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27 marzo 2014

Quel qualcosa in più di chi la propria vita sa anche raccontarla

Per intavolare il discorso nel modo giusto dovrò rifilarvi un paio di premesse di apertura. La mia riflessione nasce dall'osservazione di un meccanismo morboso che è sempre esistito ma che negli ultimi tempi è diventato consuetudine: la strumentalizzazione del dolore. Quest'abitudine di sfruttare il dramma altrui per creare notizia non stupisce quasi più ma è, a mio parere, un'operazione così vile che dovrebbe indignarci ogni volta; utilizzare la vita degli altri per raggiungere i propri obiettivi è una delle forme più irrispettose che siano mai state concepite dalla mente umana. Ovvio che, se c'è chi strumentalizza, c'è anche chi permette che questo avvenga: peggiore è, infatti, chi utilizza la propria vita. Non è importante che il guadagno sia economico o sociale; esibire la propria sofferenza per raggiungere uno scopo è una mancanza di rispetto verso se stessi.

Permettetemi di sentenziare senza giusta causa, ma ho sempre creduto che un sentimento è tanto più profondo quando non emerge in superficie, quando si estende, come una malattia, in ogni cellula del corpo, quando anche respirare diventa faticoso. Com'è ipotizzabile tramutare tutto ciò in una merce di scambio? Questi sono i motivi per i quali tendo a non apprezzare gli scrittori, improvvisati o professionisti, che strumentalizzano il proprio dolore per creare un libro ad hoc e trasformarlo in un prodotto ad alto livello emozionale. Eppure è una pratica molto diffusa. Non bisogna andare troppo in là per trovare degli esempi: se avete buttato un occhio ai romanzi presentati dai protagonisti del reality Masterpiece vi sarete senz'altro resi conto che quasi tutti i brani erano basati su drammi personali. La giustificazione è che la scrittura è una cura, una valvola di sfogo che permette di elaborare l'angoscia, di appesantire la carta e alleggerire in cuore. Bene. Ma scrivere è sfogarsi? Solo questo? Che la scrittura sia un mezzo per esprimere se stessi è fuori discussione, ma non necessariamente un'elaborazione personale dovrebbe diventare una pubblicazione globale. Ci sono tanti, troppi, elementi che creano il soggetto libro. 

Però.
Ho terminato pochi giorni fa la lettura di una novella, Voci dalla luna (1984), di Andre DubusPer chi non lo conoscesse, Dubus è stato uno scrittore che ha sofferto molto nella sua vita (vi invito a leggere la biografia per rendervi conto di quanta tragedia sia celata nella sua penna) e uno degli eventi che lo condizionò maggiormente fu un incidente stradale, avvenuto nel 1986, che lo costrinse sulla sedia a rotelle. 

Il primo libro che ho letto è stato una raccolta di racconti, Ballando a notte fonda (1996), e me ne sono innamorata. Spinta dalla curiosità che mi assale quando alcuni autori riescono a trasportarmi nello stato di grazia del lettore soddisfatto, sono andata a cercare informazioni sulla vita di Dubus e mi sono resa conto che molte storie presenti nel libro contenevano tratti di esperienza vissuta, alcuni neanche tanto romanzati: diversi episodi sono stati raccontati dall'autore nel modo in cui sono effettivamente accaduti.

È difficile considerare la scrittura di questo autore prescindendo dai suoi drammi perché il dolore è il primo elemento che raggiunge il lettore. Quel che stupisce è che, al di là di ogni naturale aspettativa, i suoi racconti non si concludono con amarezza, ma lasciano sempre intravedere un barlume di speranza che, anche nelle peggiori situazioni, ci permette di tirare un timido sospiro di sollievo. È una sofferenza che brilla, quella di Dubus, e il contrasto tra dramma e luce sprigiona un'energia irresistibile.

Ecco perché ho voluto leggere un libro che fosse stato scritto prima dell'incidente: per cercare di capire se l'evento avesse condizionato lo stile, se l'avesse falsato, in qualche modo. Quello che ho riscontrato, se fosse mai possibile un confronto tra due testi così strutturalmente diversi, è che la tragedia ha purificato la scrittura dell'autore da tutte quelle barriere di compostezza che contraddistinguono i rapporti umani: il dolore non è affievolito dalla vergogna, dalle buone maniere e della rigidità dell'apparenza, ma si arricchisce di nuova intensità e giunge chiaro, diretto, libero e implacabile. Dramma e luce, ma anche umiltà e rispetto. Rispetto di sé. Dignità. La sofferenza, quando è così decorosa, è ancora più coinvolgente. 

