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25 febbraio 2014

«Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura»

La cronaca perde potenza rimbalzando da un canale all'altro, e sembra così lontana, finché non viene a bussare alla tua porta. Al tuo paese, in questo caso.
Napoli, muratore si fa il segno della croce e poi si butta sui binari.
La notizia è di un paio di settimane fa. Mi ha scossa, al di là del dramma, la coincidenza degli avvenimenti: proprio in quei giorni stavo terminando il mio viaggio con Anna Karenina. Quella di Lev Tolstoj è una delle storie più conosciute al mondo, quindi credo non svelarvi nulla che non sappiate già se riporto un passo tratto dalla morte della protagonista.
Voleva lasciarsi cadere sotto il primo carrozzone che giunse col tratto di mezzo alla sua altezza; ma il sacchetto rosso, ch'ella si mise a togliere dal braccio, la tratteneva, ed era già tardi: il tratto di mezzo le era passato accanto. Bisognava aspettare il carrozzone seguente. Un sentimento simile a quello ch'ella aveva provato quando, facendo il bagno, si preparava a entrare nell'acqua, la prese ed ella si fece il segno della croce. 
Non è mia intenzione banalizzare l'accaduto facendo il parallelo con il romanzo, anzi, è il contrario: se pochi giorni prima il suicidio di Anna era qualcosa di sospeso sulla carta, un passo importante, sì, ma immaginato e di conseguenza meno sofferto, questo avvenimento l'ha realizzatoQuello che mi fa riflettere è la differenza con cui la stessa notizia attecchisce nello spirito. La tragicità di un gesto del genere è incommensurabile: ti lascia addosso paura, tristezza e un'assordante confusione. Per quanti motivi la nostra mente possa ipotizzare, non c'è niente che sembri giustificare una decisione così risolutiva. Nei libri, il suicidio diventa la logica conseguenza, la soluzione.

Diversi autori hanno trascinato l'argomento nei loro testi. Nel saggio Il mito di Sisifo, Albert Camus afferma che vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio, e prosegue annoverando alcuni meccanismi di difesa che l'uomo può attuare per tutelarsi dall'assurdità dell'esistenza. Sulla falsariga del collega, Kundera sottolinea la fatica condivisa insita nell'accettazione dell'insostenibile precarietà umana. Ancora, ne Il lupo della steppaHermann Hesse allevia le sofferenze del suo protagonista concedendogli la possibilità di appellarsi all'idea del suicidio come ipotetica via d'uscita qualora la vita non riuscisse a fornire una soluzione migliore.

Infine, La confessione di Lev TolstojHo deciso di leggere questo libro perché in Anna Karenina lo scrittore, più o meno consapevolmente, lascia briciole di fede così minuziose e lucenti che non ho potuto fare a meno di seguire il suo percorso di conversione. Attraverso le pagine del romanzo, Tolstoj professa una credenza instabile e acerba, un bisogno viscerale di affidarsi alla religione ma una razionalità di fondo che non lascia spazio a nessun tipo di culto. Nel memoriale, di cui parleremo più avanti, Tolstoj traccia insieme al lettore il suo cammino di luce, ma anche lui ammette di aver passato un periodo nel quale il pensiero del suicidio era unico riparo da un mondo privo di senso.

La soluzione, ancora quella parola. La soluzione alla vita è la non-vita? È questo che impariamo dai libri? Ovvio che pensiero e azione non sono sempre l'uno il seguito dell'altro; c'è chi riesce ad attraversare il fiume e, più o meno indenne, raggiunge l'altra sponda con un accenno di serenità. C'è chi, come Tolstoj, si aggrappa alla fede e questo è, tralasciando le convinzioni personali, un segno di speranza, perché ci mostra che la salvezza si nasconde anche in una sola motivazione. Ma ciò vuol dire che porre fine alla propria vita significa soltanto non aver trovato l'appiglio giusto? È la motivazione? Una motivazione di vita a fare la differenza? Non dovrebbero valere, al contrario, dieci, cento, mille, giustificazioni di morte? E neanche quelle basterebbero. Non dovrebbe essere "Io scelgo di vivere perché...". Non dovrebbe essere un'opzione, la vita. 

