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31 agosto 2013

Dobbiamo rimanere lettori

Se è così, se leggere correttamente un libro evoca le qualità più fini dell'immaginazione, dell'intuizione e del giudizio, si può forse concludere che la letteratura è un'arte molto complessa ed è poco probabile che saremo in grado, anche dopo una vita di letture, di dare qualche contributo di valore alla critica. Dobbiamo rimanere lettori. Non ci approprieremo della gloria ulteriore che appartiene a quei rari esseri che sono anche critici. Ma come lettori abbiamo lo stesso le nostre responsabilità, e anche la nostra importanza. I modelli che ergiamo e i giudizi che formuliamo s'intrufolano nell'aria e diventano parte dell'atmosfera che gli scrittori respirano mentre lavorano. Si crea un'influenza che agisce su di loro anche se non arriva mai alle stampe. E, se ben istruita, vigorosa, originale e sincera, potrebbe diventare molto importante ora che la critica è per forza di cose incerta.
Ora che i libri passano in rassegna come una processione di animali al poligono di tiro, e il critico ha solo un secondo per caricare, puntare e sparare, può essere ben giustificato se prende conigli per tigri, aquile per galline, o li manca proprio e spreca il colpo su una mucca che pascola pacifica in un campo lontano.
Se dietro gli spari casuali della stampa l'autore sentisse che c'è un altro tipo di critica, l'opinione di persone che leggono per amore di leggere, con calma e non per professione, e giudicano con grande simpatia, ma anche con grande severità, non potrebbe per questo migliorare la qualità del suo lavoro? E se grazie a noi i libri diventassero più forti, più ricchi e più vari, allora sarebbe un fine che varrebbe la pena perseguire. Ma chi legge per raggiungere un fine, ancorché auspicabile? Non ci sono ricerche che facciamo perché buone in sé e piaceri che sono definitivi? E questo non è tra quelli?
Ho sognato talvolta che all'alba del Giorno del Giudizio, quando i grandi conquistatori e uomini di legge e di Stato torneranno per ricevere la loro ricompensa - corone, allori, nomi indelebili scolpiti sul marmo imperituro -, l'Onnipotente si rivolgerà a Pietro e dirà, non senza una punta d'invidia, vedendoci arrivare con i nostri libri sottobraccio: "Vedi, questi non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo niente da dare loro. Amavano leggere".
(da Consigli a un aspirante scrittore di Virginia Woolf. Rizzoli, 2012. Traduzione di Bianca Tarozzi)


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30 agosto 2013

La prima volta di Philip Roth con la ragazza di Tony

(questo titolo mi comporterà un innalzamento piccante nelle query di ricerca, ne sono sicura. Mi scuso anticipatamente con tutti gli utenti curiosi che verranno dirottati su questo blog; parliamo di prime volte, di libri però. Quindi, nel caso vogliate comunque proseguire nella lettura... a vostro gradimento!)

Quando mi capita di recarmi in città cerco sempre di fare un salto nei pressi di Port'Alba perché proprio lì prende vita ogni giorno quello che, per un lettore, è una sorta di paradiso in terra: negozi di libri, piccoli piccoli, uno dietro l'altro e bancarelle a cielo aperto stracolme di volumi (sia nuovi che usati) di qualsiasi forma, dimensione, colore e anno di pubblicazione. Io ci passo ore intere; come una pulce impazzita rimbalzo da bancone a bancone analizzando, annusando e toccando ogni singolo libro. E mi emoziono, come quella volta che trovai una copia di Cyrano de Bergerac risalente al 1920: la copertina era sottilissimabruna, sfrangiata in alcuni punti; sfogliavo le pagine con cautela, affascinata da quel colore intenso e avvolgente che assume la carta con il passare degli anni. Sembra quasi di poter viaggiare nel tempo, grazie a libri del genere. Piccole perle abbandonate in attesa di essere riportate alla luce.


Restando in tema, in una delle mie esplorazioni ho trovato questo:
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La ragazza di Tony (Bompiani - 1979)
Un libro di Philip Roth in edizione vintage? Mio. Neanche il tempo di pensarci.

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(con la straordinaria partecipazione di uno yogurt invadente!)

