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29 gennaio 2014

Paradiso e inferno di Jón Kalman Stefánsson

La prima difficoltà  che incontro quando descrivo un libro è nella scelta dell'aggettivo. Bello e brutto sono i termini che più detesto perché sono i meno adatti a raccontare l'esperienza di lettura. Li uso anch'io, ma solo quando non riesco a trovare il vocabolo giusto nel pozzo delle infinite possibilità. E la vivo male. La vivo come una limitazione. Bello come? Bello perché? Cosa significa bello? E, soprattutto, in che cosa si distingue il bello dal bello? La fortuna ha voluto che in questo caso l'aggettivo mi sia stato suggerito dall'autore stesso. Questa volta non sbaglio. Paradiso e Inferno è un libro poetico.
Prendo ispirazione dalla poesia. Credo che la poesia sia la forma più profonda d'espressione e che racchiuda in sé molti elementi capaci di commuovere, più di  qualsiasi altra forma, a parte forse la musica. Io provo sempre ad applicare certe modalità nei miei romanzi. Il modo in cui la poesia può essere illogica, eppure avere comunque senso. Ma non lo faccio in modo conscio.
Da professore a bibliotecario, Jón Kalman Stefánsson esordisce come scrittore nel 1988, con una raccolta di poesie titolata Con il porto d'armi contro l'eternità. Seguiranno altri due volumi in versi, Dai reattori degli dei (1989) e Mi chiese cosa avrei portato con me su un'isola deserta (1993). La poesia plasma il suo stile così tanto che, anche passando al romanzo, la scrittura resta intrisa di romantica bellezza. Ogni periodo rappresenta un vero e proprio culto della parola. 

Paradiso-e-inferno-Stefánsson-libro-start-from-scratch

I romanzi di Stefánsson io li leggo ad alta voce. Anzi no, li sussurro. Quel poco che basta affinché io, solo io, possa deliziarmi di cotanta sublimazione con almeno tre sensi. Il tatto, le dita che scivolano sulla copertina ruvida e spessa. La vista, le parole che si rincorrono l'una con l'altra. E l'udito, l'armonia piena del linguaggio. Paradiso e inferno è un libro di ambientazioni fascinose e abbacinanti. Non te l'aspetti che ci sia tutto l'amore del mondo nelle insenature proibitive dei fiordi islandesi. 

La prima parte è incantevole. Impareggiabile secondo me. E come potrebbe non esserlo? Ditemi se riuscite a immaginare qualcosa di più tragico di un uomo che muore di freddo su una barca, al largo, in un'improvvisa tempesta. Muore perché ha scordato la giacca cerata e il gelo arriva a tendergli pure le corde dell'anima. Niente di strano, se la dimenticanza non fosse dovuta a un libro, Il paradiso perduto di John Milton. L'uomo, Bárður, cercando di memorizzarne alcuni versi, si abbandona a tal punto che finisce per anteporre quelle parole alla sua stessa vita. Il dramma diventa poesia. E c'è una frase, "Nulla mi è delizia, tranne te", che compare più volte nel testo, straziante e magnifica, e ogni volta è una ferita scoperta che torna a bruciare.
Nulla mi è delizia, tranne te.
Nulla mi è delizia,
tranne te. 
Nulla
mi è delizia,

tranne te.
Sarà un Ragazzo, un amico di Bárður, a condurvi nella seconda parte; attraverserete insieme l'ostico scenario dell'Islanda per raggiungere il Villaggio e riconsegnare il libro al legittimo proprietario.
Le montagne rendono la quiete più profonda, ma possono anche far impazzire i venti che si incuneano indisturbati nel fiordo, venti polari gonfi di desideri omicidi, e tutto quello che non è stato assicurato a terra vola via e scompare. Legname, vanghe, carretti, tegole, tetti interi, stivali di piedi destri, pensieri, tiepide dichiarazioni d'amore. Il vento urla tra le montagne, lacera la superficie la mare, la salsedine si deposita sulle case e filtra nei seminterrati. Quando il vento si placa e possiamo mettere il naso fuori senza morire, le strade sono coperte di alghe, come se il mare ci avesse starnutito addosso. Ma arriva sempre la calma, dopo, le piume degli angeli scendono di nuovo a terra volteggiando, noi torniamo sulla riva ad ascoltare le piccole onde che si rompono con un lieve sciabordio, l'agitazione si acquieta, il sangue rallenta nelle vene, il mare diventa un seducente giaciglio su cui desideriamo riposare.
Ho vissuto meno queste vicende, lo ammetto. Forse perché, come Bárður, ho il vizio di perdermi nella lettura e di riemergere con un ritmo tutto mio che non sempre coincide col testo. E poi la parola morte, compare troppe volte. Io devo difendermi in qualche modo. 


Ora, il mio consiglio è: leggete StefánssonVi ho parlato di un altro romanzo tempo fa, Luce d'estate, ed è subito notte. Ecco, anche quello. Sono romanzi diversi, ma basati su una struttura narrativa molto simile. C'è un villaggio che vuole raccontarsi. Ci sono persone che hanno vissuto e vogliono dar voce ai propri ricordi. Luce d'estate è frenetico, più appassionato. Vivo. Paradiso e inferno è gelido, raffinato. È poetico. Scegliete quello a cui vi sentite più affini. Quello che, a impressione, vi rispecchia di più. Almeno uno, però. Dovete promettermelo.
C'è ben poco di noi, oggi, che evoca la luce. Siamo molto più vicini alle tenebre, siamo quasi tenebra, l'unica cosa che ci resta sono i ricordi e poi la speranza che si è però affievolita, continua a poco a poco a estinguersi, e presto somiglierà a una stella fredda, un lugubre blocco di roccia. Eppure un paio di cose sulla vita le sappiamo, e anche sulla morte, e possiamo dirle: abbiamo fatto tutta questa strada per incantarti e per smuovere il destino. 


