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29 maggio 2014

Vivere la letteratura a Napoli

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Il sud non legge. Un'indagine ISTAT condotta sul biennio 2012-2013 ha confermato la differente propensione culturale del territorio italiano, riscontrando che "nelle regioni settentrionali legge oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (50,1% nel Nord-ovest e 51,3% nel Nordest), mentre nel Sud e nelle Isole la quota di lettori è pari solo al 30,7%." 

Se la statistica non ci favorisce, tanto meno la realtà ci presta soccorso. È apparsa ieri sulla pagina virtuale del quotidiano Il mattino la notizia della chiusura della libreria LoffredoL'attività, sorta nel 1981, è ora nelle mani del curatore fallimentare. Un evento che rattrista ma che non stupisce. Perché da Napoli ce lo si aspetta. Che ne capisce il napoletano della cultura se non può spalmarsela sulla pizza? 

Io amo e odio la mia città con la stessa intensità. Sono arrabbiata con i mezzi di comunicazione che distorcono la realtà, come se non avessimo già abbastanza demoni contro cui combattere. Le immagini che vedete in televisione, le interviste che ascoltate, raccontano uno spaccato di realtà, che è verità solo in quel singolo contesto. Sono arrabbiata con i napoletani, che si lasciano strumentalizzare senza rendersene conto. Se abbiamo la fama che abbiamo, è perché ce la siamo meritata. Ma quando riusciremo a colmare il debito d'immagine che altri, prima di noi, hanno contratto? Il problema di alcuni partenopei è l'attitudine alla scappatoia, un modo di pensare presuntuoso e gretto, ma così radicato, che per estirparlo bisognerebbe intervenire sul codice genetico. Non è impossibile, ma serve tempo, impegno e volontà.

La colpa non pende da una sola parte. Il napoletano non legge perché non è stato educato a farlo. Il territorio dovrebbe stimolare i suoi abitanti, dovrebbe istruire il cittadino alla cultura, provvedendo a creare mezzi e opportunità per far sì che nasca, in ognuno, la necessità di sapere. Ma a che pro? Perché uno Stato dovrebbe svezzare il popolo fornendo strumenti di pensiero? Che vantaggio ne trarrebbe? È più comodo saziare un bisogno frivolo che sollecitare un desiderio profondo. Perché l'urgenza di cultura, una volta contratta, non si appaga facilmente. Perché poi, se gliene dai un po', magari ne vuole ancora. E inizia a porsi delle domande, e le domande creano disagio.
Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse. Cosa che può essere imbarazzante. Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all'infelicità permanente.
Ray Bradbury, nel suo Fahrenheit 451, immagina un mondo esasperato nel quale le autorità cercano di convincere il cittadino che la felicità si raggiunge solo se ci si purifica dallo spirito infimo e ammiccante dei libri. I libri sono pericolosi. I libri creano delle disomogeneità culturali. Rendono diversi, e le diversità suscitano invidia e tristezza. Meglio non leggere, ed essere tutti uguali. Tutti ugualmente ignoranti. E felici.

Se "un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino", a quanto pare qualcuno ha deciso che la città di Napoli debba combattere le sue guerre disarmata. Non ho la presunzione di pensare che questo articolo possa servire a qualcosa, ma ho la certezza che rassegnarsi passivamente a una condizione sia sempre sbagliato. E se anche una sola persona leggerà questo testo, io avrò il merito di aver guadagnato un caricatore di munizioni in più per la mia squadra.



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26 maggio 2014

Come un respiro interrotto di Fabio Stassi

Dovrei smettere di leggere, almeno per il momento. Me ne rendo conto soltanto adesso che mi trovo qui a parlarvi di un romanzo terminato, per la seconda volta, appena qualche ora fa. Ho seguito un consiglio, tra i tanti che mi avete scritto: buttare giù due parole sui libri che non ci hanno convinto può essere un modo per elaborare il tipo di reazione che il testo ha provocato; un'analisi profonda, più profonda di quanto non sia quella relativa ai libri che abbiamo preferito. Se un romanzo ci è piaciuto che senso ha soffermarsi ancora? Ma se non ci è piaciuto, perché? Cos'è che non ha funzionato? Dov'è la nota stonata?