A esser sincera appena l'ho visto sono rimasta un po' interdetta perché non ne conoscevo l'esistenza. Eppure mi era capitato almeno mille volte di scorrere la bibliografia di Roth ma questo titolo proprio non riuscivo a ricordarlo. Le indicazioni sul retro della copertina mi mettevano ancor più in difficoltà:
"La ragazza di Tony è il primo romanzo di Philip Roth, quello che lo ha consacrato come uno degli scrittori contemporanei più originali e brillanti e che gli è valso nel 1960 il National Book Award, il massimo riconoscimento letterario americano"
Possibile che non riuscissi a ricordarmi il primo libro di Philip Roth?

In realtà questo breve romanzo è incluso nella più conosciuta raccolta Goodbye, Columbus e cinque racconti; la casa editrice Bompiani pubblicò, nel 1960, La ragazza di Tony in un unico volume. L'edizione che ho trovato io è la prima in versione tascabile.

È una storia d'amore soffocata dal perbenismo e dalle convenzioni di una famiglia americana troppo impegnata a badare alle apparenze, dedita per lo più a preservare il prestigio derivante dalla propria posizione sociale che a sviluppare desideri e aspirazioni. È, in realtà, una situazione che Roth ci ha raccontato molto spesso in seguito, narrandoci a più riprese il disagio che deriva dall'essere diverso (parlandone attraverso i suoi personaggi come ne La macchia umana, oppure in prima persona come in Autobiografia di un romanziere).

L'opera prima di uno scrittore è sempre molto importante perché, a prescindere dalla qualità del testo, rappresenta un atto di fiducia, il gesto attraverso il quale l'autore si "concede" attraverso la propria scrittura. Ed è sua prima volta, non c'è esperienza o popolarità che possa attutire la caduta nel caso le cose non dovessero andare, nel caso il libro non dovesse piacere. Che è un po' come sentirsi rifiutati perché credo che i primi lavori degli scrittori siano anche quelli più autentici, sicuramente meno perfetti ma, forse mi sbaglierò, più spontanei. Ripeto, non parlo di qualità narrativa perché questo libro, per esempio, non è all'altezza degli altri romanzi di Philip Roth. Mi è piaciuto, però a mio parere non è abbastanza incisivo, non è così crudo e violento come le pubblicazioni successive; si intravede uno stile molto interessante, un potenziale inespresso, però c'è ancora una sorta di titubanza nell'osare, nel caricare le situazioni. Come se avesse voluto alleggerire alcuni passaggi, forse anche inconsapevolmente, sfiorando le emozioni piuttosto che affondarci le mani come è solito fare. 

È stata un'esperienza particolare, rovistare negli appunti di un grande scrittoreLeggendo questo romanzo mi è sembrato quasi di aprire un diario segreto, avvertivo la sensazione di violarne i segreti. Eppure lo cercavo, avidamente, pagina dopo pagina, il Roth che ho imparato a conoscere e ad apprezzare. E vederlo, in qualche frase, ritrovarlo negli spazi, è stato molto bello.



La mia edizione è fuori catalogo. Per chi fosse interessato a leggere questo romanzo, l'ultima edizione del libro Goodbye, Columbus e cinque racconti è stata pubblicata da Einaudi nel 2012.


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27 agosto 2013

Un caffè con: Mark Strand

Tornare a regime non è semplice, motivo per il quale mi trascino in questi ultimi giorni cercando di trattenere più energie possibili. Però voglio tornare a scrivere, a parlare di libri, di cinema. E a leggere poesie, che è da un po' che non lo facciamo.

Non conoscevo Mark Strand e mi sono resa conto solo adesso di quanto fosse grave la mia mancanza; ho letto alcuni suoi versi e vi assicuro che sono uno più emozionante dell'altro (anche perché parliamo di un Premio Pulitzer per la poesia - anno 1999). Io ho scelto Tenendo le cose assieme, perché è stata terra del nostro primo incontro. E per il titolo, perché sapete quanto sia importante per me. Tenendo le cose assieme, che può voler dir tutto, anche solo così.

Mark-Strand
(Canada - 11 aprile 1934)
In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo

per tenere assieme le cose.