Paradiso-e-inferno-Stefánsson-iperboreaJón Kalman Stefánsson
Paradiso e inferno 
Traduzione di Silvia Cosimini, postfazione di Emanuele Trevi
Iperborea
2011
pp. 240
ISBN 9788870911909
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27 gennaio 2014

Un caffè con: Nina Cassian

Nina-Cassian
 (Galaţi, 27 novembre 1924)
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. 
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi 
come musi di pesce e potrai ascoltare 
il mormorio del sangue nelle gallerie 
e sentire la luce scivolarti sulle cornee 
come lo strascico di un abito; per la prima volta 
avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno 
e per l'imperativo delle ali avrai male alle scapole. 

Ti prometto di renderti talmente vivo che 
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, 
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche 
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino 
con la creazione del mondo.


La tentazione, 1961.

(da C'è modo e modo di sparire. Poesie 1945 - 2007)

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24 gennaio 2014

La paga del sabato di Beppe Fenoglio

Ti dico subito quel che ne penso: mi sembra che tu abbia delle qualità fortissime; certo anche molti difetti, sei spesso trascurato nel linguaggio, tante piccole cose andrebbero corrette, molte cose urtano il gusto – specie nelle scene amorose – e non tutti i capitoli sono egualmente riusciti. Però sai centrare situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza che mi sembra davvero rara.
Con queste parole Italo Calvino si espresse su La paga del sabato, il racconto che Beppe Fenoglio sottopose al giudizio della casa editrice Einaudi nel 1950. Riconoscendo un potenziale nella trama e nelle intenzioni, Calvino sollecitò Fenoglio ad apportare delle modifiche per migliorare la qualità del testo. A seguito di queste raccomandazioni, Fenoglio revisionò il brano più volte ma non ne fu mai pienamente soddisfatto. La pubblicazione de La paga, infatti, avverrà postuma, nel 1969.

Scritto alla fine degli anni quaranta, La paga del sabato è la storia di Ettore, un ex partigiano di appena ventidue anni che fatica a rientrare nella concezione di quotidianità. Il ragazzo rifiuta qualsiasi obbligo che possa assumere le sembianze di un'imposizione sociale e, assecondando questo pensiero, anche lavorare diventa troppo gravoso: sottostare a un padrone è un concetto dal quale rifugge senza alcuna possibilità d'appello. Questo è il motivo per il quale, quando il padre lo mette alle strette procurandogli un lavoro come impiegato in una fabbrica di cioccolato, lui decide di non presentarsi.
No, no, non mi tireranno giù nel pozzo con loro. Io non sarò mai dei vostri, qualunque altra cosa debba fare, ma mai dei vostri. Siamo troppo diversi, le donne che amano me non possono amare voi e viceversa. […] Voi fate con naturalezza dei sacrifici che per me sono enormi, insopportabili, e io so fare a sangue freddo delle cose che a solo pensare a voi farebbero raddrizzare i capelli in testa. Impossibile che io sia dei vostri.
Qualunque altra cosa debba fare. Con questo pensiero, Ettore deciderà di guadagnarsi il pane unendosi alla banda di Bianco, un tempo eroe di guerra, ora invischiato in affari di tutt'altra dignità. Il racconto di Fenoglio ha nei suoi limiti le maggiori caratterizzazioni: lo stile è aspro, grezzo, e si riversa nei personaggi, in Ettore soprattutto, con grande impatto. 

Cos'è che non convinse Calvino fino in fondo? È l'impressione, che giunge al lettore, di un lavoro ancora in fase embrionale; gli stessi protagonisti appaiono, a tratti, bozze di se stessi. Sembra quasi che l'autore, preso da passionale immaturità, abbia voluto rigettare nella storia tutto quello che aveva da dire senza dar peso ai dettagli; Fenoglio ci parla delle ripercussioni della guerra sugli uomini, sulle donne, sul tempo e sul territorio con una foga che non lascia spazio a raffinatezze di stile o dovizia di particolari narrativi. Ma, secondo me, bisogna anche tener conto che questo brano, con tutti i difetti del caso, è il primo anello di quella catena che porterà lo scrittore a realizzare romanzi come Una questione privata e Il partigiano Johnny, libri che sono diventati colonne portanti della letteratura legata alla Resistenza.
Va preso per quel che è: un punto di congiunzione, necessario, tra esercizio e scrittura.
Tu hai l'orgoglio di riuscire a dire tutto e non la modestia di chi si limita a dare occhiate spaurite nelle misteriose vite altrui.


la-paga-del-sabato-fenoglio-libro-einaudiBeppe Fenoglio
La paga del sabato
Einaudi
2006
pp. 160
ISBN 9788806181475




Ho letto questo libro perché è stato scelto come esponente del Piemonte per la prima tappa del Giro d'Italia Letterario, un viaggio nella Letteratura italiana, regione per regione, ideato da Se una notte d'inverno un lettoreVi rimando al suo blog per tutte le informazioni sul caso. 
Lei con i dettagli è più brava di me.
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22 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street: Leonardo DiCaprio e la maledizione dell'Oscar

Questa rubrica è nata con l'intento di segnalare esclusivamente film tratti da libri. Condizione necessaria e sufficiente affinché io ne disquisisca con cuore impavido è, ovvio, aver letto il romanzo e aver visto la trasposizione; non c'è un vero intento di paragone, bensì una pacifica convivenza di impressioni di lettura e sensazioni da schermoQuesta volta, però, ho avuto l'opportunità di vedere The Wolf of Wall Street in anteprima e mi è piaciuto al punto che ho deciso di parlarvene comunque. E poi il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo autobiografico di Jordan Belfort, libro che ho intenzione di recuperare al più presto. Il riferimento letterario c'è. Non è barare: è posporre.