È un argomento così delicato che ogni frase è un azzardo. Non so come ne sono entrata e non riesco ad uscirne. Mi sembra di essere in bilico tra retorica e blasfemia, e più domande cerco di soddisfare, più perplessità mi aspettano al fronteLa scrittura è, tra le altre cose, prova di esorcizzazione, a prescindere dalle conclusioni. 



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23 febbraio 2014

Orpelli

Quello che avvertite è il fermento del cambiamento. Ancora sì, perché la mia pelle freme, e il bisogno di mutare, trasformare e alterare diventa pressante. Necessario. Primario. Devo solo cercare di capire in che direzione muovermi, come incanalare il blog in questo clima di rinnovamento cellulare che sto vivendo. Ci penso. E che schiamazzare in pubblica piazza è un piacere così incalzante che vorrei farlo sempre al meglio, che non è un meglio oggettivo, è il mio meglio, il meglio che può venir fuori da me. Perché quando io scrivo, scrivo per ognuno di voi. Mi rivolgo a te, a te, a te e a te. Ti spalmo un po' della mia vita davanti agli occhi così che tu possa decidere se fermarti e prendere posto. Se ci stai comodo. Le persone sono comode. Quelle a cui voglio più bene sono comodissime. Come poltrone che hanno preso forma, io mi rintano in loro ogni volta che il mondo mi sembra troppo grande. Io vorrei che questo posto fosse la tua fermata, il tuo posto, la tua poltrona. E non posso farlo, non al meglio, se non ti parlo di me. Tu riesci a vedermi? Io sono nelle pagine di ogni libro che leggo, dietro ogni schermo dei film che guardo. Io sono in ogni parola che stai leggendo. Non vorrei lasciarti andare. E tu non lasciarmi andare. 



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22 febbraio 2014

#leggilogiusto: consigli giusti per tutti i gusti

Qui i primi cinque consigli di quello che nasce come un movimento di sensibilizzazione alla lettura "giusta". Nelle intenzioni almeno, che sono tanto buone e poco pretenziose, perché la qualità è interpretata in modo diverso da ogni lettore. Esiste un'obiettività di fondo? Mentre voi ponderate sulla questione, io vi lascio ai libri consigliati e passo a prendervi dopo.

Io suggerirei i Diari Minimi di Umberto Eco. Sono due raccolte di brevi scritti, per lo più apparsi come "Bustine di Minerva" sulle pagine delle riviste "Il Verri", "Il Caffè", "l'Espresso" e "Pirelli". Pubblicati nel '63 e nel '92 danno un magnifico spaccato dell'evolversi dell'attualità in più di due decadi. Sono brevi, e quindi anche un lettore che fatichi a tenere la concentrazione ha spesso modo di tirare il fiato. Non ultimo sono generalmente ironici o satirici: un sorriso che rende molto più facile la lettura. 


A proposito di #leggilogiusto, il primo libro su cui punto, anche perché l'ho riletto da poco, è La camera di sangue di Angela Carter. Truce, divertente, profondo, magnificamente scritto. Sono reinterpretazioni e approfondimenti in chiave simbolica di fiabe classiche, da Barbablù al Gatto con gli stivali, con una predilezione per le atmosfere di stile gotico. Dalla parte centrale del libro, tutta dedicata al tema del lupo (e dell'uomo lupo), il regista irlandese Neil Jordan ha tratto il film: "The company of wolves".


Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Per lo stile narrativo strano, inusuale, spiazzante, ma anche ironico e divertente. Una storia che alla fine tira in ballo delle tematiche anche toccanti, crude e commoventi, ma che per altri versi è assolutamente esilarante. Lo definirei denso e leggero nello stesso tempo. Volevo suggerirti anche Amélie Nothomb, tanto perfida quanto divertente. Molto brava nell'osservare i difetti umani sotto una lente ironica e graffiante. Libri strepitosi: Cosmetica del nemico e Le catilinarie.