Un abbraccio.
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21 agosto 2013

Luce d'estate, ed è subito notte di Jón Kalman Stefánsson

Ho terminato la lettura di questo libro sopra le nuvole, ad appena mezz'ora da Berlino e, credetemi, avrei dirottato l'aereo per puntare dritto verso l'Islanda. È stata una reazione strana, perché non avevo mai pensato a quei territori prima; credevo, non so esattamente per quale motivo, che regnassero atmosfere troppo lente, per me soprattutto, che sono sempre alla ricerca di qualcosa di più veloce, di più forte. Di qualcosa di piùPer le stesse motivazioni non avevo mai guardato alla letteratura islandese con interesse. Ma Stefánsson mi ha dimostrato che la lentezza non ha nulla a che fare con la staticità, che si può essere dinamici senza essere irrequieti, che c'è forza anche senza aggressività. 
L'essere umano non si mantiene bene come il titanio, e la sua storia potrebbe essere riassunta così: quello che ha nel cuore, quello che ha nelle ossa, nel sangue, e poi il movimento di una mano una sera d'ottobre.
Luce d'estate, ed è subito notte: un accostamento di vocaboli molto azzeccato, una contraddizione in termini capace di evocare immagini davvero suggestive. Mi vengono in mente sere come quelle appena trascorse, con gli ultimi residui di un'estate che si trascina sulle gambe ancora dorate. Mi fa pensare a quella malinconia per le cose belle, nei momenti di pura e perfetta felicità, quando sei allegro e triste allo stesso momento perché consapevole che quella serenità, nell'attimo in cui la stai pensando, è già passata. Perché non riusciamo, anche imponendocelo, a vivere nel momento in cui siamo davvero: sempre troppo indietro, o troppo avanti, per un passato che ci inghiotte o per un futuro che ci sputa fuori. 

Sarebbe fantastico avere dei fotogrammi di felicità, io ci penso molto spesso: mi piacerebbe avere dei fermo immagine di questo o quel secondo, per rievocare la stessa emozione in tempi diversi, per dilatarla ed estenderla, così che fossi in grado di spalmarla sui periodi nei quali la luce non riesce proprio a portare il giorno. È per questo motivo che Stefánsson ha scritto questo romanzo: per provare a dare un senso alla vita attraverso gli scatti di un paese di appena quattrocento anime. Perché a volte nei posti piccoli la vita diventa più grande ed è più facile acchiapparla, metterla sotto una campana di vetro, intrappolarla come una lucciola.
Nelle storie antiche si dice che l'uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo - la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce d'estate. Abbiamo un compito, a parte baciare labbra; sai per caso come si dice "ti desidero" in latino? E come si dice in islandese?
Per esaminarla, per comprenderla. Per provarci almeno.




luce-d-estate-Stefánsson
Jón Kalman Stefánsson 
Luce d'estate ed è subito notte
Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini
Iperborea
2013
pp. 304
ISBN 9788870915174
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13 agosto 2013

La scopa del sistema di David Foster Wallace

Il mio tempo libero, con l'incedere delle vacanze, si è dilatato.  Ho recuperato alcune letture, per lo più libri che mi erano stati consigliati ma che non mi hanno entusiasmato come speravo. La scopa del sistema è un'altra cosa. Questo romanzo faceva parte di una lista di libri che ho intitolato "su ispirazione"; lista dalla quale sono solita attingere soprattutto quando sono in cerca di qualcosa di veramente speciale. Dopo aver letto una raccolta di racconti (Questa è l'acqua) e un reportage sulle navi da crociera in chiave ironica (Una cosa divertente che non farò mai più), ne volevo ancora: ancora un po' di David Foster WallaceUn Wallace diverso, questa volta cercavo il romanziere; avevo come l'impressione che solo attraverso un testo più corposo sarei riuscita a comprendere davvero un talento che fino a quel momento avevo solo intravisto.