Ora, perché Leo non prende mai un Oscar? No, seriamente. Perché?

[Aproparentesisultema]
Il processo attraverso il quale DiCaprio è entrato nella rosa dei miei attori preferiti è stato lungo e tortuoso; una sorta di percorso a ostacoli nel quale, contro ogni aspettativa, Leo non ha sbagliato un colpo. Non appartengo alla categoria "piccole fan di Jack Dawson crescono"; Titanic (James Cameron, 1997) è un lungometraggio che ho visto, che mi capita di rivedere, ma dal quale, secondo me, non emergono particolari doti interpretative. Stesso discorso per Romeo+Giulietta (Baz Luhrmann, 1996) e La maschera di ferro (Randall Wallace, 1998): piacevoli interventi, ma niente più di questo. I tempi non erano maturi. Probabilmente, se la memoria mi sostiene, la vera prova è arrivata con The Departed - Il bene e il male (Martin Scorsese, 2006); un cast d'eccezione che vede Leo alle prese con attori del calibro di Jack Nicholson e Matt Demon. Questo è stato il primo film che mi ha spinto a considerare DiCaprio al di là delle striature biondo miele. Eccezionale è stata l'interpretazione in Revolutionary Road (Mendes, 2008); la coppia DiCaprio-Winslet torna sullo schermo con una maturità e una padronanza scenica davvero notevole. Loro due, insieme, creano valore aggiunto. E poi? Poi il 2010. Poi amore. Due capolavori nello stesso anno: Inception (Christopher Nolan) e Shutter Island (Martin Scorsese). Queste due pellicole rappresentano il mio ideale di cinema; non c'è un solo dettaglio, in entrambi i film, che io avrei montato, scritto o girato diversamente. Django Unchained (Quentin Tarantino, 2012) mi ha dato modo di validare ulteriormente il talento dell'attore americano che, nonostante non figurasse nel ruolo di protagonista, ha reso al suo personaggio sfrontatezza e vigore. Il film ottiene cinque nomination agli Oscar 2013 e ne spunta due: Christoph Waltz si aggiudica il premio (assolutamente meritato) come miglior attore non protagonista e Quentin Tarantino conquista il titolo per la migliore sceneggiatura originaleLeo a digiuno, ancora. Cito, infine, Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013). Da quando ho visto quel film non riesco più a concepire Jay Gatsby con un volto diverso.  Avevo letto il romanzo qualche tempo prima ed ero seduta in sala con la criticità di chi conosce la storia e vuole riviverla attraverso le immagini. Ebbene, ho riconosciuto il personaggio di Francis Scott Fitzgerald in ogni sguardo, in ogni atteggiamento, nel modo di gesticolare e nel modo di ammiccare. In ogni cosa: DiCaprio era Gatsby, forse anche meglio. Eppure niente, qualche nomination ma nessun riconoscimento concreto. Ecco perché, a prescindere dalle motivazioni ufficiali, io condivido la scelta dell'attore di interrompere (momentaneamente, si spera) la sua carriera. Perché qualcuno che ha combattuto contro i mulini a vento già c'è stato. E sì, la recitazione, come qualsiasi altra espressione artistica non si misura in base ai premi ricevuti. Però capisco anche che più del nostro meglio non possiamo ottenere, e non sentirsi apprezzati in quel che più si ama fare è logorante. 
[Chiudoparentesisultema]

wolf-of-wall-street-dicaprio-film
Mi chiamo Jordan Belfort. L'anno in cui ho compiuto 26 anni, ho guadagnato 49 milioni di dollari, cosa che mi ha fatto incazzare, perché ne mancavano solo tre e avrei ottenuto una media di un milione a settimana.
A ventidue anni, sposato e stracolmo di aspettative, Jordan Belfort giunge a Wall Street e ne resta affascinato; enormi quantità di denaro si spostano ad una velocità impressionante. Ma più di questo, ad incantarlo è il talento dei broker, la loro capacità di conquistare il cliente è una qualità che Jordan vuole assolutamente ottenere. E ci riesce. Partendo dal nulla, Jordan fonda una società, la Stratton Oakmont, addestra i suoi uomini a vendere anche l'impossibile, e si arricchisce al punto da non sapere più come sprecare i suoi profitti. È un mondo di eccessi quello di Jordan Belfort: droga, alcool e donne costituiscono l'intermezzo necessario affinché la mente sia attiva e pronta; affinché, col cliente, lui sia sempre un vincente Capitano Achab alle prese con la sua balena. È la depravazione più totale. Un film di 179 minuti che scorre velocissimo. E si ride, io ho riso tantissimo. Leonardo DiCaprio, ancora una volta, si dimostra padrone incontrastato della scena. Ogni volta che vedo Leo in un ruolo mi convince al tal punto che mi sembra che lui non abbia fatto altro per tutta la vita. Quando ero in sala a guardarlo essere Jordan Belfort, facevo fatica a pensare che ne fosse l'interprete: per me lui era un broker d'assalto, e lo era sempre stato. Non era più Jay Gatsby o Frank Wheeler. Non era più neanche Leonardo DiCaprio. Forse non è il miglior film della sua carriera, ma è l'ennesima, brillante, prova d'attore.