Vorrei suggerire Mammiferi di Pierre Mérot.
Si tratta di un agile e caustico romanzo familiare che ruota attorno alla vita di un personaggio detto "lo zio". 
Lo zio è il figlio fallito (a ogni famiglia è necessario un fallito), adulto ma mai cresciuto, incapace di stabilizzare il lavoro o la relazione con una donna. 
Alcolizzato, per fortuna.


L'ho finito pochi giorni fa il #librogiusto, perfetto connubio tra leggerezza ed emozione non banale, Stagioni diverse, Stephen King: quattro racconti, tre capolavori. Dal primo è stato tratto "Le ali della libertà", dal terzo "Stand by me - Ricordo di un'estate" (anche dal secondo è stato tratto un film che non ho visto, però). Dopo anni passati ad ignorare Stephen, relegato a lettura preadolescenziale ritrovarlo mi ha fatto bene, e almeno due dei racconti sono piccoli capolavori!


Variegato, affogato e granellato. Ma se proprio devi leggerlo, allora #leggilogiusto!



#leggilogiusto è una campagna di sensibilizzazione alla buona lettura.
Tra tutti i libri che avete letto scegliete quelli più leggeri e divertenti. Spassosi, ma intelligenti. Creiamo una rubrica ad hoc, a frequenza più che irregolare, e la riempiamo con i vostri consigli di lettura. Magari qualche navigatore distratto passerà di qui, leggerà il titolo che avete proposto e si convincerà a passare in libreria. Magari convertirete qualche peccatore. Magari due. Suggerisci anche tu il libro giusto!

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18 febbraio 2014

Saving Mr.Banks: Mary Poppins e la magia del vento dall'est

Ognuno di noi ha un nodo d'infanzia. È un termine che non esiste, ma del quale mi approprio per spiegarvi cosa rappresenta per me Mary Poppins. Un nodo d'infanzia è un punto che collega il bambino con l'adulto, un ricordo che continua a stazionare nella nostra memoria e, ogni volta che torna a pulsare, quell'appiglio ci riporta indietro, attraverso gli anni, nel posto esatto in cui tutto appariva relativamente perfetto. Ho avuto la possibilità di assistere all'anteprima di Saving Mr. Banks, il lungometraggio di John Lee Hankock che uscirà nelle sale il 20 febbraio, e ve ne parlo con tutta la soggettività che mi compete.

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Il film ripercorre un corteggiamento ventennale: quello attuato da Walt Disney (interpretato da Tom Hanks) verso Mary Poppins, il romanzo della scrittrice P. L. Travers (Emma Thompson), allo scopo di ottenere i diritti per strappare la bambinaia dalle pagine del libro e portarla sul grande schermo. Dopo anni di continue pressioni, l'autrice si reca a Los Angeles per valutare la possibilità di creare una trasposizione cinematografica, con la speranza che lo spirito eccentrico e burlone del Signor Disney non stravolga i suoi personaggi. La scrittrice non cede a lusinghe e compromessi e rigetta ogni dettaglio ideato dagli sceneggiatori: tutto è impreciso, banale, inesatto e male interpretato. Walt Disney cerca di soddisfare le richieste della Signora Travers in ogni modo possibile ma sembra tutto inutile. «Mary Poppins e i Banks sono la mia famiglia», ammette la scrittrice. Come può lasciarli andare? Il libro, che ho recuperato proprio in occasione del film, è una lettura spensierata. Pubblicato dalla casa editrice Rizzoli, Mary Poppins è il primo capitolo di una serie di volumi dedicati alla tata praticamente perfetta sotto ogni aspettoIl film mi è piaciuto da subito, da quel giro di pianoforte, quando ancora sfuma il nero, che mi è tanto familiare.
Vento dall'est
la nebbia è là
qualcosa di strano fra poco accadrà.
Troppo difficile capire cos'è  
ma penso che un ospite arrivi per me.
La musica è una delle componenti più importanti del film; non a caso Thomas Newman ha ottenuto la nomination agli Oscar 2014 per la miglior colonna sonora. Non entro nel merito dell'interpretazione dei due attori protagonisti perché credo che, al di là del talento indiscusso del singolo, sia la particolarità della vicenda narrata a caratterizzare l'intera pellicola. Il titolo cela una spiegazione importante che collega entrambi i film all'anima del romanzo: Saving Mr Banks è la storia di una bambina che vola aggrappata ai propri sogni e di un'adulta che ha paura di cadere dal tetto di illusioni che ha faticato a crearsi

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Valanghe, fiumi e torrenti di buoni sentimenti. Commozione a buon mercato. E che male c'è? Emozionarsi ancora, anche questa è magia. Mary Poppins è il mio nodo d'infanzia. Non credo di averne ancora molti; quei pochi che ho cerco di tenermeli stretti.  