Quando un autore mi colpisce mi piace andare a scovare alcune note biografiche sul suo conto in modo da poter dare più definizione all'idea che mi sono fatta della mano dietro la penna. E così feci, non appena terminai di leggere i racconti. David Foster Wallace, per chi non lo sapesse, è morto suicida il 12 settembre del 2008Non è il primo autore che decide di togliersi la vita: Hemingway, Pavese e Sylvia Plath sono solo i primi tre che mi vengono in mente, ma è la prima volta che quest'informazione condiziona così tanto la mia lettura. Per una serie innumerevole di motivi. Innanzitutto per le avvisaglie e i messaggi subliminali, per gli avvertimenti, che lo stesso Wallace sembra celare nelle sue storie. Attraverso i personaggi, David comunica il suo malessere in modo così chiaro e preciso che, a posteriori, la decisione di porre fine alla sua vita appare solo l'epilogo naturale, l'unico possibile, di un percorso psicologico già annunciato. Stefano Bartezzaghi, nella prefazione, ammette:
[...] è probabilmente per questo che la notizia del suo suicidio ha percosso i suoi lettori con la forza di uno staffilante dolore personale, diretto: cosa avesse in testa quell'uomo non era più una questione letteraria, era diventata una questione esistenziale senza vie di scampo. E in tanti ci si è chiesti quando sarà possibile tornare a leggere le sue opere senza pensarci, senza dare troppo peso ai presagi di cui ora sembrano pullulare.
Il secondo motivo, più sottile e profondo, risiede nella malinconia che mi prende ogni volta che Wallace mi trascina in uno dei suoi rovesciamenti emotivi. Dave è uno spasso, davvero. Per quanto ci siano evidenti riferimenti a stati depressivi e disagi affini, lo stile di Wallace non è angoscioso, anzi, è brillante, è vivoIo ho riso, ma proprio tanto. È divertente, nella sua tristezza; qualunque situazione acquisisce, attraverso la sua voce, una connotazione particolare. Che più il momento è tragico, più lui te lo rigira in un modo irresistibile. Paradossi narrativi che spiazzano e conquistano. 

È mancanza, quella che sento, per i libri che non ci saranno.

Riassumerne la trama è un'impresa. Tipo che c'è questa ragazza, Lenore Beadsman, e la sua bisnonna, Lenore BeadsmanLenore senior è scappata dalla casa di riposo nella quale risiedeva da un po' di anni trascinando con se alcuni pazienti, qualche inserviente e un'altra manciata di persone. E non si sa dove sia. Lenore junior si mette a cercarla insieme a Rick, il suo fidanzato, che non è proprio un fidanzato, almeno non come lui vorrebbe. Poi c'è suo fratello, il fratello di Lenore, LaVache, che quando più gli aggrada avvia lunghe e complesse conversazioni con la protesi che ha al posto della gamba. E Vlad l'impalatore, il pappagallo, che per una serie intricata di eventi diventa il personaggio di punta di una trasmissione religiosa. Ah, e c'è anche quel Norman Bombardini e la sua stramba teoria dell'espansione cosmica, ma lui l'avete già conosciuto qui
Si vocifera che Lenore senior sia nel D.I.O., (Deserto Incommensurabile dell'Ohio) ed è lì che si concentreranno le ricerche di bisnonna e seguito.

Questo è. E questo è niente. Ma, vi dirò, non mi sono focalizzata tanto sulla storia. A prescindere dalle vicende, io mi sono innamorata di ogni singolo personaggio: che fosse un uomo, una donna, un animale, un deambulatore; ognuno di essi ha un carattere così definito, un'impronta così personale, che ho avuto l'impressione che rimbalzassero a turno fuori dalle pagine. Wallace cambia addirittura stile, modulando frasi e atteggiamenti a seconda dei protagonisti, in modo così radicale che si ha come l'impressione il libro sia il risultato di una cooperazione a più mani. Scritto a ventiquattro anni, nel 1987, La scopa del sistema non è un romanzo perfetto. C'è un entusiasmo indisciplinato nel raccontare, una furia, quasi, che inevitabilmente conduce a qualche sbavatura. Lo stesso Wallace ammetterà di non essere pienamente soddisfatto di questo romanzo; idee, centinaia di idee, migliaia di concetti interessanti, ma non c'è la maturità stilistica per indirizzare l'esplosione creativa nel modo giusto. Queste piccole imperfezioni, tuttavia, non scalfiscono affatto la genialità celata dietro l'opera ed il talento, che volevo scovare, a me è arrivato, acuto, prepotente e abbagliante.