Per chi fosse interessato ad approfondire ancor prima di me, Il lupo di Wall Street di Jordan Belfort è disponibile in una recente versione distribuita dalla casa editrice Rizzoli.
Io intanto spero di lasciarvi con una gran voglia di andarlo a vedere.


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19 gennaio 2014

Lezioni americane di Italo Calvino #6: cominciare e finire

Siamo giunti al termine di questo ciclo di lezioni. Spero sia stato un percorso piacevole. Per me lo è stato. Più impegnativo di quel che avevo in mente quando ho cominciato, questo sì, ma rileggere le lezioni, tutte insieme, sapere di averle lì a disposizione, pensare di poter attingere sostanza in ogni momento è una bella sensazione. È importante che ci siano, che siano impresse, perché nella lettura si perdono dei dettagli e la memoria, la mia, è una pessima alleata. Lo abbiamo ripetuto più volte: sono sei proposte per il prossimo millennio; consigli per gli scrittori ma anche per noi, per aiutarci ad affrontare la vita in modo più consapevole. Il saggio si conclude con un'appendice, Cominciare e finire, che racchiude una serie di appunti da cui sono nate le conferenze.
La Leggerezza, la Rapidità, l'Esattezza, la Visibilità, la Molteplicità dovrebbero in realtà informare non soltanto l'attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza. ¹                      
Sei proposte, cinque lezioni. Cosa manca? Come vi avevo anticipato nell'introduzione, della sesta lezione, che Italo Calvino aveva delineato nella mente ma non sulla carta, a noi rimane ben poco. Sappiamo l'argomento, consistency, e conosciamo quale sarebbe stato il racconto su cui avrebbe fatto leva la discussione: Bartleby lo scrivano di Herman Melville. Non mi piace lasciare le cose a metà quindi proviamo, azzardiamo, a ricostruire la conferenza basandoci su questi pochi elementi, prendendo spunto dalla struttura delle lezioni precedenti. Il traduttore mi segnala che consistency è: coerenza, consistenza, compattezza e densità. Potremmo già trarre qualche conclusione affidandoci al significato del termine, potremmo provare a suggerire i motivi per i quali la consistenza è un valore, ma Calvino ci ha insegnato a partire da un esempio e dopo spiegare il tema. E allora comodi, mentre io vi racconto la folle storia dello scrivano Bartleby.

Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street è un racconto pubblicato in due parti sulla rivista Putnam's Magazine nel 1853. Edito in versione anonima, fu poi inserito nella raccolta The Piazza Tales del 1856. La voce narrante è affidata al titolare di uno studio legale. Alle dipendenze dell'avvocato lavoravano tre persone: due scrivani (Tacchino e Pinzette) e un fattorino (Zenzero). L'ampliamento dell'attività, a seguito di una grossa promozione, spinse l'avvocato ad assumere un terzo scrivano che potesse contribuire a sgravare l'ufficio dalle maggiori incombenze. Il nuovo assunto appariva diligente e pacato; nascosto dietro il paravento che separava il suo banco di lavoro dalla postazione dell'avvocato, Bartleby copiava documenti senza un attimo di riposo. Un giorno il titolare chiese a Bartleby di aiutarlo a controllare alcune copie importanti. La risposta dello scrivano fu un placido ma deciso: "Preferirei di no." L'avvocato restò interdetto; se Bartleby fosse stato sfrontato o indisponente, non avrebbe avuto alcun problema a cacciarlo, ma i modi dello scrivano, quel rifiuto insensato ma così composto, lo inibirono. La storia procede, tra le negazioni dello scrivano e l'incredulità dell'avvocato. "Preferirei non consegnare quelle lettere", "Preferirei non copiare più documenti", "Preferire non essere licenziato". Una serie di eventi trascinerà Bartleby fino in prigione. A ben intendere, lui avrebbe preferito di non andarci.

Ora, che ci sia coerenza nel comportamento dello scrivano è cosa fin troppo ovvia. Il nostro problema è capire la densità, la consistenza. Ho avuto grandi difficoltà a giustificare la scelta di Calvino; non riuscivo proprio a comprendere perché avesse inserito questo racconto come prova di compattezza. Per provare a venirne a capo, ho cercato di capire perché Bartleby si comportasse in quel modo; volevo provare a dare una logica, un senso, sperando che, una volta arrivata a quello, avrei poi potuto raggiungere il tema della lezione. Trovare una logica. Errore. Molto spesso, quel che è più lampante, è quello che meno si prende in considerazione. Mi sono informata su quel che il brano di Melville rappresenta, a prescindere dai dettagli della trama, e ho capito: la chiave è l'assurdità. Principi di esistenzialismo e primi concetti di irrazionalismo sono contenuti in poco più di cento pagine; argomenti che verranno poi sviscerati da altri autori, da Albert Camus per esempio, nella trilogia dell'assurdo.