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15 febbraio 2014

La casa di carta di Carlos María Dominguez

Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un'automobile.
Questo è l'incipit de La casa di carta di Carlos María Dominguez, l'ultimo racconto che ha deciso di prendere posto nella mia libreria. Perché sì, i libri decidono. Fanno un po' quel che vogliono. È una sorta di predestinazione, quel libro che compare in quel preciso momento. Non è un caso che Carlos sia venuto a bussare alla mia porta poco dopo Bárður, il romantico pescatore di Paradiso e inferno. In una realtà dove i sentimenti sono venduti in buste di cellophane a 0,99 euro al kilo, leggere di uomini che vivono, e muoiono, per una passione, mi emoziona; il loro modo di esistere stride così tanto con quello che siamo abituati a vedere che le loro storie diventano magiche. Fluttuano a un metro dal mondo. E se poi si scopre che questo amore morboso è legato ai libri cosa possiamo chiedere di più?

Una copia del romanzo La linea d'ombra di Joseph Conrad giunge nelle mani della voce narrante, un docente argentino incaricato di sostituire la collega, Bluma Lennon, morta in un incidente stradale poco tempo prima. Il libro, avvolto in una busta, era indirizzato proprio a lei. Incrostato di cemento, polvere e nostalgia, riporta una dedica datata 8 giugno 1996:
«Per Carlos, questo romanzo che mi ha accompagnata di aeroporto in aeroporto, come ricordo dei folli giorni di Monterrey. Mi dispiace, sono un po' strega e l'ho capito subito: tu non faresti mai nulla che possa sorprendermi».
La dedica è stata scritta da Bluma, il professore riconosce la calligrafia. E Carlos, il protagonista, chi è? Carlos è Mendel di Stephan Zweig, è Hanta di Bohumil Hrabal; un personaggio che non esiste, perché è troppo puro per essere reale. La casa di carta è un racconto piacevole, un morso di follia e tenerezza. Non voglio aggiungere altro perché rischierei di dire troppo o, peggio, di parlare di nulla. E poi secondo me questi libri piccini vanno presi anche un po' così: a istinto.
Ci fu chi lesse I pirati della Malesia e divenne professore di letteratura in remote università. Demian condusse all'induismo decine di migliaia di giovani, Hemingway ne fece degli sportivi, Dumas mandò all'aria la vita di migliaia di donne, e non poche scamparono ai suicidi grazie ai manuali di cucina. Bluma ne fu vittima. Ma non fu l'unica.


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Carlos María Dominguez
La casa di carta 
Traduzione di Maria Nicola

Sellerio
2001 (III edizione)
pp. 96
ISBN 9788838925559

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11 febbraio 2014

A sangue freddo: il Truman Capote di Philip Seymour Hoffman

Sei anni. Ci sono voluti sei anni affinché Truman Capote terminasse il suo libro. Una stesura lenta e sofferta: «nella mia vita nulla sarà più come prima»A sangue freddo (1966) è considerato il capostipite del romanzo-verità, un ibrido tra letteratura e giornalismo. Niente del genere era stato scritto prima di allora, niente che fosse riuscito a far combaciare in modo così preciso lo stampo della cronaca e l'impronta del romanzo. Il periodo travagliato che Capote dedicò al libro è stato trasposto nel film Truman Capote - A sangue freddo, un lungometraggio del 2005 diretto da Bennett Miller e interpretato da Philip Seymour Hoffman.

Non è un caso che parli di lui, di Hoffman, proprio oggi. Ma questa non vuol essere una commemorazione; è una celebrazione, un omaggio a un attore che ho seguito, nella sua carriera, con interesse sempre crescente. 