Come un respiro interrotto è uno dei titoli più belli che io abbia mai incontrato. Quel come, posto a inizio frase, introduce una similitudine sospesa e piena. Ha un potere evocativo immenso, per quanto il respiro sia lieve, per quanto l'interruzione sia greve. Il respiro. Quante volte ve ne ho parlato? Quanto ancora ve ne vorrei parlare. Quanto altro avrei da dire. Col respiro ci misuro le emozioni. Io amo col respiro. Quando cielo e terra sono in pace, prendo grandi boccate di sole. E ci rido, ci scherzo. Io soffro, col respiro. Lento, veloce, poi di nuovo lento. Ancora veloce. Fermo, a metà. 


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La prima volta che ho letto questo romanzo, Fabio Stassi non mi ha conquistato. Per colpa del titolo, per il modo immediato e viscerale con cui quel grumo di parole aveva attecchito in me. Quel titolo era una promessa. Ho aspettato qualcosa, tutto il tempo. Non so bene cosa, ma so di non averla trovata. Però continuavo a pensarci, perché sentivo di non poter colpevolizzare qualcuno per non aver mantenuto la parola, in nome di un ipotetico patto fondato su condizioni che avevo deciso solo io. Ho riletto diversi passaggi. Quasi tutti in realtà. Senza aspettative, senza condizionamenti. Ho letto Stassi e ho lasciato perdere me. Perché è giusto dedicare allo scrittore il tempo necessario, e anche di più, affinché si spieghi al meglio. Poi vada come vada. Questa seconda lettura, più libera, più obiettiva, mi ha permesso di apprezzare cose che prima non avevo considerato. Non ho più pensato a quel che avrei voluto trovare, ma ho ascoltato quello che l'autore voleva raccontarmi.

Il romanzo si apre con una lettera, che inizia così:
Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto.
Perfetta. Anche troppo, forse. Ma se ognuno di noi mette un po' di sé nel modo in cui scrive, io ho la sensazione che Stassi sia proprio così. Che respiri così. Con quella malinconia leggera che vela le parole, quasi fosse nebbia. Un po' come me. E un po' come Chaplin, ne L'ultimo ballo di CharlotLa lettera la scrive Matteo, il 6 giugno 2011, in aeroporto. L'aeroporto è terreno di transizione. Partenze, arrivi. Bentornato. A presto. Torna. Tornerò. Anche qui, tra andare e venire, c'è un'interruzione. Il tempo, il tempo è falsato. Il tuo tempo non è più il mio. Il mio tempo torna ad essere il tuo. Il nostro tempo, che non è mai stato veramente nostro. Matteo scrive di Sole, scrive di incontri sospesi, di attese e mancanze. E come lui altri, con i loro respiri, soffiano sui contorni della ragazza che cantava invisibile.
Per me le parole erano fiato, le storie erano fiato e imperlavano l'aria, gli affetti erano fiato. Perché il fiato era tutto quello che si possedeva, era respiro e racconto insieme.
Avrei preferito meno voci e più silenzio. Avrei preferito più Matteo e meno Sole, perché tendo a creare più empatia con chi resta in platea che con chi occupa il centro del palco. Non c'è in questo romanzo quello che cercavo. Ma è un bel romanzo, obiettivamente. E io, io forse dovrei smettere di aspettare.



***
Come un respiro interrotto, Fabio Stassi. Sellerio, 2014.

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22 maggio 2014

L'incipit di «Cent'anni di solitudine»

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. 
(di Gabriel García Márquez - Mondadori, 2011)
Marco l'ha suggerito. Io ve ne ho parlato qui.


Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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20 maggio 2014

Il commesso di Bernard Malamud

Tornassi alla vita per la seconda volta, non vorrei mai essere un uomo. Tutta quella storia del corteggiamento, per esempio. Prendiamo un individuo di sesso maschile, il soggetto A, poniamolo al centro di una stanza con un femminile soggetto B e induciamo il virile A a cercare di convincere B ad accettare un contatto. Non ci sono rivali con cui competere. A riuscirà a conquistare B? Non è un'impresa facile; una battuta, un saluto maldestro: "Ok, ho attirato la sua attenzione. E adesso?". Adesso è complicato. Te la giochi lì, in due minuti, la tua occasione. Perché è così difficile? 

Al di là delle contingenze che devono accadere affinché le persone piacciano — e si piacciano reciprocamente, che è ancora meno probabile — la vera questione è che noi, fiori in boccio e stelo spinoso, non sappiamo cosa vogliamoO meglio, lo sappiamo, ma quello che vogliamo è quel che vogliamo in quel momento, che non è più quel che vogliamo dopo. Dopo vogliamo qualcosa di diverso, perché quello dell'attimo prima non ci convince più. Cosa devono inventarsi gli uomini per piacerci? Se provano a essere simpatici rischiano di cadere nel baratro dell'amicizia e da lì tirarli fuori è un miracolo. Se limitano l'ironia, a vantaggio di un maggior appeal, possono passar per antipatici, o snob, che è ancora peggio. La sensibilità è debolezza, l'aggressività è violenza. Ce ne vorrebbe uno, di uomo, uno e trino, che all'occorrenza sia tutto. Un coltellino svizzero, insomma. 

Tralasciando le riflessioni alla Carrie Bradshow, io pensavo di sapere cosa volessi. Da un autore, quantomeno. Ero convinta che una scrittura acuminata facesse più presa su di me rispetto al tocco di uno stile garbato. La penso ancora così, penso ancora che la letteratura debba aggredire il lettore, stordirlo con le parole e affascinarlo con l'eco dell'immaginazione, ma ho scoperto che esistono anche altre forme di seduzione che riescono a far presa su di me. Bernard Malamud, per esempio. Lui mi ha conquistata con la discrezione.

Il-commesso-Malamud-minimumfax-libroIl commesso è un personaggio secondario. Il perno della storia è Morris Bober, un commerciante ebreo. L'attività dei Bober non si è mai rivelata un grande investimento, ma nell'ultimo periodo, a seguito dell'apertura di nuovi negozi nella stessa zona, gli affari sono peggiorati al punto che neanche il lavoro alternativo di Helen, la figlia di Morris, riesce a sopperire ai debiti. Ciò nonostante, Mr Bober è un uomo decoroso, umile e onesto. E tale rimane, anche nei momenti di maggior difficoltà. Morris Bober è una spugna, che assorbe e non lascia traccia di rancore; la sua non è viltà, ma pacifica rassegnazione
Era il suo destino, altri ne avevano uno migliore. 
Il commesso è un ladro redentoFrank Alphine è un giovane di origini italiane, senza casa, senza soldi, che si stabilisce furtivamente nel negozio dei Bober e ogni giorno, prima che la famiglia si svegli, ruba un paio di pagnotte e qualche litro di latte, tirando avanti fino al mattino successivo. Quando viene scoperto, Frank si scusa e si propone a Morris come aiutante, chiedendo in cambio solo vitto e alloggio. Morris assorbe gli sbagli del ragazzo e accoglie Frank nel suo negozio. Bober, in yiddish, indica qualcuno o qualcosa di scarso valore. Morris sembra avvertirlo, il peso del suo cognome, quasi che esistere troppo sia un disturbo che non gli è concesso arrecare. Ma la sua dignità è così sottile che chiunque ne venga a contatto, resta colpito.
Ricordava d'aver pensato, mentre entrava in negozio, che un ebreo è un ebreo, che differenza fa? Ora pensava: L'ho rapinato perché era un ebreo. Devo forse qualcosa agli ebrei, per usar loro dei riguardi, dannazione?
Si insinua, quella bontà inaspettata, nei picchi di rabbia che non trovano più fondamento.
Quel che prima era un gesto di poco conto, ora diventa una colpa insostenibile:
Era un senso di sete che non avrebbe mai potuto placare, un disgustoso bisogno di espellere da sé tutto quanto era accaduto, perché qualunque cosa fosse accaduta era sbagliata; di ripulire la mente da se stessa e darle un po' di pace, di ordine; di cambiare il principio, cominciando dal passato che sempre, prodigiosamente, appestava il presente; di cambiare vita prima d'essere soffocati dal fetore. 
I suoi pensieri l'avrebbero asfissiato per sempre.
Dai libri di Malamud si esce in punta di piedi. Con discrezione.