Cosa ci sta dicendo Calvino? Ci suggerisce la coerenza e ci mostra l'incoerenza? Non ha senso. E invece sì, un senso c'è. Torniamo a rileggere le lezioni precedenti. Ricordate cosa abbiamo detto a proposito della rapidità?
Come la leggerezza ha bisogno della pesantezza per esprimersi al meglio, così la rapidità non può esistere senza la lentezza.
Nessuna proprietà può svolgersi a pieno senza il suo contrario. È questo l'unico, grande, insegnamento che Calvino ripete, lezione dopo lezione: essere leggeri nella pesantezza e rapidi nella lentezza, imprecisi nell'esattezza, concreti nell'immaginazione, unici nel molteplicità, coerenti nell'incoerenza. Essere flessibili, aperti e pronti.

italo-calvino-lezioni-americane
 (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985)

Non credo di aver imparato così tanto da un autore prima d'ora.
Grazie, Italo. E grazie a voi, per aver scelto di studiare insieme a me.



***
¹ Dalla quarta di copertina di Gian Carlo Roscioni alla prima edizione delle Lezioni.
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17 gennaio 2014

Lezioni americane di Italo Calvino #5: molteplicità

Per capire la molteplicità dobbiamo provare a guardare il mondo da un'altra angolazione. Smettete di considerare ogni cosa come un oggetto a sé stante perché Calvino ci spiega che tutto può essere inteso come un groviglio di reti e relazioni. A tal proposito, lo scrittore cita il collega Carlo Emilio Gadda e riporta un passo del celebre Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Non ho mai letto nulla di Gadda ma ho sfogliato spesso la sua biografia. Gadda era un ingegnere, professionista al tempo in cui lo spessore di un uomo si stabiliva in base al lavoro svolto. Fare lo scrittore era considerato una perdita di tempo. La sua vita è trascorsa così, tra la voglia irrefrenabile di scrivere e la responsabilità di portare avanti un ruolo all'interno del contesto sociale che era solito frequentare. Calvino lo descrive intellettuale, scrittore e nevrotico. Nella scrittura Gadda riversava tutte le angosce più profonde; era un'esigenza, quella di scrivere, che non riusciva mai a placare. Tutti i suoi libri, infatti, sono opere incompiute.
Nei testi brevi come in ogni episodio dei romanzi di Gadda, ogni minimo oggetto è visto come il centro d'una rete di relazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando i dettagli in modo che le sue descrizioni e divagazioni diventano infinite.
C'era sempre, per Gadda, un nuovo filo da seguire. Ogni strada si dirama in mille direzioni.
Da qualsiasi punto di partenza il discorso s'allarga a comprendere orizzonti sempre più vasti, e se potesse continuare a svilupparsi in ogni direzione arriverebbe ad abbracciare l'intero universo.
Seguendo questo principio, nulla può dirsi veramente concluso. Neanche Proust riuscì a portare a termine il lavoro che aveva in mente quando iniziò la Recherche perché l'opera, man mano che veniva composta, andava infoltendosi del suo stesso sistema vitale. È intuibile come le relazioni tra oggetti, persone e situazioni possano intrecciarsi, accavallarsi e moltiplicarsi: il mondo assume le sembianze di una rete di interazioni.
Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.
Calvino stesso fa uso della molteplicità in Se una notte d'inverno un viaggiatore, e ancor più ne Il castello dei destini incrociati; in quest'ultimo romanzo, infatti, l'autore parte da un unico elemento comune, un mazzo di tarocchi, dal quale sviluppa una serie di narrazioni diverse l'una dall'altra. La molteplicità non deve essere vista come un limite. Non è la causa che ci impedisce di completare i nostri romanzi, anzi, è un'opportunità che ci permette di analizzare il nostro oggetto di studio, di scrittura, sotto diversi punti di vista. È una qualità che ognuno, che sia scrittore o che non lo sia, dovrebbe interiorizzare. Per concepire la realtà in modo diverso, come multiplo di se stessa.
Qualcuno potrà obiettare che più l'opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s'allontana da quell'unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo io, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d'esperienze, d'informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un'enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Quella cosa, quella persona, è unica, e tante insieme. Che poi, ridendo e scherzando, è un po' la storia di Pirandello e del naso che pende a destra. Altro genio, lui.



Italo Calvino
Lezioni americane (Sei proposte per il prossimo millennio)
Mondadori 
2000
pp. 208
ISBN 9788804485995
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14 gennaio 2014

Lezioni americane di Italo Calvino #4: visibilità

Questa volta non voglio partire dall'inizio. Preferisco cominciare da una domanda ed estendere la discussione a tutte perplessità che spinsero Calvino a scegliere la visibilità come tema della quarta lezione: sarà possibile la letteratura fantastica nel Duemila, in una crescente inflazione d'immagini prefabbricate? L'autore azzardò, al caso, due ipotesi:
1. Riciclare le immagini usate in un nuovo contesto che ne cambi il significato.
2. Fare il vuoto per ripartire da zero.
Noi che ci siamo, qui e ora, noi che siamo figli di questo tempo, cosa possiamo rispondere? Cosa ne è stato della nostra immaginazione? I processi immaginativi possono essere distinti in due tipi: quelli che vedono l'immagine come conseguenza della parola e quelli che, al contrario, la identificano come causa. Il primo esempio si riferisce a quel che accade quando leggiamo: se un libro è particolarmente evocativo, sviluppiamo la storia attraverso immagini create dalla nostra mente, come se i fatti si stessero svolgendo davanti ai nostri occhi. Il procedimento inverso è quel che noi proviamo al cinema: le immagini sullo schermo sono la prima cosa che ci cattura; dietro quelle scene, c'è un regista che a sua volta, dal testo scritto, ha visualizzato delle immagini mentali che ha poi cercato di riportare sulla pellicola. Rispetto a Dante che nella Divina Commedia suggerisce di essere condotto nella fantasia da ispirazione divina, gli scrittori moderni attribuiscono la capacità di immaginare all'inconscio, o comunque a qualcosa che parte dall'individuo.