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I film che contano la sua presenza sono diversi. Non c'è persona al mondo che non riconosca i suoi lineamenti, che non scorga familiarità nei suoi occhi grigi, nel volto avvampato e in quei capelli che sono stati in grado di concepire la tonalità più bianca del biondo. Considerato uno dei maggiori esponenti del cinema indipendente, Hoffman ha lasciato in ogni cinefilo un vuoto diffuso e condiviso. Io lo ricordo in due film del 1999, Magnolia e Il talento di Mr. Ripley, in Red Dragon e ne La 25ª ora, entrambi prodotti nel 2002. Irriverente in ...e alla fine arriva Polly, un film del 2004Ancora, in Mission Impossibile III (2006). Indimenticabile in Onora il padre e la madre (2007) e ne Il dubbio (2008), interpretato in coppia con una formidabile Meryl StreepMa è Truman Capote che regala a Hoffman l'Oscar, ed è di questo che dobbiamo parlare, di come l'attore sia riuscito a trasferire sullo schermo un personaggio così complesso. 

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TRUMAN CAPOTE di Bennet Miller
Sceneggiatura di Dan Futterman
Genere: biografico
2005
114 min
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A SANGUE FREDDO di Truman Capote
Traduzione di Mariapaola Ricci Dèttore
Garzanti
2005
pp. 391















Ci sono stata attenta, questa volta come mai prima d'ora. Ho prestato attenzione al movimento delle palpebre, alla cadenza del respiro, ai movimenti quasi impercettibili delle labbra. Hoffman è stato perfetto: ha affrontato il ruolo con una precisione chirurgica, la stessa accortezza che Capote metteva nella sua scrittura; l'accuratezza estrema con la quale lo scrittore sceglieva le parole è la scrupolosità con la quale l'attore decideva il momento giusto per ravvivare i capelli o inforcare gli occhiali. 

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Truman Capote e Philip Hoffman

La vicenda che colpì Truman Capote al punto scriverci un intero libro fu un fatto di cronaca accaduto a Holcomb, una tranquilla cittadina del Kansas: un'intera famiglia sterminata in una sola notte. I Clutter: padre, madre e due figli, Kenyon e Nancy, folgorati da quattro colpi di fucile in pieno volto. La polizia si mobilita per dare un nome a chi ha compiuto un gesto così efferato ma non c'è movente che possa aiutare a rintracciare i colpevoli. L'aggravante, oltre alla tragicità dell'accaduto, è proprio questa: i Clutter erano una famiglia rispettata e ammirata, una roccia di velluto in mezzo al deserto.
L'impressione non sarebbe stata neppure la metà se fosse accaduto a chiunque altro che non fossero i Clutter. Chiunque altro meno ammirato. Prospero. Sicuro. Ma quella famiglia rappresentava tutto ciò che la gente di qui apprezza e rispetta veramente, e che una cosa simile possa essere accaduta a loro... bè, è come sentirsi dire che Dio non esiste. Fa apparire inutile la vita. [...] Se una cosa del genere ha potuto accadere a loro, chi è al sicuro allora, domando io.
Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, due ragazzi appena usciti dal carcere, pensavano che il colpo organizzato per derubare casa Clutter li avrebbe arricchiti ma, una volta sul posto, non avevano trovato il denaro. Come reagisce la mente umana di fronte agli imprevisti? Capote non si lascia sfuggire alcun dettaglio: segue le indagini della polizia e, una volta che i due giovani vengono riconosciuti e arrestati, si reca in carcere ogni volta che può per riuscire, poco alla volta, a scandagliare l'anima dei protagonisti del suo romanzo. La storia sembra non avere mai fine: tra appelli e rinvii, il destino dei colpevoli è incerto e lo scrittore non può terminare l'ultimo capitolo senza la sentenza definitiva. La frequentazione tra Capote e Perry, in quel periodo, diventa sempre più assidua. I due si avvicinano, accomunati dal peso di un'infanzia disastrata. 

