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28 novembre 2013

Peter Cameron: una diversa concezione del dolore

Se seguite questo blog da un po' di tempo, avete imparato a capire quello che mi piace. Alcune cose, almeno. Quello che non sapete è cosa mi infastidisce, cosa mi mette a disagio, ed è giusto che conosciate anche questo lato del mio carattere. Una cosa che detesto è non poter esprimere un parere su un argomento perché non ne so abbastanza; non riesco a perdonarmi di non aver approfondito in precedenza. E, trasferendo il concetto al nostro campo di interesse, è difficile che io parli serenamente di un libro se non sento di aver acquisito una conoscenza, seppur minima, dell'autore e della sua scrittura, della sua storia. Mi sembrerebbe, nel caso, di non avere i dati per sostenere l'opinione, come se non conoscessi tutte le variabili per risolvere un problema. Detto ciò, Peter Cameron mi ha messo veramente in crisi.

Qualche giorno fa ho terminato il suo ultimo romanzo: il weekendIn realtà The Weekend è il secondo libro scritto dall'autore ed è stato pubblicato nel 1994 da Farrar, Straus & Giroux, ma è giunto a noi solo nel marzo del 2013. Leggendolo ho avvertito una sorta di dissonanza cognitiva che non avevo mai provato prima. La scrittura di Cameron è bella, proprio nel senso estetico del termine: belle sono le parole che utilizza, gli aggettivi, le pause; i dialoghi sono brillanti e lo stile è raffinato, elegante, ricercato ma semplice. Bello. 

C'è anche da dire che, e qui sono costretta ad aprire una parentesi, io ho un debole per la narrativa americana contemporanea. Mi piace saggiare sempre nuove influenze e, in alcuni casi, ricevo anche diverse risposte positive, come dalla letteratura africana, ma anche la narrativa islandese, che pensavo non fosse nelle mie corde e invece mi ha piacevolmente sorpreso. Però. Però. Però la letteratura america è la mia isola felice. È il mio porto sicuro. So che, nel caso stessi attraversando un periodo di inappetenza letteraria, mi basterebbe allungare la mano, afferrare dalla libreria quei due o tre titoli che tengo a riserva e sono sicura che tornerei rapidamente in carreggiata. È una questione di affinità, non c'è molto da spiegare, è empatia pura e semplice. 

Peter Cameron appartiene, di fatto e di diritto, a questa categoria. Qual è il problema allora? Il problema è la trama, o meglio, il tema celato all'interno di essa e, soprattutto, il modo in cui l'autore ha scelto di parlarcene. A fine lettura non mi sono sentita del tutto soddisfatta. Pensavo però, ed è qui che si sostanzia la questione, che fosse una mia mancanza, che io, non avendo letto nulla di suo prima di questo libro, non fossi in grado di formulare un'opinione globale e concreta, un giudizio pieno e consapevole. Le variabili del problema.

Placati i primi slanci di autocommiserazione, sono corsa a recuperare Un giorno questo dolore ti sarà utilePerché dovevo capire, perché dovevo sapere. Anche qui però ho avvertito la stessa sensazione, la stessa dissociazione. Ecco perché adesso, a cuor più leggero, posso parlare di entrambi i libri, perché sento di aver acquisito una maggiore consapevolezza.

Il tema che accomuna i due li è il dolore ma la traccia che approfondisce l'argomento si basa su due diverse situazioni. Il primo romanzo si svolge in un arco di tempo abbastanza ristretto, un weekend appunto, nel quale i personaggi manifestano ed elaborano a proprio modo una sofferenza comune:
weekend-Cameron-cover
John e Marian, coppia di facoltosi quarantenni, attendono nella loro villa di campagna l'arrivo di Lyle, critico d'arte di New York, nell'anniversario della morte di Tony, fratello di John e compagno di Lyle per nove anni. Quest'ultimo si presenta però insieme a Robert, ventiquattrenne pittore di origini indiane: circostanza fatalmente destinata a trasformare il placido soggiorno che i tre avevano programmato in una sequenza di momenti imbarazzanti e carichi di tensione.
Ma se l'ansiosa Marian sem­bra essere l'unica ad accorgersene e John si chiude in un laconico riserbo, Lyle fa di tutto per apparire disinvolto. 
In questa vicenda, il peso di cui si fanno carico i protagonisti è doppio perché le emozioni che vivono sono articolate e contrastanti: da un lato c'è la perdita, il vuoto, ma dall'altra c'è la vita che preme, il nuovo che si fa spazio. C'è la voglia di tornare a respirare e c'è il senso di colpa solo per aver pensato di volerlo fare. È un dolore maturo, complesso. Adulto. 