Dovunque il processo avvenga, quel che non si riesce a capire è se la letteratura sia in grado di rappresentare efficacemente l'immaginazione. A tal proposito, Calvino richiama un racconto che io ho letto, amato, e consigliato a gran voce: il capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac. Scritto tra il 1831 e il 1837, il brano ha subito diverse modifiche. La prima versione, sottotitolata "conte fantastique" (racconto fantastico), vedeva il vecchio Frenhofer elogiato per il suo lavoro; il groviglio di colori, la massa informe di sfumature nella quale si riusciva a distinguere solo un piede, un piede perfetto, aveva convinto gli spettatori che quella fosse un'opera d'arte al di fuori dell'umana concezione. Possiamo dedurre che Balzac fosse inizialmente propenso a pensare che la letteratura, l'arte in genere, fosse in grado di ricreare l'universo di immagini di cui l'uomo dispone all'interno di sé. Poi il racconto cambia, e cambia ancora, fino ad arrivare alla terza versione, dal sottotitolo "étude philosophique" (studio filosofico); in questa edizione, Frenhofer viene preso per pazzo dai pittori a cui mostra il capolavoro e, non sopportando l'affronto subito, deciderà di togliersi la vita bruciando assieme al suo quadro. È un testo meraviglioso, e ci aiuta a capire come Balzac avesse cambiato pensiero durante l'ultima stesura; parafrasando la versione, possiamo intuire che l'autore non credeva più che l'immaginazione potesse essere trasposta attraverso l'arte e che, addirittura, quei pochi uomini che sono più ossessionati dal provare a farlo, rischiano di perdere se stessi in un'impresa che è persa in partenza. Considerato come una parabola sullo sviluppo dell'arte moderna, Calvino ci suggerisce che questo racconto può essere anche letto come una metafora sulla letteratura, sul divario incolmabile tra espressione linguistica e esperienza sensibile, sull'inafferrabilità dell'immaginazione visiva.

La lezione continua, tra riferimenti letterari e commenti di vario genere, ma io voglio chiuderla qui, con il sublime ricordo di Balzac e con un appello di Calvino alle generazioni future. A noi.
Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall'allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.
Ne resta una: la molteplicità.



Italo Calvino
Lezioni americane (Sei proposte per il prossimo millennio)
Mondadori 
2000 
pp. 208
ISBN 9788804485995
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13 gennaio 2014

L'incipit di «Alla ricerca del tempo perduto»

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: "Mi addormento". E, mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V.
(Dalla parte di Swann di Marcel Proust - Rizzoli, 2012)
Suggerito da Marco Bertolino.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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11 gennaio 2014

A.A.A. Cercasi Arturo Bandini disperatamente

A dispetto del proposito di non accavallare le letture, sto alternando lo studio delle Lezioni americane a una raccolta di racconti; leggo un brano al giorno, è quasi un balsamo per me. La raccolta è Undici solitudini di Richard Yates. Ora, non so se sia l'influenza di Yates a farmi questo effetto, oppure è Calvino che col suo saggio mi rimanda ad autori e opere al di là di ogni capacità terrena, ma mi chiedo ancor più adesso che fine abbiano fatto gli scrittori. Quelli veri. Non dico che non ci siano autori degni di nota al giorno d'oggi e, anzi, ripongo sempre qualche speranza nelle giovani reclute. Con questo articolo mi riferisco soprattutto ai veterani del settore, agli scrittori che fanno dello scrivere un mestiere, solo un mestiere. Mi riferisco alla tendenza di voler trascinare il successo di un libro con prodotti editoriali di dubbia qualità. Mi riferisco ai romanzi che continuano in altri romanzi, alle riedizioni di lavori già pubblicati in precedenza, agli scrittori che coinvolgono i propri personaggi in un estratto per Pasqua o per Capodanno per cavalcare l'onda del successo quando il clamore è già sul bagnasciuga.

La prefazione di Undici solitudini è stata affidata a Paolo CognettiLo incontro molto spesso lui, nei libri che leggo; ha scritto anche la presentazione di Ballando a notte fonda, una raccolta che consiglio soltanto a quelle persone che credo possano essere in grado di apprezzarne la densità. Andre Dubus compare anche in Undici solitudini; nella sezione biografica di Yates, infatti, c'è un riferimento a una conversazione avvenuta tra i due, nella quale il secondo confida al primo la sua più grande aspirazione:

Io non voglio soldi, voglio lettori.

Mi ha commosso. Non sono incline ai buoni sentimenti, non mi piacciono le emozioni facili. Questa però è una frase sofferta, una rivelazione che ci coglie dopo che veniamo a conoscenza di alcuni dettagli della vita di Yates, della frustrazione dell'autore nata per aver scritto un capolavoro, Revolutionary Road, all'inizio della carriera, e di non essere riuscito più a superarlo. È questa consapevolezza che ha portato Yates all'autodistruzione; l'alcool e i dissidi familiari sono stati solo i sintomi di un malessere più profondo. Quel messaggio, nella sua semplicità, svela un desiderio così puro da risultare spiazzante: io scrivo per i lettori.

