Martina Testa su David Foster Wallace

Due cose allora voglio ricordare di lui. [...]  
La prima cosa sono le sue lettere. Ogni volta che ho tradotto un suo libro o anche soltanto un suo racconto gli ho sottoposto decine di dubbi e domande, e ogni volta lui mi ha risposto. Ogni volta mi ha risposto esprimendo innanzitutto disagio, difficoltà, anche vero e proprio fastidio, nel rapportarsi con chi doveva tradurre le sue pagine in un'altra lingua. Mi diceva senza mezzi termini — e con effetti devastanti sul mio morale — che il tale racconto non si poteva tradurre in maniera fedele e dignitosa, che la tale espressione era talmente ricca di sottotesti e allusioni e valori sonori che trasposta in un'altra lingua avrebbe perso di senso. Mi chiedeva — mi supplicava, quasi — di lasciar perdere. Si potrebbe pensare a un atteggiamento di superbia: lo scrittore che è talmente sicuro e geloso della perfezione della sua prosa che non tollera che altre persone vi mettano mano, snaturandola e danneggiandola. Lo scrittore-despota che odia l'editor e diffida dai traduttori. Ma non era questo. Perché poi Wallace rispondeva: rispondeva impiegando decine di righe per delucidare in maniera certosina il significato di una singola parola, a volte di una singolo pronome o articolo. E concludeva dichiarando la sua assoluta fiducia nella mia sensibilità linguistica e nella mia serietà professionale. Allora l'idea che mi sono fatta, dopo aver letto anche decine di sue interviste e averlo sentito parlare dal vivo in più di un'occasione è questa: la più grande paura di David Foster Wallace — la sua paranoia, forse — era quella di essere frainteso, di non riuscire a farsi capire, di non riuscire a trasmettere con la massima cura e precisione una certa immagine, una certa idea o un certo pensiero. Aveva, ai miei occhi, una devozione quasi religiosa, o quantomeno profondamente morale, per la capacità del linguaggio di comunicare, di creare un ponte solido — tanto quanto elegante ed elaborato — fra il suo mondo interiore e quello esterno, fra la sua mente e quella dell'interlocutore. La volontà di spiegarsi, di essere maniacalmente preciso, completo, lucido, di rivestire di parole ogni millimetro quadrato — ogni sporgenza e concavità e ramificazione — del suo pensiero o della realtà che descriveva, per quanto a volte sembrasse rasentare la pedanteria, era in verità l'esatto opposto, era il segno di una generosità e di un'onestà intellettuale che mirava a stabilire un contatto autentico e solidale con le persone con cui parlava. La sua prosa "difficile" non era un atto di isolazionismo, ma al contrario il tentativo: — anzi: lo sforzo — costante di comunicare in maniera profonda ed esatta e non vaga, non generica: di creare un aggancio perfetto con il lettore, in modo da sentirsi, entrambi, magicamente meno soli. 
Il secondo ricordo è quello di un'intervista che Wallace rilasciò nel 2006, a cui mi trovai ad assistere come interprete. Tipicamente, il suo stile viene caratterizzato come "post-moderno", "surrealista", "sperimentale", in opposizione al "realismo" della letteratura tradizionale. Nell'intervista Wallace ribaltava in modo inaspettato i termini della questione: il problema, diceva, è che il "realismo" comunemente inteso, da quello classico dell'Ottocento a quello "minimalista" di Carver, si basa più o meno esplicitamente sull'idea che sia possibile allo scrittore riprodurre la realtà in maniera diretta e immediata, manipolandola il meno possibile con gli artifici del suo stile; sennonché, osservava Wallace, lo stesso "minimalismo", come del resto ogni tecnica di espressione artistica, è uno stile, e la mimesi perfetta della realtà oggettiva è solo un'illusione, perché il filtro dell'occhio e della lingua dello scrittore è impossibile da eliminare. Quello che tentava di perseguire lui, invece, era una forma diversa — ma quantomeno altrettanto valida — di realismo: la mimesi del meccanismo della mente umana. Non mi interessa tanto, diceva, riprodurre il suono di un dialogo verosimile, quanto il movimento del pensiero dentro la nostra testa: e il pensiero umano è veloce, è denso, procede per associazioni e scarti improvvisi; mentre diciamo una cosa ne abbiamo già in mente un'altra, e nel frattempo ne vediamo un'altra ancora che avvia il processo mentale in una terza direzione. Anche solo per approssimarmi a raggiungere questo effetto, per tentare di raccontare le cose in questo modo discontinuo e caleidoscopico, mi servono per forza più parole, e più frasi complesse, che a uno scrittore "minimalista"; ma ciò non significa che mi senta meno "realista".
(Dall'introduzione della traduttrice Martina Testa a La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace)


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