Non mi resta che tuffarmi nella prossima lettura, Infinite Jestperché Wallace è uno di quegli autori che non riesce mai a saziarti. Che più ne divori, e più ne hai bisogno.
Allora, chi è questa ragazza che mi possiede, che tanto amo? Rifiuto sia di pormi domande sia di dare risposte riguardo al chi è. Cosa è? È una ragazza dalle spalle esili, dalle braccia esili, dal seno gagliardo, una ragazza dalle lunghe gambe e dai piedi più lunghi della media, piedi che quando cammina puntano un po' all'infuori... cinti dalle immancabili e immancabilmente nere Converse modello alto. Ho parlato di tenuta conturbante? Macché: quelle sono scarpe che amo. Vi confesso che una volta, in un momento di indubbiamente irresponsabile degenerazione e mentre Lenore era in bagno a farsi la doccia, io tentai di fare l'amore con una delle suddette scarpe, una All-Star 1989 modello alto, ma, per ragioni private, non riuscii a portare a termine l'operazione.  
Che dire, dunque, di Lenore, dei capelli di Lenore? Sono capelli che in sé e di per sé sono di tutti i colori - biondi e rossi e corvini e ramati - ma che determinano un compromesso ottico esteriore tale da farli risultare complessivamente, e tranne per fulminei bagliori registrabili solo mediante coda dell'occhio, banalmente castani. Capelli che vengono giù lisci seguendo la dolce curva delle guance di Lenore fin sotto il mento, dove quasi si ricongiungono, come fragili mandibole di insetto rapace. Oh, se quei capelli sanno mordere. Di quei capelli io conosco il morso.


scopa-del-sistema-Wallace-libro-coverDavid Foster Wallace 
La scopa del sistema
Prefazione di Stefano Bartezzaghi
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Einaudi
2012
pp. 560
ISBN 9788806211974



Bonus track:
— Rick, come puoi pretendere che io capisca se qualcosa è caustico, o stolido? Io di letteratura non me ne intendo.
— A, la maggior parte del materiale che arriva in questo ufficio non è neanche potenzialmente letteratura, e b, benone!
— Benone cosa?
— Benone che tu non te ne intenda di letteratura, o almeno che tu ritenga di non intendertene. Significa che sei perfetta: fresca, spontanea, libera di mondare la tua testolina dalle doppie punte dell'estetica...
— I miei capelli non hanno doppie punte.
— È proprio quando ci si illude di cominciare a capire qualcosa di letteratura, che si cessa di essere letterariamente interessanti, o comunque utili a chi lo sia. Credimi, tu sei assolutamente perfetta.

E con questo brano, che non ha bisogno di aggiunte e spiegazioni, io vi saluto. Da venerdì sarò effettivamente, psicologicamente e fisicamente, in vacanza. Una settimana, poi torno. Nell'attesa, un abbraccio collettivo pieno zeppo di calura estiva. 
Vi bacio tutti.
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7 agosto 2013

Sulla lettura: riflessioni del lettore Marcel Proust

Si potrebbe pensare che, per un lettore appassionato, qualsiasi saggio basato sulla lettura sia fonte di incommensurabili meraviglie. Come se riuscissimo a entusiasmarci al solo grido di: leggere è belloNon è così, almeno non per me: quando leggo un testo sull'argomento sono molto esigente perché pretendo che l'autore mi fornisca spunti di riflessione ai quali io non sono ancora giunta; voglio che non si limiti a elencarmi i vantaggi della lettura ma che mi spieghi perché io avverto il bisogno irrefrenabile d'entrare in una libreria ogni volta che ne vedo una, perché mi è necessario, in alcuni momenti, avere un libro tra le mani e staccarmi dal mondo. Io voglio che mi mostri i motivi, consci e inconsci, per i quali provo quello che provo quando i miei occhi si fermano alla prima riga della prima pagina di un libro. È proprio per questo che ho scelto di parlarvi del testo di Marcel Proust, perché in questo caso l'autore è andato oltre la testimonianza di lettore incallito ed è riuscito a saziare, almeno in parte, qualche mio perché.