Non si campa di soli desideri, ma io mi chiedo: vale davvero la pena svendersi in questo modo?
Tempo fa partecipai a un seminario nel quale, tra le altre cose, si parlò dello stipendio di uno scrittore medio; mentirei se vi rimandassi a cifre esatte, ma si concluse che uno scrittore, a meno che non sia Stephen King o J. K. Rowling, con il ricavato della vendita di un romanzo sopravvive per poco tempo. Molto spesso, infatti, vediamo autori che intervallano la scrittura con il giornalismo, con lezioni all'università, con partecipazioni a eventi a tema; insomma, arrotondano come meglio possono. Niente di più giusto e lodevole.

Questo però mi fa supporre che chi decide di scrivere lo fa soprattutto per passioneE allora, torno a ripetere: vale la pena accalappiarsi quattro spiccioli con questi mezzucci? Perché, voglio dire, non esistono lettori stupidi; esistono lettori distratti, lettori che si fanno prendere dalla curiosità, lettori fedeli, lettori che si lasciano trasportare dall'ammirazione per l'autore e decidono di comprare a prescindere. Lettori saltuari, meno accorti forse, ma mai stupidi. 

Pensate per un attimo se Márquez avesse scritto un libro intitolato: 

- I BUENDÍA RIPARTONO DA MACONDO -

Un ipotetico spin-off del più celebre Cent'anni di solitudine.
Avrebbe venduto? Può essere.
Avrebbe guadagnato nuovi lettori? Non credo.
Avrebbe perso qualcosa? Secondo me sì. Avrebbe perso la stima di quelli che hanno sognato di Aureliano, di Arcadio, e di tutte le vicende della famiglia. 
Stessa cosa Yates, se avesse scritto: 

- FRANK E IL PRIMO ANNO SENZA APRIL - 

Che senso avrebbe avuto? Però è questo che accade, sempre più spesso. Un libro ha un discreto successo? Facciamone il sequel, o il prequel, o ci buttiamo qualcosa nel mezzo e lo ricicliamo ad anno nuovo, che tutto fa brodo. No. Un libro si conclude, e così deve essere, all'ultima pagina; volerlo estendere, dilatare, riciclare è una mancanza di rispetto; una mancanza verso il lettore ma, soprattutto, verso la storia stessa. È svendere il proprio lavoro, mortificarlo. Questo mi fa riflettere: se tu per primo, scrittore, non riesci a dare valore al tuo talento, come posso farlo io?

In questi giorni mi è capitato di ripensare ad Arturo Bandini, al modo immaturo e appassionato di concepire la scrittura che John Fante ha saputo trasmettergli. 
Penso a passi come questo:
Mi incantai davanti alla vetrina di un negozio di pipe e ci rimasi un sacco di tempo, mentre il mondo intero spariva a eccezione di quella vetrina e delle pipe. Le fumai una per una, immaginando di essere un grande scrittore e di scendere da una grossa auto nera con un'elegante pipa di radica in bocca e in mano un bastone da passeggio, seguito dalla donna con la volpe argentata, visibilmente orgogliosa di me. Firmammo il registro dell'albergo, poi ordinammo un cocktail, ballammo un po', prendemmo un altro cocktail e io recitai qualche strofa in sanscrito, e la vita mi sembrava meravigliosa perché ogni due minuti una fata mi fissava estasiata e io, il grande scrittore, ero costretto a farle un autografo sul menù, rendendo pazza di gelosia la mia compagna con la volpe argentata. 
Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia.
Un giorno e un altro giorno e il giorno prima, e la biblioteca con i grossi nomi degli scaffali, il vecchio Dreiser, il vecchio Mencken, tutta la banda riunita che andavo a riverire. Salve Dreiser, ehi Mencken, ciao a tutti, c'è un posto anche per me nel settore della B, B come Bandini, stringetevi un po', fate posto ad Arturo Bandini. Mi sedevo al tavolo e guardavo verso il punto in cui avrebbero messo il mio libro, proprio lì, vicino ad Arnold Bennett; niente di speciale quell'Arnold Bennett, ma ci sarei stato io a tenere alto l'onore delle B, io, il vecchio Arturo Bandini, uno della banda. 
Mi piacerebbe che gli scrittori di oggi fossero anche po' così; che cercassero di conquistare il lettore prima del guadagno facile, che sognassero di scrivere più che sperare di vendere. Che ci fossero più Bandini e meno mercenariE se questo vi è sembrato un articolo da buoni sentimenti, beh, che lo sia. Per una volta posso anche permettermelo.