Dubus è solo un esempio, ma ci sono diversi autori che hanno riversato la propria vita nei libri: mi viene in mente David Foster Wallace che ha scritto a più riprese della Cosa brutta, la depressione che poi l'ha portato al suicidio. Tanti altri, come e più di lui, hanno regalato ai lettori strappi di umanità. E allora sì, forse la vita può anche essere strumento di scrittura, spunto e materia grezza di racconti e storie. Ma c'è anche altro: quel qualcosa in più di chi la propria vita sa anche raccontarla. Con tutto il rispetto.



***
Voci dalla luna, Andre Dubus. Mattioli 1885, 2011. Traduzione di Nicola Manuppelli.

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23 marzo 2014

#leggilogiusto: cinque dritte per puntare sul leggero

È un periodo così. Mi prendo del tempo per analizzare, riflettere e approfondire, così io ho più agio per scrivervi e voi avete più spazio per leggermi. E vi ringrazio per aver scelto di far parte di questa cosa, di aver deciso di fermarvi a sentire il resto. Rispetto a prima, mi piace tenere i miei articoli più riservati, lasciare che sia il marinaio più accorto, o più avventato, a raggiungermi, quasi fosse congiunzione astrale; scrivere diventa una questione privata, un'attività al servizio di questa piccola comunità a ristretto giro d'affari. È un club, dovrei solo smorzare un po' l'illuminazione, condensare la grafica e offrirvi un paio di drink di benvenuto. 

È un periodo così. Ma ho deciso di invertire la rotta, assecondare il vento e trascinarvi con me. Tra le altre cose, sono alla ricerca di un romanzo che possa liberarmi da questa forma d'inappetenza letteraria che mi trascino dietro da un paio di settimane. Che sia la primavera? Mi appello a voi, ai vostri consigli di lettura. E che il libro giusto arrivi al suo lettore.

CARLA VALENTINI
Il-racconto-ancella-Atwood-libroIo propongo: Il racconto dell'ancella di Margareth Atwood, romanzo che richiama alla mente 1984 di George Orwell. In un futuro irreale distrutto da guerre, disastri nucleari, incremento alla sterilità e governato da dittature e fanatismo religioso, le donne sono suddivise in base a precise e obbligate mansioni: L'ancella (in grado di portare a termine una gravidanza) è l'io narrante di questo romanzo che ricorda, con una serie di flashback, com'era diversa la sua vita anni prima. Nonostante sia un romanzo inquietante, con vari spiragli di interpretazione, la scrittrice lascia libero il lettore di immaginare il futuro dell'ancella. Vale a mio parere la lettura.

MARCO (http://argonautaxeno.blogspot.it/
il-mastino-della-guerra-Michael-Moorcock
Ci provo con un fantasy per non appassionati di fantasy. Il mastino della guerra di Michael Moorcock, oppure The war hound and the world's pain. (In italiano edizione fantacollana Nord, si trova solo nelle bancarelle.) Trama in breve: Ulrich von Bek, capitano mercenario durante la guerra dei trent'anni, viene costretto nientemeno che da Lucifero a recuperare il santo Graal, con cui il diavolo intende riconciliarsi con Dio; nel frattempo le schiere demoniache, soddisfatte dello status quo, non resteranno a guardare. È uno di quei libri da consigliare a chi non legge fantasy. Non è di ambientazione moderna. Ci sono un paio di momenti spettacolari. C'è un drago, così i lettori più sfegatati di fantasy epica non rimarranno disorientati. Ed è un libro intelligente, che tuttavia si può leggere tranquillamente come un'avventura con effetti speciali.

ARIANO GETA
Tre-uomini-in-barca-Jerome
Colazione-da-Tiffany-Truman-CapotePer le letture "leggere" di qualità posso proporre un classico come Tre uomini in barca di J.K. Jerome e Colazione da Tiffany di Truman CapoteBeh, Tre uomini in barca è un piccolo capolavoro di comicità inglese, un po' datato come stile ma sempre gradevole, e poi certe battute e situazioni fanno ridere sempre, peraltro senza volgarità. Una lettura che fa scoprire il lato frivolo dell'epoca vittoriana, l'esatto opposto dei romanzi coloniali e retorici di Rudyard Kipling. Colazione da Tiffany non racconta una storia in senso stretto, racconta una ragazza, Holly Golightly, vista però attraverso gli occhi del narratore. Ha molte scene "cinematografiche" (forse Truman Capote aveva previsto che il libro sarebbe diventato un film cult) e la lettura scorre leggera, senza impegnare ma senza neppure risultare troppo piatta o banale. Un modo per riscoprire l'origine di uno dei film di maggior successo della vecchia Hollywood.