Il secondo libro credo si possa definire un vero e proprio romanzo di formazione
un-giorno-questo-dolore-Cameron-coverJames ha 18 anni e vive a New York. Finita la scuola, lavoricchia nella galleria d’arte della madre, dove non entra mai nessuno. [...]
Per ingannare il tempo, e nella speranza di trovare un'alternativa all'università («Ho passato tutta la vita con i miei coetanei e non mi piacciono granché»), James cerca in rete una casa nel Midwest dove coltivare in pace le sue attività preferite – la lettura e la solitudine –, ma per sua fortuna gli incauti agenti immobiliari gli riveleranno alcuni allarmanti inconvenienti della vita di provincia. Finché un giorno James entra in una chat di cuori solitari e, sotto falso nome, propone a John, il gestore della galleria che ne è un utente compulsivo, un appuntamento al buio...
Strano che si tratti di una pubblicazione più recente perché sembra quasi che i due testi siano uno il seguito dell'altro. In entrambi i casi il protagonista è un omosessuale, però, al contrario di Lyle che è un uomo con un orientamento preciso e definito, James è un ragazzo ancora in piena fase evolutiva; la sua angoscia è correlata all'incompatibilità che avverte rispetto ai suoi coetanei, all'incapacità di saper adattare la sua vita al modello al quale ogni persona "normale" dovrebbe aspirare. Da questo grumo di emozioni, esce fuori un personaggio sensibile e intelligente. Speciale, se volessimo banalizzare.

Ancora. Qual è il problema? Il problema è proprio il doloreÈ difficile attuare un'immedesimazione completa, proprio a causa della complessità delle circostanze nelle quali si trovano i due protagonisti, però, da lettrice, lamento il fatto di non essere riuscita ad entrare completamente nella loro sofferenza. È questo che mi ha messo in crisi: l'amore che ho provato per la sua scrittura e il distacco emotivo che ho avvertito per le sue storie. Il tocco di Cameron è garbato, ed è un pregio che solitamente apprezzo in un autore, ma forse l'eccessiva delicatezza ha reso alcuni passaggi meno incisivi. 

È impensabile, una volta iniziato un suo libro, pensare di fermarsi e fare altro; durante la lettura sembra quasi di sentirla, la sua sensibilità, come fosse palpabile, ed è un richiamo al quale non si può resistere. Ma io ho un'idea del dolore più esplicita, più disperataCiò non vuol dire che creda che le emozioni palesate siano più profonde, anzi, però in questo caso avrei preferito un approccio più diretto ed efficace.

È ovvio che qui entriamo in quella grossa e indefinita zona delle preferenze personali nella quale ogni soggettività è concessa. Io probabilmente mi sento più vicina a Il weekend ma, ripeto, non c'è nessuna base oggettiva che mi spinge a suggerirne uno e a scartare l'altro. È un autore che consiglio, a prescindereIo intanto aspetto la prossima storia, quella che forse sentirò davvero mia.
Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d'avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c'è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio.


Traduzione di Giuseppina Oneto
Adelphi
2010 (XII edizione)
pp. 206
ISBN 9788845925023
                        Il weekend
Traduzione di Giuseppina Oneto
Adelphi
2013
pp. 176
ISBN 9788845927768
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24 novembre 2013

L'arte è soltanto un altro modo di vivere

Parigi, 17 febbraio 1903
Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. 
Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso.
Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un'opera d'arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d'abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d'arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all'effimera nostra, perdura[...] Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. 
Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all'esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.
La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. [...] 
Un'opera d'arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v'è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall'esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna. Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l'introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire. 
Cos'altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all'esterno, e dall'esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere. [...] 
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po' più degno di quanto io, un estraneo, non sia.
Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke
(da Lettere a un giovane poeta. Adelphi, 1980. Traduzione di Leone Traverso)


