«Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura»

La cronaca perde potenza rimbalzando da un canale all'altro, e sembra così lontana, finché non viene a bussare alla tua porta. Al tuo paese, in questo caso: «Napoli, muratore si fa il segno della croce e poi si butta sui binari». La notizia è di un paio di settimane fa. Mi ha scossa, al di là del dramma, la coincidenza degli avvenimenti: proprio in quei giorni stavo terminando il mio viaggio con Anna Karenina. Quella di Lev Tolstoj è una delle storie più conosciute al mondo, quindi credo non svelarvi nulla che non sappiate già se riporto un passo tratto dalla morte della protagonista.
Voleva lasciarsi cadere sotto il primo carrozzone che giunse col tratto di mezzo alla sua altezza; ma il sacchetto rosso, ch'ella si mise a togliere dal braccio, la tratteneva, ed era già tardi: il tratto di mezzo le era passato accanto. Bisognava aspettare il carrozzone seguente. Un sentimento simile a quello ch'ella aveva provato quando, facendo il bagno, si preparava a entrare nell'acqua, la prese ed ella si fece il segno della croce.
Non è mia intenzione banalizzare l'accaduto facendo il parallelo con il romanzo, anzi, è il contrario: se pochi giorni prima il suicidio di Anna era qualcosa di sospeso sulla carta, un passo importante, sì, ma immaginato e di conseguenza meno sofferto, questo avvenimento l'ha realizzato. Quello che mi fa riflettere è la differenza con cui la stessa notizia attecchisce nello spirito. La tragicità di un gesto del genere è incommensurabile: ti lascia addosso paura, tristezza e un'assordante confusione. Per quanti motivi la nostra mente possa ipotizzare, non c'è niente che sembri giustificare una decisione così risolutiva. Nei libri, il suicidio diventa la logica conseguenza, la soluzione.

Diversi autori hanno trascinato l'argomento nei loro testi. Nel saggio Il mito di Sisifo, Albert Camus afferma che «vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio», e prosegue annoverando alcuni meccanismi di difesa che l'uomo può attuare per tutelarsi dall'assurdità dell'esistenza. Sulla falsariga del collega, Kundera sottolinea la fatica condivisa insita nell'accettazione dell'insostenibile precarietà umana. Ancora, ne Il lupo della steppa, Hermann Hesse allevia le sofferenze del suo protagonista concedendogli la possibilità di appellarsi all'idea del suicidio come ipotetica via d'uscita qualora la vita non riuscisse a fornire una soluzione migliore. Infine, La confessione di Lev Tolstoj. Ho deciso di leggere questo libro perché in Anna Karenina lo scrittore, più o meno consapevolmente, lascia briciole di fede così minuziose e lucenti che non ho potuto fare a meno di seguire il suo percorso di conversione. Attraverso le pagine del romanzo, Tolstoj professa una credenza instabile e acerba, un bisogno viscerale di affidarsi alla religione ma una razionalità di fondo che non lascia spazio a nessun tipo di culto. Nel memoriale, di cui parleremo più avanti, Tolstoj traccia insieme al lettore il suo cammino di luce, ma anche lui ammette di aver passato un periodo nel quale il pensiero del suicidio era unico riparo da un mondo privo di senso.

La soluzione, ancora quella parola. La soluzione alla vita è la non-vita? È questo che impariamo dai libri? Ovvio che pensiero e azione non sono sempre l'uno il seguito dell'altro; c'è chi riesce ad attraversare il fiume e, più o meno indenne, raggiunge l'altra sponda con un accenno di serenità. C'è chi, come Tolstoj, si aggrappa alla fede e questo è, tralasciando le convinzioni personali, un segno di speranza, perché ci mostra che la salvezza si nasconde anche in una sola motivazione. Ma ciò vuol dire che porre fine alla propria vita significa soltanto non aver trovato l'appiglio giusto? È la motivazione? Una motivazione di vita a fare la differenza? Non dovrebbero valere, al contrario, dieci, cento, mille, giustificazioni di morte? E neanche quelle basterebbero. Non dovrebbe essere "Io scelgo di vivere perché...". Non dovrebbe essere un'opzione, la vita.

È un argomento così delicato che ogni frase è un azzardo. Non so come ne sono entrata e non riesco ad uscirne. Mi sembra di essere in bilico tra retorica e blasfemia, e più domande cerco di soddisfare, più perplessità mi aspettano al fronte. La scrittura è, tra le altre cose, prova di esorcizzazione, a prescindere dalle conclusioni.



Commenti

  1. Quando mi hai parlato di questo post, mi è venuto subito in mente il Saul dell'Alfieri, il tiranno diviso tra cielo e terra, che in realtà non è altro che la ripresa dell'eroe della tragedia attica, destinato dal fato a compiere un delitto, che sia contro se stesso o contro altri. Una vita che si configura come una lotta destinata al fallimento, in cui il suicidio diventa appunto l'unica soluzione possibile per non risultare sconfitti, per manifestare il proprio eroismo e la propria grandezza.
    Penso che queste figure (l'Edipo Re in primis) siano estremamente interessanti, ma forse quiesto è uno dei temi su cui va fatta una netta distinzione tra la finzione del mito e della letteratura e la vita.