***

Il commessoBernard Malamud. Minimum fax, 2013. Traduzione di Giancarlo Buzzi.

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16 maggio 2014

#SalTo14: Adelphi, 50 anni (di editoria) e non sentirli

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Altre dal Salone del libro di Torino.
Quando il programma si è palesato, un paio di mesi fa, io ne ho approfittato per segnare gli eventi ai quali avrei voluto assolutamente partecipare. Mi avevano detto che sarebbero stato difficile conquistare un posto in sala;  ho preferito focalizzarmi su un paio di pochi ma buoni. Un appuntamento a cui non volevo mancare era una festa di compleanno: i 50 anni della casa editrice Adelphi. Durante l'incontro, condotto da Teresa Cremisi (editrice Garzanti ieri, Gallimard e Flammarion oggi), si è parlato di rischio, di gusto e di Nietzsche. Ma, soprattutto, si è parlato di editoria. Ospite della conferenza: il direttore editoriale di Adelphi, Roberto Calasso.

Lui, Calasso, è una di quelle persone che mi ispira fiducia, a priori; al di là delle scelte editoriali che ha affrontato in questi anni, i libri che lui stesso ha scritto hanno un sapore diverso, un sapore culturale. Uno dei due volumi oggetto dell'incontro è stato proprio il suo L'impronta dell'editore, un approfondimento sulla storia dell'editoria che ho intenzione di recuperare al più presto. L'altro protagonista, Adelphiana, è una sorta di antologia, un catalogo che ripropone il percorso editoriale della casa e gli autori che, per un motivo o per un altro, hanno rappresentato un tassello importante nella costruzione dell'immagine che oggi ha l'Adelphi. 


Sono emersi argomenti sui quali noi lettori abbiamo dibattuto spesso: il ruolo dell'editore e i modi attraverso i quali lo stesso può presentarsi sul mercato. Si è discusso di mercenari e di volontari, di scelte qualitative e di strategie di vendita. Alla domanda di Teresa Cremisi, "Avresti potuto essere uno che si adatta?", Roberto Calasso sceglie di essere sincero, e ammette che sì, si sarebbe anche potuto adattare perché "il demone editoriale è difficile da estirpare, ma sarebbe stato meno divertente". Calasso si sofferma sul significato del termine editore, un titolo usato - e abusato - da tantissime realtà che con il concetto primo di editoria c'entrano poco o niente.


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Esiste il bello, esiste il brutto. In rispetto di ciò, la Cremisi si domanda se non sia rischioso prendere delle decisioni affidandosi al gusto dei lettori che è uno degli elementi più impalpabili ma, allo stesso tempo, più insindacabili che esistano. Calasso conferma il pericolo insito nell'effettuare scelte di nicchia, ma ammette di riporre fiducia in quel lettore, uno in mezzo a tanti, che sicuramente sarà in grado di percepire il valore di un libro. Anche se, continua, il mercato è tirato dalla massa, e alla massa piace il brutto. Ecco perché in libreria si trovano tanti testi "molto brutti, spesso repellenti, ma che hanno ottime ragioni economiche per star lì". Alcune case editrici, continua il direttore, puntano soltanto a saziare la fetta di mercato più grossa, confezionando su misura i prodotti così come vengono richiesti. E questo è sbagliato: una casa editrice è un'impresa ed è ovvio che debba cercare di percepire - e soddisfare - i bisogni dei lettori, ma un editore, prima di tutto, deve amare quello che fa e deve saper rinunciare alle occasioni di guadagno facile, se queste non sono coerenti con l'idea editoriale con la quale il progetto è partito.