C'è una scena del film in cui Catherine Keener, che interpreta la scrittrice Harper Lee, domanda a Capote-Hoffman se pensa di essersi innamorato di Perry. Truman ammette di non essere sicuro della risposta e continua: «È come se fossimo cresciuti nella stessa casa. E un giorno lui è uscito dalla porta sul retro e io da quella davanti.»

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Perry Smith (Clifton Collins Jr.) e Truman Capote (Philip Hoffman)

A sangue freddo è il modo in cui gli omicidi sono stati compiuti ma è anche l'approccio con il quale la storia è stata raccontata: non c'è emozione nella scrittura di Capote, nessuno slancio, nessun giudizio etico o morale che possa chiarire la sua posizione, tant'è che lo scrittore verrà accusato di cinico voyeurismo per il distacco utilizzato nel narrare un avvenimento così drammatico. Una freddezza che è solo la superficie piana di un'angoscia più profonda. 

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A-sangue-freddo-Truman-Capote-Philip-Seymour-Hoffman

Nessuno saprà quanto A sangue freddo mi sia costato. 
Mi ha scarnificato fino al midollo delle ossa.

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... dopo mi è accaduto qualcosa.



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7 febbraio 2014

Ascolta le mie parole, ascolta la tua Cordelia

Johannes, non ti chiamo mio.
Non lo sei mai stato, lo so bene, e io ho pagato molto duramente la felicità che quest'idea un tempo mi dava. Tuttavia ti chiamo mio: mio seduttore, mio ingannatore, mio nemico, mio assassino, abisso del mio tormento. Ti chiamo mio e mi chiamo tua: ora possano le mie parole suonare come una maledizione su di te, per tutta l'eternità, queste parole che un tempo lusingavano le tue superbe orecchie, quando davanti a me ti prostravi adorante. 

No, non rallegrarti, non credere ch'io voglia suscitare il tuo scherno perseguitandoti o armandomi di un pugnale! Fuggi dove vuoi, io rimango tua, giungi fino al confine del mondo, ama pure centinaia di donne, io sono tua, tua, fino al momento della morte.Le mie parole così ostili a te non fanno che confermarlo: io sono tua.Hai osato ingannarmi fino al punto di diventare tutto per me e io non desideravo altra gioia che essere tua schiava. Io sono tua, tua, tua, sono la tua maledizione. 
Tua Cordelia.
 (da Diario di un seduttore di Søren Kierkegaard. Traduzione di Attilio Veraldi)


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4 febbraio 2014

#leggilogiusto: leggero sì, ma di qualità. Proponi il libro giusto!

Non mi piace fare distinzioni tra lettori e lettori. Non mi sento più lettrice di altri solo perché leggo qualche libro in più rispetto alla media, e non mi sento più intelligente. Ognuno ha le proprie inclinazioni, e gestire il tempo in assoluta libertà, senza restrizioni di sorta, è un diritto insindacabile. Ma allo stesso tempo non riesco a non chiedermi perché leggere per svago diventi approcciarsi a romanzi senza alcun valore. È più forte di me. Non è vero che "tutto è bene quel che si legge bene", abbattiamo questi miti polverosi. Dipende. Dipende dai libri. Certe volte è meglio andare a fare un giro in centro, guardare un film, parlare con un amico, piuttosto che passare ore a macinare pagine vuote. 

#leggilogiusto-letture-leggere-libri-leggereLa lettura è prima di tutto un'attività ricreativa, su questo non si discute, ma se si decide di passare il tempo in compagnia di un libro, perché sceglierne uno di pessima qualità? Perché non cercare qualcosa che sia rilassante e spassoso, ma che sia anche valido? Che sia un prodotto pensato. Che sia un libro. Non è vero che i lettori forti non sanno divertirsi. Non è vero che rincorrono letture impegnate solo per sentirsi migliori. Anche noi vogliamo ridere, distenderci, lasciarci alle spalle tutto quello che dovrebbe andare ma non va. Anche noi vogliamo staccare.