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20 novembre 2013

La bellezza delle cose fragili di Taiye Selasi

Per accompagnarvi in questo libro devo partire lentamente, con garbo. Andiamo, vi faccio strada. Lasciate le scarpe qui, all'ingresso, e varcate la soglia. Avete mai visto una struttura del genere? Un cortile attorno al quale si aprono quattro porte, una ad ogni angolo, una casa "costruita intorno", che contiene ed è contenuta a sua volta. Era un progetto folle al tempo, una struttura inusuale; non si erano mai viste abitazioni così ad Accra. Accra è la capitale del Ghana. Sì, siamo in Africa. L'uomo che vedete in giardino è Kweku. È lui che ha progettato la casa in questo modo. La disegnò d'istinto, su un tovagliolo, affinché non gli volasse via. È così che la voleva; per sé, per loro, per la famiglia

Kweku si accascia a terra. Sta male. Lui è un medico, queste cose le capisce. Voi non riuscite vederlo ma il suo cuore si è spezzato in quattro punti. Semplici incrinature, che per anni non ha mai curato. Lui lo sa, lo sa che sta morendo. Sta morendo, ed è solo. Ma è proprio in quel momento, quando dovrebbe urlare, chiedere aiuto, provare a salvarsi, quando dovrebbe piangere e disperarsi, e maledire il mondo, e maledirsi, quando dovrebbe fuggire, è in quell'istante che si blocca e la vede: la bellezza.
Kweku si ferma sulla soglia e ammira lo spettacolo, senza fiato, appoggiato con la spalla alla porta scorrevole aperta per metà. Pensa - e una fitta gli afferra il petto - che a volte il mondo è troppo bello. Che non ha peso, il mondo - la rugiada sull'erba, la luce sulla rugiada, la sfumatura di quella luce -, ed è un'idea difficile da accettare, per un medico come lui, consapevole che queste cose quasi mai vivono più di una notte - accettare che queste cose esistano nel mondo ma non per il mondo, non a lungo, almeno; per il mondo come lo vede lui, un posto brutale, un posto che confonde, che ti sfianca. Difficile accettare che queste cose o verranno spezzate o fuggiranno via lasciandosi dietro un senso di perdita.
Il libro, nella versione originale, è intitolato Ghana Must Go, appellativo con il quale si fa riferimento al periodo, l'inverno del 1983, durante il quale il governo nigeriano spiccò un ordine di espulsione per circa due milioni di ghanesi. È un titolo che assume pieno significato all'interno del contesto nel quale è stato ideato, ma non credo che avrebbe avuto grosso riscontro se fosse arrivato a noi senza alcun adattamento. Perché, per quanto possiamo sforzarci di essere migliori, facciamo sempre gli stessi errori. Perché quello che non riconosciamo, quello che non capiamo, lo teniamo a distanza. Noi, un titolo del genere, non l'avremmo mai compreso fino in fondo.