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9 gennaio 2014

Lezioni americane di Italo Calvino #3: esattezza

A differenza di quel che accade nelle prime lezioni, Italo Calvino chiarisce quasi subito l'argomento che occuperà il terzo intervento. Non a caso, il tema affrontato è l'esattezza.
Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1. un disegno dell'opera ben definito e ben calcolato;
2. l'evocazione d'immagini visuali nitide, incisive, memorabili;
3. un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell'immaginazione.
L'esigenza di sottolineare concetti in apparenza così ovvi, nasce per una presa di coscienza: l'uomo non ha un'adeguata proprietà di linguaggio e si esprime in modo sempre più approssimativo, casuale, sbadato. È come se la parola avesse perso peso e misura; spogliata del suo primordiale significato, non riesce più ad imporsi con la stessa forza. Allo stesso tempo, le immagini non hanno più dimensione; forma e contenuto sfumano in una nuvola incolore che si dissolve lasciando una sensazione di distacco e alienazione.
Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d'opporre l'unica difesa che riesco a concepire: la letteratura.
Per difendere l'esattezza, Calvino richiama il suo contrario, l'indefinito, e cita un poeta che su questo principio ha basato tutta la vita: Leopardi. Nei primi passi dello Zibaldone, lo scrittore si lascia andare ad un vero elogio del vago, sostenendo che il linguaggio è tanto più poetico quanto più è impreciso. Continuando a sfogliare le pagine di quest'opera, Calvino inciampa in un'altra nota, appunti presi dal poeta per provare a circoscrivere lo stato d'animo dell'indefinito, e si rende conto di una cosa alquanto bizzarra. Ne riporto solo una parte, per darvi un'idea:
[...] la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov'essi vedano e non si scopra sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov'ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; la detta luce veduta in luogo, oggetto ec. dov'ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov'ella venga a battere.
Notate qualcosa? Il vago di Leopardi è in realtà una descrizione accurata e precisa; l'autore non può fare a meno di avvalersi dell'esattezza per delineare un'immagine astratta.
Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri.
Come possiamo concludere la discussione senza nominare la lirica più celebre sull'argomento? L'infinito è il componimento nel quale la poetica del vago raggiunge la massima espressione: il poeta, immaginando spazi infiniti, al di là della siepe, è emozionato. Ma l'essere umano non riesce a concepire l'infinito e si spaventa; se ne discosta, rifugiandosi in un'idea in apparenza più accessibile, più esatta, di indefinito. E in quel mare, come sappiamo, il naufragar gli è più dolce.
La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Non me ne voglia la leggerezza, ma non ho potuto sgravare la lezione più di così. E non voglio aggiungere altro, nel rispetto della precisione che s'impone. La visibilità ci attende.


 
Italo Calvino
Lezioni americane (Sei proposte per il prossimo millennio)

Mondadori 
2000 
pp. 208
ISBN 9788804485995
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7 gennaio 2014

Lezioni americane di Italo Calvino #2: rapidità

Per capire al meglio questa seconda lezione, dobbiamo prestare attenzione alle piccole differenze che intercorrono tra termini simili. La rapidità non è la velocità, il significato a cui si riferisce Italo Calvino è più complesso. L'autore introduce l'argomento raccontando una leggenda su Carlomagno, riferendosi alla versione tratta da un quaderno d'appunti dello scrittore francese Barbey d'Aurevilly; la stessa storia è stata ripresa, in modi e stili diversi, da tanti altri scrittori (Petrarca, Erizzo, Betussi, Paris), ma Calvino dice di preferire la prima trasposizione. Perché? Per l'economia del racconto.
Con questo non voglio dire che la rapidità sia un valore in sé: il tempo narrativo può essere anche ritardante, o ciclico, o immobile. In ogni caso il racconto è un'operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo.
Rispettare i tempi tecnici, è proprio questo il punto; non è questione di abbreviare, tagliare e riassumere, ma di capire e assecondare il respiro della storia che si vuole narrare. Lo stesso Calvino ammette che, in un certo periodo della sua attività, si è sentito attratto dalle favole proprio per l'economia, il ritmo e la logica essenziale con cui venivano raccontate. È facile cadere in errore perché, a primo impatto, potremmo dedurre che l'economia espressiva non lascia spazio a fronzoli verbali di alcun genere. Ma la rapidità non è intesa come una corsa contro il tempo; è una tecnica di distribuzione differenziata, «perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere».
La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s'accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all'altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.
L'iterazione e la digressione non rappresentano soltanto strumenti di cui può avvalersi lo scrittore secondo coscienza, ma diventano mezzi necessari affinché la dimensione temporale di un fatto sia trasmessa al lettore nel modo giusto. Vi riporto un passo citato nel saggio, tratto dall'introduzione di Carlo Levi al romanzo Tristram Shandy; è sul tema delle digressioni, è bellissimo, e recita così:
Se la linea retta è la più breve fra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno: e se queste digressioni diventeranno così complesse, aggrovigliate, tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo si smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli.
Come la leggerezza ha bisogno della pesantezza per esprimersi al meglio, così la rapidità non può esistere senza la lentezza; qualità, quest'ultima, che può essere tesa fino all'estremo. Ancora una volta, per comprendere meglio il senso di queste parole, ci vengono in soccorso le fiabe, con la loro semplicità e immediatezza. Basta che Charles Perrault dica: «perfino gli spiedi ch'erano nel camino, carichi di pernici e fagiani, si addormentarono, e si addormentò anche il fuoco», e il tempo narrativo de La bella addormentata nel bosco si blocca. Anche gli oggetti, inanimati per natura, sembrano "più immobili" dopo questo passaggio.

Il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco.

È facile capire perché Calvino suggerisce di applicare questi precetti alla nostra vita, al di là della scrittura. Provare a rallentare, a divagare. Fermarsi. E correre, quando se ne ha bisogno.

Lezione n°3: esattezza. Prendete nota.



Italo Calvino
Lezioni americane (Sei proposte per il prossimo millennio)
 
Mondadori
2000
pp. 208
ISBN 9788804485995
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