ANGELA GUGLIELMETTI
Il-club-degli-incorreggibili-ottimisti-GuenassiaIl club degli incorreggibili ottimisti di J. M. Guenassia. Un romanzo perfetto per chi vuole rilassarsi, divertirsi ed imparare. È il romanzo di formazione di un ragazzino che vive a Parigi alla fine degli anni '50. In un bistrò fa amicizia con un gruppo di profughi dell'Est. Ascoltandone i racconti, i litigi, le discussioni, le passioni, Michel impara a riflettere sulla vita, la politica, i sentimenti, gli ideali. Un'opera scritta con mano leggera - il mondo visto da un ragazzino - intrisa di umorismo e malinconia. La raccomando, è un balsamo per l'anima e per la mente!

RENATO MITE (http://www.renatomite.it/)
Così-parlò-Bellavista-Luciano-De-CrescenzoQuestione spinosa. Come te, credo che non si possano classificare i lettori, inoltre ognuno ha un'esperienza unica e personale durante la lettura dei libri. Però credo che si possa fare un distinguo su qualità e leggerezza dei libri, e #leggilogiusto mi sembra un valido sistema per proporre quei libri che divertono con intelligenza. Il primo libro che mi viene in mente è Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo perché è un libro davvero leggero, ti strappa sorrisi e risate, ma allo stesso tempo, se vuoi, puoi trarne spunti di riflessione anche profondi.

Ti piace vincere facile? #leggilogiusto!



#leggilogiusto è una campagna di sensibilizzazione alla buona lettura.
Tra tutti i libri che avete letto scegliete quelli più leggeri e divertenti. Spassosi, ma intelligenti. Creiamo una rubrica ad hoc, a frequenza più che irregolare, e la riempiamo con i vostri consigli di lettura. Magari qualche navigatore distratto passerà di qui, leggerà il titolo che avete proposto e si convincerà a passare in libreria. Magari convertirete qualche peccatore. Magari due. Suggerisci anche tu il libro giusto!

