vorresti credere, perché mentre stai ragionando su quanto la tua idea di te stesso sia così lontana dallo stereotipo del ragazzo da crociera, una mano sulla spalla ti riporta alla realtà, e tu ti rendi conto di essere il vagone merci di un trenino umano, e stai ballando, tu stai ballando, sulle note di una canzone di Gloria Estefan che hai sempre detto di odiare. Che sia per spirito di omologazione, per istinto di sopravvivenza, tu sei diventato parte di quel sistema. O stai fingendo, ma lo stai facendo proprio bene. 

In un'intervista di Tom Scocca del 1998, David confessa di aver impiegato tre mesi per scrivere l'articolo, rielaborando il finale un'ora prima che andasse in stampa. Il pezzo originale era molto più lungo di quello che doveva essere pubblicato — Dave non aveva il dono della sintesi — ma, al di là di questo, io credo che le maggiori difficoltà che abbia dovuto affrontare avevano parecchia attinenza con il dosaggio degli ingredienti. La cosa importante, in un pezzo scritto in questo modo, è equilibrare il cinismo, fare il modo che l'ironia non prenda il sopravvento, che non diventi protagonista, unica e fine a se stessa. Il rischio è che l'unico che si diverte di quello che dici sei tu. O l'unico che non si diverte, mentre tutti gli altri ballano la Conga. 
Ti dirò, credo che un'altra ragione per cui non scriverò più roba di questo genere per un pezzo è che alla fine stava emergendo una specie di macchietta: il tipo un po' nevrotico, iperconsapevole, che ti mostra quanto è strana questa cosa che non tutti pensano che sia strana.
Mentre ero in coda, dovevo avere una faccia parecchio concentrata, una ragazza mi poggia la mano sulla spalla e mi chiede se posso procedere, perché di lì a qualche minuto ci sarebbe stato un evento che non voleva perdere per niente al mondo. Per niente al mondo. Io ero lì, al Salone del libro di Torino, a chiedermi se mi stessi divertendo davvero. Se ne valesse la pena. Se comprare libri che non avevo intenzione di comprare e dimenticare di prendere libri che avevo intenzione di leggere facesse parte di un meccanismo al quale avevo scelto di sottostare nel momento in cui avevo messo piede nel primo padiglione. Se tutti quei sorrisi mi avrebbero creato dei danni irreversibili alla mandibola. Se l'aggregazione militante è un'imposizione o una scelta, e se è una scelta, quanti ne erano consapevoli. È la consapevolezza a renderci diversi? E io, che ero lì insieme a tutti, non sono proprio come tutti gli altri?

«Ah sì, scusa, stavo pensando... niente. Non stavo pensando a niente. Certo, l'evento! Devo andarci anch'io! In che sala è? Ti aspetto, ci andiamo insieme. Piacere comunque, io sono Maria. Quali libri hai comprato? È la tua prima volta qui? Ti stai divertendo?».

salone-libro-Torino-2015



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Letture consigliate:
Una cosa divertente che non farò mai più, David Foster Wallace. Minimum fax, 2012. 
Traduzione di Francesco Piccolo e Gabriella D'Angelo.
Il programma del Salone del libro di Torino. Siete ancora in tempo per recuperare.

Commenti

  1. Riusciremo mai a incontrarci a un SalTo? :-)

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    1. Prima o poi ci incontreremo tutte. Magari proprio l'anno prossimo!

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  2. Non so se Google ha tenuto il mio commento...proverò a riscriverlo. Dicevo che, secondo me, vale la pena e ti stai divertendo sul serio. Nel momento in cui il concetto libro invade la mente di un lettore, vale sempre la pena. Peccato non esserci incrociate al Salone, quest'anno...

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    1. Tutti a ballare intorno al sacro fuoco della letteratura! Peccato sì, l'anno prossimo ci organizziamo meglio.

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  3. Mi fai venire in mente le serate in discoteca xD Più o meno la sensazione è quella. L'alcool però aiuta, in quei casi.

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