E allora eccola, La bellezza delle cose fragiliCome se fosse semplice, spiegare la bellezza, come se potesse essere racchiusa in un concetto finito e definito, come se potesse assumere un solo volto, una sola voce. Che cos'è la bellezza? La bellezza è una lacrima troppo densa, un'emozione rotta che si blocca in gola. La bellezza è un abbraccio stretto, le unghie nella carne, un abbraccio con tutto il corpo, per paura di mollare la presa e cadere a pezzi. La bellezza è tornare a casa e scoprire di non essere mai partito. La bellezza è la sensazione di appartenere a qualcosa, di farne parte ancora, nonostante tutto.
E poi il Ghana, poi l'odore del Ghana, una contraddizione, un vaso d'argilla incrinato: l'odore di siccità e umidità allo stesso tempo, l'umido della terra e l'aridità della polvere. L'aeroporto. Corpi che spingevano, tiravano, gridavano, mendicavano, toccavano, respiravano. Li aveva dimenticati, i corpi. La vicinanza dei corpi. In America i corpi erano distanti. Il calore che emanavano.
Una commozione prolungata e sottile: questo è quello che Taiye Selasi ci regala attraverso la storia della famiglia Sai; di Kweku, di sua moglie Folasade, di Olu, il maggiore, di Taiwo e Kehinde, i gemelli, e di Sadie, la più piccola. La storia di una famiglia che si perde negli sbagli, nei torti e nelle mancanze, che si sgretola, a contatto con una realtà che non riesce a gestire. E allora ognuno cerca di costruirsi un'esistenza propria, a prescindere dagli altri, allontanandosi quel poco che basta per distinguere i respiri. Ma sono muscoli e tendini, e sangue, e arterie, che li legano insieme, che li tengono stretti l'uno a l'altro, che li ricongiungono ogni volta.
Si tocca la pancia come fa sempre in queste situazioni, quando la paura si affaccia timidamente senza mostrarsi del tutto, quando c'è qualcosa che non va ma lei ancora non sa cosa o quale dei suoi figli - è da lì che sono usciti - possa riguardare. 
[...] Si tocca la pancia in quattro punto diversi, i quadranti del busto tra la vita e il petto: prima in alto a destra (Olu) sotto la mammella, poi in basso a destra (Taiwo), dove c'è la piccola cicatrice, poi in basso a sinistra (Kehinde) accanto a Taiwo, poi in alto a sinistra (Sadie), la piccola, il suo cuore. Soffermandosi qualche istante su ciascuno di questi punti per concentrarsi sulla sensazione, il movimento o la staticità che avverte sotto il palmo. E sente: Olu: tutto tranquillo. Tristezza, come al solito, soffusa e persistente come il rumore di un ventilatore. Taiwo: tensione. Qualcosa che tira piano. Ma nessuna sensazione di pericolo, niente di allarmante. Kehinde: l'assenza, l'eco del silenzio reso sopportabile dalla certezza che, casomai fosse, lei l'avrebbe capito. Infine, Sadie: farfalle svolazzanti, una nuova inquietudine, una nuova ricerca di qualcosa, qualcosa che non riesce a trovare. 
Bene. Tristezza, tensione, assenza e angoscia - ma stanno tutti bene.
La scrittrice Elizabeth Gilbert ha detto che questo libro sembra contenere il mondo intero. Lo penso anch'io: c'è  tutto il mondo in queste pagine. Così reale e violento. E fragile. Bellissimo.



la-bellezza-delle-cose-fragili-Selasi-coverTaiye Selasi
La bellezza delle cose fragili

Traduzione di Federica Aceto
Einaudi
2013
pp. 344
ISBN 9788806208028
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18 novembre 2013

L'incipit de «L'uomo senza qualità»

Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell'anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d'agosto dell'anno 1913.
(di Robert Musil - Mondadori, 2013)
Suggerito da Lars W. Vencelowe del blog Lars W.Vencelowe & friends.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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15 novembre 2013

Un caffè con... me! Per un anno, questo, il primo dei prossimi

Non che io abbia mai scritto poesie (a parte qualche raro e ancor più deprimente tentativo adolescenziale) ma ci tenevo a stimolare il mio lato sentimentale e ad impossessarmi di questo spazio proprio oggi che ho, che abbiamo, raggiunto una sorta di traguardo: a un anno di distanza, in un fiacco mattino autunnale e con un titolo alquanto improbabile, nasceva quel che ora è Start from Scratch.

Beviamoci un caffè, parliamone un po'. Come vi è sembrato quest'anno? Non ho intenzione d'inondarvi di cuori e messaggi ad alto tasso glicemico ma credo sia giusto, ogni tanto, gongolarsi in qualche piccola soddisfazione. E questo blog per me lo è, una soddisfazione, perché è difficile che io riesca a portare avanti una passione per così tanto tempo; non sempre in modo costante, abbastanza, comunque oltre i miei standard.

Non voglio andare oltre, non voglio dilungarmi. Voglio ringraziarvi però, almeno questo, perché per quanto io ci abbia messo il mio impegno a restare, è il vostro continuo riscontro che alimenta la mia voglia di scrivere. Perché a leggere, leggevo anche prima. E l'emozione che ne ricavavo, anche quella c'era: piccola, semplice e perfetta. Ma ora che riesco a condividerla è esplosa, è più grande. È più.