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18 marzo 2014

Anna Karenina, l'esasperazione di Lev Tolstoj

Ho preso appunti, l'avevo promesso e l'ho fatto. Il problema è che da un libro come Anna Karenina, un libro di contato spessore, materiale o esistenziale che sia, dovrebbero partire papiri e papiri di annotazioni, postille e aggiunte. Dovrebbero. Io però, a torto o ragione, ho segnato una sola parola: esasperazioneNei classici, in quei romanzi che resistono all'obsolescenza letteraria, c'è una vastità di sentimenti incommensurabile. Non parlo di profondità ma di larghezza, di estensione: i sentimenti sono esagerati, enormi, e mi sono resa conto che è questa la caratteristica che più apprezzo in trame di tal sorta. Il romanzo di Lev Tolstoj è un'antologia di similitudini, figure retoriche che abbracciano l'immensità e spalancano il cuore al tormento del mondo.
Il suo viso splendeva d'un vivido fulgore, ma questo fulgore non era allegro: ricordava il fulgore terribile di un incendio in mezzo a una notte oscura.
Noi di frasi così non ne troviamo quasi più. Ma posso mostrarvi di meglio. Leggete qui:
Quello che per Vronskij era stato, per quasi un anno, l'unico, esclusivo desiderio che si era sostituito a tutti i desideri della sua vita, quello che per Anna era un impossibile, pauroso e così fascinoso sogno di felicità, quel desiderio era soddisfatto. Pallido, con la mascella inferiore che tremava, egli stava in piedi, chino su di lei, e la supplicava di calmarsi, non sapendo egli stesso di che, di che cosa. 
— Anna, Anna — diceva, con voce tremante — Anna, in nome di Dio! 
Ma quanto più forte egli parlava, tanto più bassa ella chinava la testa, un tempo orgogliosa e gaia, ora vergognosa; e si piegava tutta e scivolava dal divano sul quale era poggiata verso terra, ai piedi di lui; sarebbe caduta sul tappeto s'egli non l'avesse sorretta. 
— Dio mio, perdonami! — diceva, singhiozzando, stringendo al petto le mani di lui. Si sentiva così colpevole e peccatrice che non le restava che prostrarsi e chiedere perdono; ma adesso, nella sua vita, all'infuori di lui, non c'era più nessuno, e a lui volgeva la sua preghiera di perdono. Guardandolo, sentiva fisicamente la propria abiezione, e non poteva più parlare. 
Che disperazione, che magnifico avvilimento. E lui? Come reagisce lui a tutto questo?
Egli, invece, sentiva quello che deve sentire l'assassino quando vede il corpo da lui privato della vita. Questo corpo da lui privato della vita era il loro amore, il primo tempo del loro amore. C'era orrore e ripugnanza nel ricordare quello ch'era stato pagato a un così pauroso prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale soffocava lei e si comunicava a lui. Ma nonostante tutto l'orrore dell'assassino dinanzi al corpo assassinato, occorre fare a pezzi questo corpo, nasconderlo, valersi di ciò che l'assassino, uccidendo, ha conquistato. E con accanimento, con furore quasi, colui che ha ucciso si getta su questo corpo, e lo trascina e smembra: così anch'egli copriva di baci il viso e le spalle di lei. Ella gli teneva stretta una mano e non si moveva. Ecco, questi baci sono il prezzo di questa vergogna. Anche questa mano che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Sollevò la mano e la baciò. Egli si piegò sulle ginocchia e voleva scoprirle il viso, ma lei si nascondeva e non diceva nulla. Finalmente, facendo uno sforzo, si sollevò e lo respinse. Il suo viso era sempre bello, ma faceva tanta più pena.
 — Tutto è finito — disse. — Non ho nessuno all'infuori di te. Ricordalo 
In questa scena, che non è niente di più (e niente di meno) di un rapporto sessuale tra una donna sposata e il suo amante, l'autore carica le frasi come se dovesse riepilogare tutte le emozioni del pianeta e di altri quattro o cinque satelliti presi a caso: Vronskij diventa, al pari di un assassino, colpevole di aver violato l'integrità del corpo con l'irruenza del sentimento, e non si riferisce al corpo di Anna, ma al corpo del loro amore; l'amore prende consistenza e diventa un essere a sé stante, leso, nella sua purezza, dalla volgarità dell'istinto. 

C'è da contestualizzare. Pubblicato per la prima volta nel 1877, il romanzo ritrae la Russia ottocentesca riversata nelle classi sociali d'alta borghesia. Le apparenze, più dei sentimenti, sono pesanti drappeggi di velluto verde smeraldo con il quale le donne si fasciano la vita e sbocciano, lente e maliziose, adorne di roseo imbarazzo, nelle sale riccamente addobbate dei più bei salotti di Mosca. Anna è una rosa selvatica in un campo di margherite; un miscuglio di palpito e decoro, di eleganza e istinto, di anima e affanno. Chiunque la osservi ne rimane affascinato, ma si spaventa appena scorge l'abisso del suo sguardo. Lo scrittore ce lo suggerisce quasi subito, attraverso i pensieri di altri personaggi, quanto la donna sia abbagliante di misterioso incanto.

Leggere Anna Karenina è anche provare ad assimilare tutti i concetti che vengono esposti, e questo è forse il motivo che dilata il tempo di lettura; l'istruzione, il ruolo delle donne nella società e nella famiglia, il progresso, il popolo, la religione: questi sono solo alcuni dei temi affrontati nel romanzo e la loro complessità non permette al lettore di svolazzare tra pagina e pagina con disinvolta irrequietezza. Il passo è rallentato in alcuni punti, anche troppo. Poi però, tra riflessione e riflessione, compare una citazione, una frase, e la trama si rinvigorisce.
— Non voglio offendere, — sembrava dire ogni volta il suo sguardo, — ma voglio salvarmi e non so come.

DONNE, TRADIMENTO E REDENZIONE
Anna Karenina, Effi Briest (1894) e Madame Bovary (1856), formano quella che viene definita la trilogia del matrimonio; Lev Tolstoj, Gustave Flaubert e Theodor Fontane immergono le loro donne nel vortice dell'adulterio e le osservano annaspare tra sensi di colpa e desiderio. Io e altre due blogger abbiamo cooperato affinché si riuscisse ad analizzare il comportamento delle tre protagoniste alla prese con proprio peccato; l'intento era quello di paragonare atteggiamenti di figure diverse in una stessa situazione. 