Un po' di tempo fa, non ricordo in quale libro, lessi che ci si sente così presi dalla lettura perché lo scrittore ha la capacità di interpretare e trascrivere le emozioni che proviamo ma che non siamo in grado di esprimere a parole. I nostri autori preferiti rappresenterebbero quindi coloro che, attraverso una sensibilità particolare, riescono a catturare la verità prima degli altri e, attraverso la scrittura, mostrarla ai lettori. Mi sembrava un bel concetto, anche perché mi è capitato spesso, leggendo un brano, di pensare: «È proprio così che mi sento. Non avrei saputo dirlo meglio. Questo autore mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa». Poi però ho letto il pensiero di Proust:
Una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri è questa: che per l'autore essi potrebbero chiamarsi "conclusioni" e per il lettore "incitamenti". 
Qui il discorso si complica: se prima avevamo lasciato il romanziere di turno libero di sbandierare lo stendardo della verità nei campi della consapevolezza suprema, adesso, in questa nuova accezione, il suo ruolo è leggermente diverso; lo scrittore, secondo Proust, è colui che delinea gli elementi del problema senza aiutarci a trovare la soluzione, quasi come fosse una sorta di divinità onnisciente intenta a socchiudere le porte della conoscenza, lasciando a noi il compito di sbirciarne l'interno per capire il significato primo delle cose.
Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d'ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. [...] Quest'apparenza, con la quale c'incantano e ci deludono, e di là della quale noi vorremmo spingerci, costituisce l'essenza stessa di quella cosa in certo modo senza spessore che è una visione.
Una visione. Un miraggio. Una realtà inafferrabile, quella contenuta nei libri, uno scorcio di un luogo al quale sentiamo di appartenere ma che non riusciamo mai a raggiungere, che sfioriamo appena senza mai toccarlo davvero. Questo potrebbe essere il motivo che ci spinge a leggere senza sosta. Perché, assaporando quel mondo sconosciuto e perfetto, sentiamo di volerne ancora, e ancora. E se non è stato l'ultimo libro che abbiamo letto a mostrarci la verità magari sarà il prossimo, o quello dopo. Tutto sta nel passare la copertina ed essere pronti ad assaporare il nostro nuovo miraggio. Mi piace. Un pensiero troppo romantico, penseranno alcuni. Ma è Proust a parlare, Proust e il suo stile inconfondibile, Proust, che a leggerlo ad alta voce si rischia di restare a corto di fiato per quella sua mania di comporre frasi infinite appena punteggiate. È Proust che ci parla delle sue giornate di letture, dei suoi autori, dei suoi amori. E cos'altro possiamo fare noi se non sederci ad ascoltare. E a leggere.



sulla-lettura-Proust-libro-cover
Marcel Proust 
Sulla lettura
Rizzoli
pp. 133
2011
ISBN 9788817050708
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5 agosto 2013

L'incipit di «Fahrenheit 451»

It was a pleasure to burn.  
It was a special pleasure to see things eaten, to see things blackened and changed. With the brass nozzle in his fists, with this great python spitting its venomous kerosene upon the world, the blood pounded in his head, and his hands were the hands of some amazing conductor playing all the symphonies of blazing and burning to bring down the tatters and charcoal ruins of history. With his symbolic helmet numbered 451 on his stolid head, and his eyes all orange flame with the thought of what came next, he flicked the igniter and the house jumped up in a gorging fire that burned the evening sky red and yellow and black.
(di Ray Bradbury - Mondadori, 2000)
Suggerito da Marco del blog Argonauta Xeno.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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2 agosto 2013

Nessun luogo, da nessuna parte di Christa Wolf

La traccia insidiosa nella quale il tempo si allontana da noi.
Voi, predecessori, sangue nella scarpa. Sguardi senza occhi, parole senza bocca. Forme, prive di corpo. Discesi al cielo, dispersi in tombe lontane, resuscitati dai morti, ancora, sempre rimettendo ai nostri debitori, triste pazienza d'angeli.
E noi, ancora, sempre avidi del sapore di cenere delle parole. 
Non ancora, come dovremmo, muti. 
Di' per favore, grazie.
Per favore. Grazie.
Risa antiche, di secoli. L'eco, immane, più volte spezzata. E il sospetto che nulla più verrà all'infuori di questa risonanza. 
Ma solo la Grandezza giustifica la mancanza contro la legge e riconcilia il colpevole con se stesso.Uno di loro, Kleist, colpito da quest'udito troppo sensibile fugge con pretesti che non gli è concesso penetrare fino in fondo. Senza meta, sembra, segna la lacerata carta d'Europa con la sua traccia bizzarra. Dove io non sono, lì c'è la felicità. La donna, Günderrode, confinata in quel cerchio ristretto, meditativa, perspicace, integra, risoluta a vivere per l'immortalità, a sacrificare il visibile all'invisibile.
Che si siano incontrati: vagheggiata leggenda. 
Winkel sul Reno, noi l'abbiamo visto. Un luogo adatto. Giugno 1804.  
Dio solo sa quanto io desiderassi leggere questo libro. Ho provato a ordinare la versione cartacea pur sapendo che fosse di difficile reperibilità e, dopo quasi un mese di attesa, il responsabile del sito mi disse di non essere riuscito a trovarne una copia quindi ho ripiegato, poco tempo fa, sull'edizione digitale. Quest'attesa forzata non ha fatto altro che gonfiare spropositatamente le mie aspettative che già erano assestate ad un livello abbastanza elevato. Mi ha spiazzato, mi aspettavo qualcosa di totalmente diverso. Il brano che apre l'articolo è l'incipit del libro ed ho voluto mostrarvelo proprio per farvi rendere conto di quanta bellezza, quanta grazia, collega lettera a lettera; sembra (forse lo è) una poesia.