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    1. È che a volte capitano fatti del genere e le cose iniziano a confondersi...

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    2. Ricorderai sicuramente...

      «Mi sono ritrovato a paragonare la mia vita a quella di Adrian. Alla sua capacità di guardarsi dentro, di assumere posizioni etiche e di agire di conseguenza; al coraggio mentale e fisico del suicidio. «Si è tolto la vita», di dice; ma Adrian se n’era anche fatto carico, assumendone il comando e prendendola nelle sue mani per poi lasciarla andare. Quanti tra noi - noi che restiamo - possono dire di aver fatto altrettanto? Procediamo a casaccio, prendiamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell’accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge a vita. E, come ricorda il poeta, c’è differenza tra addizione e crescita.
      La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata? Era questa la domanda che il brano di Adrian mi aveva fatto scattare dentro. Di addizioni - e di sottrazioni - ce n’erano state, ma che dire delle moltiplicazioni? E questo mi procurò un senso di disagio, di irrequietezza.»

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  2. Ci sarebbero anche i Dolori del Giovane Werter e quel che Goethe fece dire al suo personaggio al riguardo del suicidio in quella parte dedicata alle pistole... Ma la vicenda su cui si rifece Tolstoj per scrivere Anna Karenina è anch'essa esemplare.
    Vorrei chiederti la ragione del titolo del post, come mai hai usato quella canzone di De André e perché proprio quella frase... Hai trovato che l'indole sessuale di "Andrea" possa esporlo alla risoluzione del suicidio date le criticità attuali?

    Davide

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    1. Ci sarebbero milioni di esempi, ma portano più o meno tutti alla stessa conclusione.

      La natura indefinita del nome mi ha fatto comodo, ma non per la storia del ragazzo della canzone di Faber. Andrea può contenere me, te, e altri sette miliardi di persone. Ognuno ha "in bocca il proprio dolore".
      Ho scelto questa canzone per il cerchio del pozzo, per la profondità:

      "Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo
      Il secchio gli disse: Signore, il pozzo è profondo
      più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto.
      Lui disse: Mi basta mi basta che sia più profondo di me."

      Questa è una delle "soluzioni" più drastiche che mi sia capitato di incontrare.

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    2. Maria, ti ringrazio per la risposta. Hai fugato il mio dubbio sull'interpretazione che hai dato alla canzone.

      C'è uno dei molti risvolti del suicidio che credo sia da considerare e che ho purtroppo vissuto direttamente in più di una situazione. Quando una persona che hai vicino, che conosci, anche una persona che non conosci bene, si suicida, tu senti di aver mancato in qualche cosa. Affiorano alla mente tutte le occasioni in cui hai avuto il sentore di quel che forse si sarebbe potuto evitare... E sei costretto a fare i conti con la tua sensibilità.
      E', così, il suicidio di una persona che si conosce, più di altre morti, ad obbligarci alla rivisitazione di noi stessi per scoprire che non si trova un alibi per il profondo senso di colpa che proviamo.
      Questo aspetto, se non viene trascurato, può produrre sensibilità sociale e alimentare quella che è la facoltà empatica individuale. Questo è il risvolto che più ho provato e verso il quale, credo, si debba concentrare la propria attenzione per far sì, almeno, che abbia a succedere il meno possibile quello che considero, ogni volta che accade, un lutto dell'umanità.

      Ti ringrazio ancora per la risposta
      e ti saluto,

      Davide

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    3. Grazie a te, grazie davvero, per aver condiviso questo pensiero. Capisco quello che vuoi dire e, anche se non ho provato un'esperienza simile sulla mia pelle, posso immaginare le ripercussioni di un gesto del genere su "chi resta". Grazie ancora.

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  3. Gli stoici avevano fatto del suicidio un punto d'onore. Qualcuno, per la verità, ne aveva anche approfittato. Ma la cosa è troppo legata all'etica per farne un discorso razionale. Impossibile trarne, non dico una verità, ma almeno un barlume di indicazione.
    Rimane il fatto che, alla fine, questa vita è l'unica che abbiamo: da un punto di vista meramente quantitativo la scelta tra qualcosa e nulla è obbligata.
    Altrettanto indubbio è che l'idea di mollare tutto ha un suo certo qual fascino, per quanto a volte perverso, e che scrittori, filosofi, varie ed eventuali hanno spesso "giocato". Forse è anche vero che molti si possono "curare" (se mi si passa il termine) con una cura omeopatica di letteratura, piuttosto che lasciarli liberi di sperimentare di persona. Perché la cosa peggiore del suicidio è che è triste, solitario y FINAL.

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  4. "La vita umana è breve, ma io vorrei vivere sempre", disse un giorno quel tizio al quale ho preso a prestito il volto. Tutti sappiamo poi com'è finita.
    Il suicidio è un argomento delicato ma hai fatto bene a parlarne. Giusto? Sbagliato? Chi sono io per dirlo? Religioni e culture diverse lo hanno affrontato in maniera diversa, condannandolo o esaltandolo. Ciò che conta è che non lasciarsi condizionare.

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