La mia Anna tradisce per necessitàI due amanti, folgorati al primo sguardo, provano in ogni modo ad allontanarsi; stare insieme è sbagliato per una serie infinita di motivi ma nessuno di questi riesce a giustificare la vita dell'uno senza l'altro. Al di là dell'attrazione è un sogno di felicità ad un unirli; è un esistere, solo se insieme. La società russa non perdona e isola la Karenina in un limbo di indifferenza: nessuno può aver contatti con lei perché parlarle, anche solo riceverla, vorrebbe dire accettare l'inaccettabile. Come se il suo peccato, pari a un'epidemia, si potesse diffondere attraverso una stretta di mano o un cenno del capo. La donna rinuncia a tutto per Vronskj: rifiuta gli agi di una vita rispettosa, abbandona l'integrità dell'immagine e accetta con passivo rammarico le continue lesioni che prendono di mira la sua dignità. Non è più una moglie, non è più una donna e, soprattutto, non è più una madre: Anna rinuncia anche a suo figlio Serëža pur di stare accanto al suo uomo. Ma il peso di queste scelte torna a bussare al cuore di Anna più e più volte, come la marea, col suo ritmo leggero, continuo e implacabile, al punto che il sogno d'amore non è più in grado di lenire le sofferenze ma pare amplificarle: Anna diventa sospettosa e possessiva, e nessuna rassicurazione di Vronskj, per quanto accorata, riesce a convincere la donna della veridicità del suo amore. Ossessionata al pensiero che l'uomo non ricambi il suo sentimento, sicura che le umiliazioni subite non sono più ripagate da una devozione sincera, Anna deciderà, al culmine della follia, di punire l'uomo privandolo dell'oggetto stesso del suo desiderio. 



Anna-Karenina-Tolstoj-libro
Lev Nikolaevic Tolstoj
Anna Karenina 
Traduzione di Leon Ginzburg

Rizzoli
2012
pp. 960
ISBN 9788817067058

Se siete curiosi di sapere come le altre due donne della trilogia hanno gestito i loro sentimenti, vi lascio agli articoli delle mie compagne di studio:

Gustave Flaubert - Madame Bovary  
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13 marzo 2014

La furia cieca dell'America nella pastorale di Philip Roth

Una delle cose che più mi spaventano sono le linee di confine. C'è un divario appena percettibile tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e può capitare di fare un passo in più senza rendersene conto, di ritrovarsi pieni d'orgoglio e immolarsi per un'idea, senza accorgersi che, accecati dalla devozione, abbiamo attraversato la soglia di demarcazione. E quanto conta che il punto di partenza fosse un ideale sano e concreto o un seme di pura follia quando quello che resta sono solo cumuli e macerie? Tutto è giustificato dalla causa, così si dice. La violenza giustifica la violenza, la guerra giustifica altra guerra. Tutto è giustificato. Ma quale convinzione, per quanto nobile e decorosa, sarà mai in grado di dare senso alla morte di un innocente? 

In America puoi ottenere tutto, subito, e perderlo altrettanto rapidamente. È così che l'ho sempre pensata, l'America. AMERICA. Rischi di conquistare il mondo e lasciare te stesso, in America. È un sogno, di quelli che iniziano e non sai neanche come ci sei entrato. E ti guardi intorno, e tutto sembra magnifico. Poi i contorni evaporano, i volti sfumano e l'ambientazione cambia. È sempre lo stesso sogno, ma niente è come prima. Seymour Levov, lo Svedese, è la perfezione fatta uomo. Eccelle nello studio, eccelle nello sport. Sposa Miss New Jersey. Prende il posto del padre nella ditta di famiglia. Compra una casa, in pietra, quella che aveva sempre sognato. Il cielo negli occhi, il sole tra i capelli. Una figlia, Merry. Cos'altro poteva donargli, l'America?

L'aveva realizzata davvero, la sua versione del paradiso.