Ma queste sono tutte chiacchiere. I fatti, vogliamo i fatti. Ecco perché ho deciso che sarete voi a proporre le letture giuste. Tra tutti i libri che avete letto scegliete quelli più leggeri e divertenti. Creiamo una rubrica ad hoc, a frequenza più che irregolare, piena di tutti i vostri consigli di lettura. Magari qualche navigatore distratto passerà di qui, leggerà il titolo che avete proposto e si convincerà a passare in libreria. Magari convertirete qualche peccatore. Magari due.

Voi mi scrivete, mi chiamate, mi citofonate e mi segnalate il vostro libro giusto. Mi bastano un paio di righe: ditemi di che libro si tratta e perché pensate che sia il perfetto connubio tra leggerezza e consistenza. C'è anche l'hashtag, #leggilogiusto, perché neanche l'influenza raggiunge il potere virale dei social. 

Diffondiamo il verbo, sovvertiamo il fenomeno della massificazione, conquistiamo il mondo, calpestiamo la luna e tappiamo il buco dell'ozono. Ama il prossimo tuo come te stesso... e suggeriscigli il libro giusto!



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3 febbraio 2014

Buona apocalisse a tutti!

Ci rinuncio. Io non riesco più a stare al passo con me. Neanche la lista dei buoni propositi è servita a darmi un senso di disciplina. È che vorrei essere capace di leggere un libro alla volta, di parlarne, e di passare alla lettura successiva. E invece no. E invece continuo ad accavallare, a rimandare, e quando torno a scrivere mi resta un vortice indefinito di sensazioni. Un grumo sconclusionato di impressioni. L'albero della cuccagna con milioni di premi da tirar giù. Io sono anche miope, quindi non è che sia tutta questa gran cosa ammirare dal basso cotanta frondosità. 

Di Buona apocalisse a tutti! avrei dovuto parlarne già da tempo; primo perché è il secondo libro che ho letto in modalità Gruppo di lettura, e secondo perché il romanzo mi ha lasciato qualche considerazione che mi preme condividere. Quello che penso del libro è presto detto: Buona apocalisse è un fantasy, e io col genere non vado molto d'accordo. Mi stenderei volentieri sul lettino dello psicanalista a scandagliare i motivi per i quali rifuggo da tutto quello che è fantastico. Nella lettura più che mai. È che, Dottore, io sono inevitabilmente attratta dai libri che mi fanno soffrire, quelli che mi scartavetrano il cervello e mi grattugiano lo spirito. Un racconto fantastico è irrealizzabile per definizione, non può riproporsi nella realtà; l'assurdità è innocua, e per me non ha fascino. Non c'è  amore senza sofferenza. O no? Dottore, mi dica lei.

Tralasciando le mie discutibili tendenze al masochismo letterario, Buona apocalisse è un bel fantasy. Il migliore, in base alla mia razionata esperienza. È un libro divertente, e questa non è una qualità così scontata; la buona comicità presuppone un alto grado di intelligenza perché il rischio di cadere nel ridicolo, o nel patetico, è dietro la copertina. Terry Pratchett e Neil Gaiman hanno saputo dare al loro componimento a doppia penna un'ironia sottile e piacevole. La caratterizzazione dei personaggi è l'elemento che più mi ha sorpreso: un variegato di pazzia e consuetudine nel quale spiccano due protagonisti di alto rango: Azraphel e Crowley, un angelo e un demone alle prese con un'imminente apocalisse.
Offrite alla gente un credo nuovo e un bel costume di scena, 
e vi si concederà anima e corpo.

È un libro di qualità, a prescindere dalle singole preferenze. Questo mi ha fatto pensare. 
Ma di riflessioni, di progetti e di letture di valore ne riparleremo.
Mettete in ordine la libreria e affilate i polpastrelli.
Ci sarà da lavorare.