Un libro può essere considerato un prodotto editoriale, ma non tutti i prodotti editoriali possono essere considerati libri. Questo ce lo aggiungo io. 

L'editore deve aver il coraggio di pubblicare gli autori in cui crede anche se il mercato non è ancora pronto ad accoglierli. Gli esempi adelphiani che ha riportato Calasso a tal proposito sono Ian Fleming e George Simenon, due scrittori che hanno faticato a trovare consensi presso il pubblico leggente. Simenon, soprattutto, supportato solo dai seguaci di Magrait, era inizialmente considerato un autore di poco conto, un giallista mediocre; è stato il tempo a conferire a Simenon il valore che ora gli viene riconosciuto.

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Parlare di scelte è semplice, prendere decisioni è tutt'altro conto: ogni alternativa che viene scartata, ogni conclusione a cui si arriva, è frutto di un processo difficile e inteso, pieno di ripensamenti e perplessità che permangono anche dopo che il libro viene messo in stampa. Si è parlato di copertine, di quanto indicare un'immagine da associare a un libro sia "una scelta lacerante, accompagnata da dubbi e cambiamenti". E noi, che siamo un po' dei feticisti in materia, possiamo capire il perché.


Un incontro piacevole, che mi ha chiarito alcune idee e me ne ha smosse molte altre.
Un appunto: ho aspettato fino all'ultimo, ma della torta neanche l'ombra.



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12 maggio 2014

#SalTo14: l'hashtag più famoso della blogosfera

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Ho girato... ho visto gente... mi sono mossa... ho conosciuto... ho fatto cose...
(libera interpretazione di Ecce bombo, 1978) 
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Un territorio come fonte d'ispirazione per la narrativa contemporanea
Sono intervenuti: Stefania Bertola e Renzo Rossotti
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Italo, che la fa da padrona un po' ovunque
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Voci indipendenti. ILIBRA, la nuova iniziativa editoriale di Laterza e La Repubblica
Sono intervenuti: Andrea Bajani, Massimo Giannini, Alessandro Laterza, Federico Rampini


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I celeberrimi Flipback
E concretamente? Nulla di preciso. E che Nanni Moretti mi sia lieve. Nel senso, non vi aspettate grandi spremute di cuore. I libri son belli, tanti libri sono tanto belli, e una fiera che si occupa di cultura, e letteratura, e di tutte queste cose a desinenza condivisa è senz'altro un'occasione. Mi è piaciuto il Salone del libro? Sì, però mi sono chiesta più volte se ne è valsa la pena. Se ci ritornerei, partendo da quaggiù. E sì, ci ritornerei. Ma ho qualche piccolo appunto da fare. Il frastuono mediatico del prima, del durante e del dopo è quasi molesto; l'eco del Salone si protrae in tutti i luoghi, in ogni spunto di discussione e nelle più recondite conversazioni click-to-click. Troppo. Arrivi lì e ti aspetti di veder sfrecciare Krishna a cavallo di un libro volante. Io non l'ho visto, e se c'era me lo sono perso. Che qualcuno me lo segnali.

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L'aspettativa, brutta bestia. Quand'ero piccola avevo maestose attese sui miei diciotto anni: avrei vissuto da sola, in un'altra città, avrei parlato cinque lingue e avrei, finalmente, avuto la maturità necessaria per imparare a schioccare le dita come un perfetto membro Addams. Per i miei ventotto anni pensavo che avrei ottenuto un lavoro e credevo che quel lavoro - che sarebbe stato conseguenza diretta degli studi accademici che avrei approcciato - mi sarebbe anche piaciuto. Ora, per i miei trentotto anni, spero solo d'imparare a dire "Trentatré tigri contro trentatré tigri" senza arrovellare la lingua più del necessario. No, sul serio. Sul serio non riesco a dirlo.