Uno di quelli col cuore a stelle e strisce. Lui non è che la subiva l'America: lui la inspirava profondamente e la lasciava fluire tra polmoni e narici fin quando ne era saturo. Lui la possedeva, l'America. Fino al momento in cui è stata l'America stessa, dall'alto del suo splendore, a rovesciarsi e a mostrargli l'oblio della sua ombra. Quella «peste americana che, infiltrandosi nel castello dello Svedese, aveva contagiato tutti», distrugge ogni cosa. L'America gli scoppia nelle vene.
È Nathan Zuckerman a raccontarci questa storia, quel Nathan che abbiamo già incontrato ne La macchia umana, e che molte altre volte appare nei libri di Philip Roth.

In un'intervista rilasciata qualche mese fa a The Wrap, lo scrittore, confermando ancora una volta il suo addio alla scrittura, ammette che, dopo aver pubblicato il suo ultimo romanzo, Nemesi (2010), si è riletto tutto. Roth afferma che ogni scrittore cambia, da libro a libro: è la stessa voce, ma ogni volta si curva in un'intonazione diversa. Tra i suoi lavori, quelli che preferisce sono Il teatro di Sabbath e Pastorale Americana (Premio Pulitzer per la narrativa, 1998). I protagonisti dei due romanzi sono agli antipodi: il burattinaio Mickey Sabbath dà vita ad un teatrino di perversione e decadimento. È un libro che la maggior parte degli adepti dell'autore fatica ad apprezzare, quasi ad ammettere che esista. Un personaggio gretto e lascivo, sessuale senza essere attraente, privo di tutta quella costruzione in basso rilievo con la quale Roth è solito impressionare i suoi lettori. Ma Sabbath è libero, questo sì, ha tutto il diritto di sbagliare perché da uno come lui nessuno si aspetta nulla. La caduta di Seymour Levov è inarrestabile: la rigidità del suo carattere virtuoso è burro che incrementa la velocità nella discesa e amplifica l'impatto con terreno. Se avesse fatto la cosa sbagliata, per una volta, l'azione giusta per sé, senza pensare al benessere di tutti, forse sarebbe andata diversamente. Se avesse preso posizioni scomode ma decise, se fosse stato meno accomodante e più presente a se stesso. Forse. Perché poi subentra quel senso di giustizia e ingiustizia, di bene e crudeltà, che è personale, che si può provare a spiegare ma non si può insegnare. La linea di confine. Contro questa, nessuno può.
Al circo c'è a volte un artista, reclamizzato come il mangiatore di fuoco, che nel suo numero dà al pubblico l'impressione che le fiamme gli escano da bocca, e là, nella strada di quella città del Vietnam del Sud, questo monaco con la testa rasata dava l'impressione che le fiamme, invece di assalirlo dall'esterno, guizzassero nell'aria dall'interno, non soltanto dalla bocca, ma, in un'istantanea eruzione, dalla testa, dalla faccia, dal petto, dal ventre, dalle gambe e dai piedi. [...] dapprincipio parve proprio un numero da circo, come se ciò che si stava consumando non fosse il monaco ma l'aria, come se il monaco, senza farsi male, avesse incendiato l'aria che lo circondava.


pastorale-americana-philip-roth-einaudiPhilip Roth
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Einaudi
2013 
pp. 472
ISBN 9788806218034
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7 marzo 2014

Se una notte d'inverno Italo Calvino mi avesse invitata a ballare

Tra le mie passioni è d'obbligo ricordare anche la danza; appena otto mesi di balletto classico quand'ero un paffuto bozzolo di femmina e quattro anni di leggiadria post-adolescenziale. A vent'anni  ho smesso. Prima di appendere le scarpette al chiodo, ho provato ogni tipo di stile; a pensarci oggi, che bastano un paio di rampe di scale a mandarmi in collasso la milza, mi sembra impossibile. Partii dai balli di coppia, e fu proprio lì, lezione dopo lezione, che venne fuori una delle mie deformazioni caratteriali più ignobili: la prepotenza del comandoPuntualmente, il maestro mi scollava dal partner e mi trascinava in un giro di salsa con l'intento di ammorbidire la mia postura. "Tu sei la donna, devi farti condurre dall'uomo!". Niente, il mio corpo non recepiva il messaggio. Allo scadere dell'ultima giravolta, il maestro mi riconduceva dall'accompagnatore d'origine, sollecitando il malcapitato a controbilanciare la forza con altra forza, e si allontanava a capo chino massaggiandosi il polso.