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NOTA DELL'AUTRICE: la tazzina di caffè non ha subito alcun maltrattamento durante la realizzazione di questo complesso attacco d'arte.


Vi abbraccio tutti, ma proprio tutti.
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11 novembre 2013

Scatola nera di Jennifer Egan

Dall'autrice premio Pulitzer di Il tempo è un bastardo, arriva un intrigante esperimento letterario: un'originalissima spy-story scritta per essere pubblicata su Twitter, ossia scandita in brevi porzioni di testo non più lunghe di 140 caratteri.
Non so se sia stata la parola esperimento a solleticare la mia curiosità oppure se la colpa è da attribuire in gran parte all'aggettivo letterario; so solo che i due termini, messi insieme, non mi hanno lasciato altra scelta: dovevo assolutamente avere quel racconto. Non avevo mai letto nulla di Jennifer Egan e non sapevo se, approcciandomi all'autrice attraverso un testo così particolare, sarei riuscita ugualmente a cogliere il suo stile e a capire, di conseguenza, se fosse affine ai miei gusti. Ma ho preferito abbandonare i dubbi alla prima pagina e, denudata da ogni pretesa di voler far analisi, mi sono addentrata nella storia con semplicità e disimpegno. 


Prima di entrare nel vivo dell'esperimento facciamo un passo indietro. 

Siamo nel 2012, maggio, 25: il New Yorker annuncia che, a partire dalla sera stessa, verrà pubblicato, twittato, il nuovo racconto di Jennifer Egan; 140 caratteri alla volta e Black Box prende vita davanti agli occhi increduli di migliaia di followers.
Da così:
black-box-Egan
Bozze (Fonte: www.newyorker.com)
A così:
tweet-new-yorker-black-box-Egan

Minimum fax vide che era cosa buona. Ancora 2012 ma ottobre, il 24: la casa editrice romana, attraverso il proprio account, twitta il libro della Egan, tradotto Matteo Colombo, al ritmo di un cinguettio al minuto; razioni di testo tornano ad avvicendarsi negli spazi ristretti del social network fino al 31 ottobre.

tweet-minimum-fax-scatola-nera-Egan

2012, novembre, 1: il racconto viene digitalizzato e pubblicato dalla stessa casa editrice. Ad un anno esatto dall'ultimo tweet, il 31 ottobre 2013, Scatola nera passa al cartaceo.

Questo nuovo modo di far letteratura, per quanto interessante possa essere, potrebbe però destare alcune perplessità legate soprattutto alla bontà del risultato raggiunto: la frammentazione ha eroso, almeno in parte, la qualità del brano? Io dico di no. La storia è nata proprio con l'intento di essere raccontata in micro porzioni e, se terrete a mente questa premessa, ne ricaverete una lettura molto piacevole. I periodi sono incisivi e diretti proprio perché la scrittrice aveva la necessità di esprimerne tutto il proprio potenziale in soli 140 caratteri; è un'isola a sé, ogni frase, ed ha un valore puro e finito nella sua dimensione, ma acquista maggior rilievo se aggregata alle altre. 

Il racconto che viene fuori da questo agglomerato di parole è una storia di spionaggio intensa, accattivante e, al contrario di quanto si possa pensare, lineare e coerente.
Esperimento letterario riuscito? Assolutamente sì.



scatola-nera-Egan-coverJennifer Egan
Scatola nera
Traduzione di Matteo Colombo
Minimum fax
2013
pp. 69
ISBN 9788875215385
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8 novembre 2013

Sostiene Pereira: un libro, un film

Sostiene Pereira fu concepito in un viaggio a Lisbona durante il quale Antonio Tabucchi si trovò, quasi per caso, nei pressi di una camera ardente; la salma apparteneva a un giornalista noto per aver scritto contro il regime oppressivo che vigeva in Portogallo. L'ammirazione per il coraggio dimostrato dal cronista sconosciuto s'insinuò nel cuore di Tabucchi e germogliò, parecchio tempo dopo, con le fattezze di un individuo paffuto e cardiopatico nel quale riconosciamo il futuro Pereira. Il personaggio si presentò allo scrittore e pretese di essere raccontato, così afferma l'autore nei suoi scritti, sempre più insistentemente. Qualcuno doveva dar voce alla storia e, una volta preso atto di ciò, mancavano solo i dettagli narrativi a definire il romanzo.