Terry Praychett ft. Neil Gaiman
Buona apocalisse a tutti 
Traduzione di Luca Fusari
Mondadori
2012
pp. 392
ISBN 9788804579915
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1 febbraio 2014

Illusion d'Ombre, di un esperimento che diventò racconto

Pochi di voi si ricorderanno dell'esperimento di scrittura collettivaÈ passato un po' di tempo da quando lanciai il progetto e in questi mesi non ho voluto sollecitare la vostra memoria prima di avere qualcosa di concreto da potervi offrire. Dopo quell'annuncio spassionato e tanto poco consapevole, io e i miei scrittori ci siamo riuniti in gran segreto e abbiamo creato. Ebbene sì. Mentre voi eravate a ciondolare a rigor di social, noi confabulavamo su questo o quel dettaglio. A sprazzi, a schizzi, a singhiozzi. Però ci siamo, nel senso che qualcosa abbiamo fatto. È stata dura, sostanzialmente perché non avevo la minima idea di come fare a fare quello che volevo fare. Prima di spiegarvi perché è stato così complicato, vi spiego meglio il progetto.

Alcune persone, tra quelle che lessero l'articolo, decisero di aderire all'esperimento e mi contattarono. Io raccoglievo le adesioni e lavoravo sull'incipit che avrei passato al primo partecipante, rispettando uno scontatissimo ordine di prenotazione. Abbiamo perso qualche partecipante per strada. Alla fine, a completare il progetto, siamo stati in dieciAvevamo pensato di costruire il racconto tramite scambio di mail: inviavo il documento ad uno di loro e il brano mi tornava indietro con il passo successivo. Ogni volta si aggiungeva un pezzo. Ma ci siamo resi conto che quello che stavamo ottenendo era una storia sconnessa. Era anche divertente, lasciar andare la fantasia a briglia sciolta, ma non era il nostro scopo. Noi volevamo che la trama fosse coerenteConsapevoli che quello non fosse il mezzo adeguato per continuare a scrivere, abbiamo creato un blog privato e, pian piano, abbiamo cercato di capire cosa potevamo salvare del lavoro svolto. Abbiamo sottoposto ad esame ogni singolo passo e, tra commenti e suggerimenti, abbiamo completato la storia, sottoponendola, in seguito, ad un paio di revisioni. 

A posteriori, ho capito che la condizione necessaria affinché si possa portare avanti un progetto di scrittura collettiva è che i partecipanti debbano conoscersi, parlarsi e confrontarsi. Non basta la parola scritta a testimoniare il pensiero di uno o dell'altro. Fondamentale è il dialogo tra le parti.

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La copertina in coordinato.


Il nostro obiettivo era quello di creare una storia credibileNon abbiamo dato gran peso alla trama ma abbiamo privilegiato la cura della struttura narrativa; volevamo, soprattutto, dare l'impressione che il racconto fosse stato scritto da una sola persona. 

Cosa è venuto fuori? Non lo so. Ditemelo voi. Leggetelo.
Vi lascio l'incipit, così come arrivò al primo partecipante.
Vi lascio un uomo e un teatro. Vi lascio un'illusione.
Ad uno spettatore casuale Edgewood Road non sarebbe apparsa diversa da una qualsiasi altra strada della città di Middlesbrough; una via come un'altra tesa ad imbrunire alla presenza di un tenue residuo lunare.  
Le abitazioni, basse e allineate, conferivano al paesaggio un aspetto ordinato e impersonale, irreale quasi, se non fosse stato per un paio di cartelli stradali, testimoni inconsapevoli di una civiltà a riposo.  
La luce di un lampione, l'unico che avesse mai funzionato, smorzava l'oscurità che inghiottiva i profili degli ultimi passanti ancora in circolazione. Ma, seppur presi dall'urgenza di tornare a casa prima che la notte li sorprendesse, gli abitanti di Edgewood Road non mancavano di rivolgere almeno per un istante lo sguardo in direzione del vecchio edificio all'angolo della strada. Sapevano, prima ancora di voltarsi, che lui sarebbe stato lì: un uomo, sempre lo stesso. Inizialmente mossi a curiosità, avevano smesso da tempo di interrogarsi sul motivo di quel bizzarro comportamento; lo rispettavano, rassicurati dalla sua presenza così discreta.  
Nessuno conosceva la sua storia, ammesso che ne avesse una.  
Seduto di fronte alla struttura, antica sede di un celebre teatro, l'uomo fissava l'ampio portone d'ingresso. Illusion d'ombre, recitava l'insegna fatiscente.  
Lui era là, ogni notte.  
A voi.
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