Io voglio comandare, o meglio, io voglio condurreNon è un volere espresso, è più un consiglio tacito, del tipo che forse se facciamo come dico io viene meglio. Con i libri è lo stesso: per quanto mi lusinghi l'idea di seguire un percorso di parole creato apposta per me, è difficile che qualcuno riesca a impormi un passo che non è il mio. Ma in questo gioco-forza, ammetto la mia sconfitta: Italo Calvino mi ha battuta.

Se una notte d'inverno un viaggiatore è la concretizzazione di un paio di concetti che abbiamo già riscontrato nelle più recondite pieghe delle Lezioni americane
La molteplicità, innanzitutto: il romanzo non deve essere considerato un unicum, bensì una creatura fluida, flessibile, diversificata e multiforme. Il libro di Calvino, a rigor di definizione, si disperde in diversi sentieri narrativi che, partendo da un nucleo comune, si biforcano in altrettante direzioni. E poi la potenza degli incipit, quella magia tutta speciale di una cosa che inizia. Le aspettative del cominciare, lo svelamento centellinato dei particolari, l'attesa della storia: tutti questi elementi, Calvino li inserisce nel suo esperimento letterario e la struttura che vien fuori, tra il capriccio del molteplice e la delizia del principio, è un libro formato da dieci inizi di dieci romanzi, collegati a un'unica storia-madre. L'iper-romanzo. Il meta-romanzo, lo chiamano gli altri.

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Fausto Melotti, IL MAGAZZINO DELLE IDEE (1980)
La copertinaTutti i testi dello scrittore, editi da Mondadori, ripropongono un'opera di Fausto Melotti. Se una notte d'inverno un viaggiatore ritrae Il magazzino delle idee, una scultura di ottone e bronzo piena zeppa di particolari da interpretare. A proposito dell'artista, Calvino disse: «Il suo uso di materiali poveri e deperibili - asticelle di ottone saldate, garza, catenelle, stagnola, cartoncino, spago, fildiferro, gesso, stracci, - è il mezzo più veloce per raggiungere un regno visionario di splendori e meraviglie, come ben sanno i bambini e gli attori shakespearianiE quest'affermazione, nel parallelo tra i bambini e Shakespeare, ci suggerisce quanto l'occhio di Calvino fosse rivolto, in ogni occasione, a un pubblico vasto ed eterogeneo.

Elio Vittorini, interrogato sullo stile delle opere calviniane, rispose che queste possono essere lette "sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia in un senso di fiaba a carica realistica". In effetti è così: si ha l'impressione che la storia scivoli sulla pelle con il tepore di una leggenda, una narrazione lieve, ma poi si scopre che quella materia si appiccica addosso con una brutalità che tende più alla realtà che all'immaginazione. Ho apprezzato le incursioni dell'uomo e dello scrittore nelle voci dei personaggi: piccole confessioni, disagi mal celati, ammissioni e contraddizioni.
Nella lettura avviene qualcosa su cui non ho potere. 
Io continuo a leggere Calvino, a cercarlo senza sosta. Non è il mio romanziere preferito, il suo modo di raccontare non sempre accende il mio interesse, eppure non riesco a staccarmene. Quello che mi affascina fuori misura è la tendenza alla sperimentazione. Ogni opera è qualcosa "che sembra ma non è". Come l'acqua. Calvino è l'acqua della letteratura: si adatta ad ogni forma, ma non è ascrivibile in alcun perimetro; basta aprire la bottiglia, togliere il coperchio, voltare la pagina, e lui sparisce con un guizzo.
Il risultato cui devo tendere è qualcosa di preciso, di raccolto, di leggero.
E se una notte d'inverno Italo Calvino mi avesse invitata a ballare, io mi sarei lasciata trasportare in questo folle movimento. Che non sarebbe stato un valzer, un tango o una tarantella: sarebbe stato tutto questo insieme e molto altro ancora. 
La musica però, quella l'avrei scelta io.

danza-merlotti-calvino
Fausto Melotti, LA DANZA (1972)
- Ripresa nella copertina de IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI -



se-una-notte-dinverno-un-viaggiatore-calvino-libro
Italo Calvino
Se una notte d'inverno un viaggiatore
Mondadori 
2000 
pp. 368 
ISBN 9788804482000
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4 marzo 2014

Per principio

– Cosa vuoi dire? 
– C'è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall'altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un'altra cosa, che non è quello che voglio io. È una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.
(da Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Mondadori, 2000)


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