Il libro di Christa Wolf è incantevole: la ricercatezza dei termini è assoluta e, di conseguenza, estremamente evocativa. Ma, allo stesso tempo, la lettura pecca di scorrevolezza; ammetto di essere tornata più volte al punto e di aver dovuto rileggere anche un intero paragrafo. È tutto così impalpabile, un intreccio al tal punto sottile e leggero, che sembra sfuggire.

La trama, innanzitutto, responsabile di aver nutrito il mio desiderio in tutti quei giorni d'attesa. I protagonisti di Nessun luogo, da nessuna parte sono due personaggi, due poeti, realmente esistiti: Karoline von Günderrode e Heinrich von KleistSoffocati, nel talento e nell'anima, dalle costrizioni borghesi della propria epoca, decisero entrambi di togliersi la vita; Karoline nel 1806, Kleist nel 1811. Christa Wolf ipotizza e ci racconta un incontro tra i due, mai avvenuto in realtà, collocabile orientativamente nel Giugno del 1804. Karoline è accanto alla finestra; le sue dita scivolano fugacemente sulla tenda che lei scosta appena per poter guardare fuori e respirare un po' di altrove. Personaggi dalle più svariate sfumature le siedono piacevolmente accanto, eppure lei non riesce ad immaginare di poter avvertire sulla pelle più solitudine di quella che prova in quel momento. Joseph Merten, il padrone di casa, accudisce i propri ospiti con estrema cordialità. Uomini con uomini, donne con donne. Non c'è conversazione che riesca a tirar fuori Karoline da se stessa, nessuna di quelle persone così apparentemente amabili, cattura la sua attenzione. Nessuno, tranne Kleist.
Se le relazioni tra le persone presenti in quella stanza si potessero rappresentare graficamente su un foglio bianco, tutte le linee eviterebbero un punto, intorno al quale si formerebbe uno spazio libero. Quel punto è Heinrich von Kleist.
Heinrich è diverso dagli altri; i suoi movimenti tradiscono un disagio, impercettibile, un malessere che a Karoline appare ancor più abbagliante del sole a mezzogiorno. Una forma di irrequietezza che le è tanto cara quanto grave; familiare e, proprio per questo motivo, ancora più angosciante. A un certo punto, per attimo solo, Kleist si abbandona ad un peso invisibile e si prende la testa tra le mani. Karoline quasi si commuove: non ricorda di essersi mai sentita così vicina ad un essere umano.

Questo è il disegno che si intravede, in controluce, nelle pagine del libro. In realtà l'autrice ci consegna frasi sospese, riflessioni accennate, mozziconi di pensieri di Karoline, di Heinrich, di Karoline su Heinrich, di Heinrich su Karoline. Qui nascono le difficoltà di cui vi parlavo inizialmente; è evidente quanto l'essenza dei personaggi scorra, volutamente, incontrollata e pura: Karoline e Kleist sono due fonti di acqua viva che affluiscono violentemente l'una nell'altra. Non c'è alcun appiglio grammaticale al quale però possiamo aggrapparci per riuscire a guadare queste due personalità senza rischiare di annegarci dentro; questa irruenza di stile, a volte, grava così tanto sulla linearità narrativa del testo che occorre uno sforzo in più per capire il chi, il come, il dove.

Conto di rileggerlo perché sono sicura che saprei apprezzarlo ancora di più. Anzi, forse questo è proprio uno di quei libri che ha bisogno di essere sfogliato una volta in più per essere compreso pienamente. Tornerò a rifugiarmi, in nessun luogo, prima possibile.



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Christa Wolf 

Nessun luogo. Da nessuna parte
Traduzione di Maria Grazia Cocconi e Jan-Michael Sobottka
Edizioni e/o
pp. 118
2009
ISBN 9788876418853
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