Lisbona, 1938, nel pieno del regime dittatoriale salazarista; Pereria è un giornalista che prende incarico nella sezione culturale del Lisboa, un quotidiano locale. È
 un uomo comune, Pereria, innamorato della letteratura, degli autori francesi e delle omelette alle erbe, finché due ragazzi, Monteiro Rossi e Martaarrivano a sconvolgere la sua ordinarietà.
Mi diceva che il racconto di Balzac è un racconto autobiografico.
Oh, non volevo dir questo, ribatté Pereira, volevo dire che io l'ho letto in chiave autobiografica, che mi ci sono riconosciuto.
 
Nel pentimento?, chiese il dottor Cardoso. 
In qualche modo, disse Pereira, anche se in modo molto trasversale, anzi, la parola è limitrofo, diciamo che ci sono riconosciuto in modo limitrofo.
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SOSTIENE PEREIRA di Roberto Faenza
Sceneggiatura di Roberto Faenza, Sergio Vecchio
Genere: drammatico
1995
104 min
sostiene-Pereira-libro-cover
SOSTIENE PEREIRA di Antonio Tabucchi
Feltrinelli
2009 (XIX Edizione)
pp. 216















Il concetto di "emozione limitrofa" mi ha affascinato tantissimo; con questo termine Tabucchi si riferisce a quelle sensazioni di sottofondo, indefinite, che riescono a influenzare l'animo umano in modo decisivo. 
È una sensazione strana, che sta alla periferia della mia personalità, ed è per questo che io la chiamo limitrofa, il fatto è che da una parte io sono contento di aver fatto la vita che ho fatto, sono contento di aver fatto i miei studi a Coimbra, di aver sposato una donna malata che ha passato la sua vita nei sanatori, di aver tenuto la cronaca nera per tanti anni in un grande giornale e ora di aver accettato di dirigere la pagina culturale di questo modesto giornale del pomeriggio, però, nello stesso tempo, è come se avessi voglia di pentirmi della mia vita, non so se mi spiego. 
È proprio l'impossibilità di circoscriverla, quell'emozione, che accende la nostra attenzione; troppo sfuggente da individuare, troppo presente da ignorare. Inconsapevolmente, proprio perché non riusciamo a spiegarcela, la colleghiamo a qualcosa di sommerso, di profondo, di più importante. Perché succede questo? Perché Pereira non si sente più a suo agio nella sua stessa vita? Perché anche noi arriviamo a non accettare più che il presente si plasmi sulle sembianze del nostro passato?
Lei ha un forte superego, dottor Pereira, e questo superego sta combattendo con il suo nuovo io egemone, lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima, lei dovrebbe abbandonare il suo superego, dovrebbe lasciare che se ne andasse al suo destino come un detrito.
Il superego, l'io egemone; il nostro corpo ci comunica che non stiamo vivendo nel modo giusto, che le scelte che fino ad ora abbiamo intrapreso, per quanto responsabili possano essere state, ci hanno allontanato, passo dopo passo, da noi stessi. Un senso di colpa residuale che s'introduce nel nostro cervello: per non aver assecondato i nostri desideri, per aver intrapreso sempre la via più facile. Per non aver, nel caso di Pereira, supportato la giusta causa. Ma, acquisita questa consapevolezza, come possiamo rimediare? Dovremmo forse rinnegare tutto quello che siamo stati?
E di me cosa resterebbe? chiese Pereira. Io sono quello che sono, con i miei ricordi, con la mia vita trascorsa, le memorie di Coimbra e di mia moglie, una vita passata a fare il cronista in un grande giornale, di me cosa resterebbe?
Se allontanassi tutto quello che non considero affine a me, se ripudiassi ogni cosa che contrasta con il mio nuovo stato, il mio nuovo io egemone, di me cosa resterebbe? Arrivati a questo punto ci si sente spezzati in due, a metà tra la paura di cambiare e il timore di non riuscire a farlo. Ma non è rinnegando quello che è stato che riusciremo a diventare qualcos'altro, perché tutto, anche il peggio, è servito per giungere a questa rottura con un giusto grado di preparazione, con una predisposizione all'evoluzione che altrimenti non avremmo mai avuto. È da lì che dobbiamo partire, dalle piccole cose che non ci rappresentano più, quegli atteggiamenti, quelle reazioni, che non rispecchiano la nostra attuale condizione. E se la vita ci chiederà di mutare ancora, noi dobbiamo essere disposti a farlo, accogliere la sfida, accettarla, e andare incontro al nostro nuovo futuro. O almeno ci si prova.