Il Salone ha vantato la presenza di tantissime case editrici, anche quelle più grosse, quelle che mai ti aspetti si mischino con il lettore comune. E invece sì, c'erano anche loro. E anche altri editori, quelli di cui ignoravi l'esistenza e, così, passi il resto del tempo a maledirti per aver solo due occhi e qualche diottria a disposizione. Perché, ben vengano editori nuovi e pimpanti, però noi siamo sommersi dai libri. Davvero, ma come si fa a non leggere? I libri sono ovunque. Anche il macellaio ha cercato di rifilarmi un volume l'altra volta. E il prete. Ma questa è un'altra storia. Tutto questo è un'altra storia. Poi ne parliamo, della pubblicazione d'assalto.

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Un'altra cosa. Gli scontiOra, non so se ero più io in imbarazzo a chiedere se ce ne fossero, o loro più in pena per me a negare. Ma io ragiono così: perché comprare un libro a prezzo intero quando ho canali, tanti canali, che mi permettono di prenderlo a un prezzo minore? Non parlo di aggregatori, non mi riferiscono ad Amazon, a IBS, e gestori simili. Voi siete anche più esperti di me. E non ci accapigliamo sull'euro, è il concetto che mi infastidisce. Non è un evento che dovrebbe favorire la lettura? L'intento non dovrebbe essere quello di suddividere la cultura in piccoli, preziosi, mucchi di carta ed elargirla alla collettività? Questo è un discorso che, in verità, sfiora solo alcuni editori; altre case editrici hanno distribuito i loro volumi con percentuali di sconto più o meno interessanti.

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A comprare si compra, perché ti fai prendere dal gioco. È quasi come se Lucignolo ti sfidasse a carambola: lo sai che sei nel paese dei balocchi, lo sai che non dovresti perché è giorno di scuola, ma come fai a dire di no? L'atmosfera, è quella che ti frega. È anche la parte più bella, per me. Perché varchi la soglia e pensi di aver trovato il tuo cantuccio per l'inverno. Perché tutto profuma di cose nuove, e belle, tutte da scoprire. E allora pensi che non sei tu ad esser sbagliata, sono i posti e le persone che frequenti ad esser fuori luogo. 

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Ho partecipato a qualche evento, ho una dedica islandese che non riesco a decifrare e un sacco di spunti sull'editoria da condividere. Piano però, che abbiamo tutto il tempo. 
E a proposito di tempo, oggi è la Giornata Mondiale della Lentezza, primo giorno di una settimana dedicata al passo corto, al respiro lungo. Sapete quanto sia importante per me il respiro. E che vorrei imparare a rallentare, a trattenere l'aria. Magari, a quarantotto anni.






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4 maggio 2014

Napoli COMICON: Salone internazionale del fumetto (16°edizione)

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Ma quante ne ho da farvi vedere? Incontri, eventi, cosplayers: ho catturato un po' di tutto, così nessun dettaglio della 16° edizione del Napoli Comicon sfuggirà al vostro controllo (e dovete ritenervi fortunati, perché quest'anno la fiera ha contato così tante partecipazioni che le sale erano sature e gli ingressi sono stati bloccati). Buon viaggio!

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Lui è Tony Sandoval 
(non quello con la maglietta dei FF, ma quello che disegna!)
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Lui, insomma.
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Claudio Di Biagio, youtuber che gestisce il canale Nonapritequestotubo, ha presentato in anteprima il suo ultimo lavoro Vittima degli eventi, un fanmovie ispirato a Dylan Dog, omaggio dell'omonimo fumetto di Casa Bonelli.
Da sinistra verso destra: Luca Vecchi, Roberto Recchioni, Valerio Di Benedetto e Claudio Di Biagio.
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Oh, ancora il tizio dei FF. Strano, eh?
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Lui è un MITO
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e lui è il figlio del MITO.
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Ecco, lui (quello al centro del mucchio con i palmi rivolti al pubblico) non ho ben capito chi fosse.
Se qualcuno lo riconosce, plachi la mia ignoranza e avrà tutta la mia gratitudine.

AGGIORNAMENTO: Lui è Maurizio Merluzzo. Mi pento e mi dolgo.
Lui è Luis Royo.
Lui sta firmando Le 110 katane, il secondo capitolo della trilogia Malefic Time (Rizzoli Lizard).






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