Il film omonimo di Roberto Faenza vanta un grandissimo punto di forza e, a mio parere, una debolezza di pari entità. Come avrete senz'altro intuito, il carattere dei personaggi è determinante; Pereira, Monteiro e Marta sono tre vertici, ugualmente importanti, della stessa rivoluzione ed è inevitabile che gli interpreti, per essere all'altezza, debbano rispecchiare la forza di queste personalità. Il cavallo vincente è, ovvio, Marcello Mastroianni; è esattamente il Pereira che avevo immaginato: ogni movenza, ogni espressione, rispecchia pienamente le caratteristiche del giornalista del Lisboa e, a confronto, il Monteiro Rossi di Stefano Dionisi è appena accettabile. Ma la pecca più grande dell'intera trasposizione è rappresentata da Marta, interpretata da una giovanissima Nicoletta BraschiMarta è, nel romanzo, la trascinatrice del gruppo; è lei che infonde le idee rivoluzionarie in Monterio Rossi, è lei che provoca Pereira ad uscire fuori dalla sua "zona di sicurezza". Marta è fuoco, nei capelli e nell'animo, e Nicoletta non regge la potenza del personaggio: è scialba, è inespressiva, non è riuscita minimamente a riproporre la stessa natura della protagonista. Nonostante questo, nel film si respira piacevolmente l'atmosfera della Lisbona del tempo e alcuni passaggi del libro sono ben rappresentati.

Ricapitolando: libro consigliato e film segnalato con riserva.
È pur sempre un film con Mastroianni, quanto male può fare?



Il sintagma "Sostiene Pereira" inizia e conclude il romanzo, e viene inoltre ripetuto più volte nel corso della narrazione, come se l'autore avesse scritto con Pereira davanti, a rilasciare la propria confessione o deposizione (fonte: Wikipedia).

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4 novembre 2013

«A Camilla, con amore, Arturo»

— Come si chiama?
— Camilla.
Si rizzò a sedere e mi sfiorò la bocca.
— Sono così sola. Fa' finta che io sia lei.
— Sì. Facciamo così. Tu sei Camilla.
Aprii le braccia e lei vi affondò dentro.
— Mi chiamo Camilla — disse.
— Sei bella. Sei una principessa maya.
— La principessa Camilla.

— Questa terra e questo mare ti appartengono. L'intera California ti appartiene. Anzi niente più California, niente più Los Angeles, niente strade polverose, squallidi alberghi, giornali maleodoranti, orientali sconfitti e sradicati, viali pretenziosi. Questa è la tua splendida terra, con i suoi deserti, i monti e il mare. È il reame su cui tu regni, principessa.
— Sono la principessa Camilla — singhiozzò.
— La California è sparita e anche gli americani. Restano solo i deserti, le montagne e il mare. La mia terra.
— Poi arrivo io.
— Arrivi tu.
— Io sono io, Arturo Bandini, il più grande scrittore di tutti i tempi.
— Sì, certo — assentì con un singulto. — Arturo Bandini, il genio. 
Seppellì la faccia nell'incavo della mia spalla e le sue lacrime calde presero a scorrermi sulla gola. La strinsi a me. 
— Baciami, Arturo.  
(da Chiedi alla polvere di John Fante. Einaudi, 2004. Traduzione di Maria Giulia Castagnone)


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