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28 gennaio 2013

Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe

—Vorreste —, proseguì Charlotte, — dato che non desidero sviarvi troppo dagli interessi del momento, brevemente spiegarmi che cosa si intende per affinità?
Parliamo, ovviamente, del testo di Johann Wolfgang von GoetheLa storia in sé è molto semplice: quattro personaggi, due donne e due uomini. La simmetria umana che regola le relazioni si contorce e si evolve nel momento in cui sopraggiungono quelle che il romanzo intitola come Le affinità elettive.
— Pensavo —, interloquì Eduard, — di rendere la cosa facile a lei e a noi con dei paragoni. Immagina solo l'acqua, l'olio, il mercurio e troverai un'unità, un nesso tra le loro componenti. Questa unità non cessa se non per effetto di costrizione o per una determinata causa. Eliminatela, ecco che esse tornano di nuovo insieme.
Indissolubilità: un elemento non può essere scisso se non per un agente esterno che interviene ad alterarne l'unità. La separazione però non è ancora riferibile a due o più soggetti; il concetto di affinità, a questo punto della discussione, si riconduce alla forma embrionale di ogni relazione: il rapporto con se stessi. Riducendo all'essenziale l'argomento, un individuo che non riesce ad essere "intatto" nella propria individualità non è in grado di instaurare alcun tipo di legame. E non è così semplice, uniformarsi a se stessi. C'è sempre un'alterazione di giudizio, per quanto sottile possa essere. Valutazioni falsate, dovute soprattutto all'innata capacità umana di arrotondare per difetto o per eccesso qualità e lacune personali. Sopravvalutarsi e/o sottovalutarsi; pratiche perverse alle quali ci si presta più o meno consapevolmente a danno di una già difficoltosa ricerca di sé.

Tornando alla questione principale, tralasciando tumulti e complicazioni interiori:
— [...] Come ogni cosa ha un rapporto con se stessa, così deve avere pure un rapporto con le altre. Ed esso sarà differente a seconda delle differenza degli esseri —, aggiunse prontamente Eduard. — Ora si accosteranno da amici e conoscenti che s'incontrano senza problemi, si uniscono senza mutare nulla l'uno nell'altro  come quando si mischiano vino e acqua. Altre invece resteranno estranee l'una all'altra e non si fonderanno neppure dopo rimescolii e sfregamenti meccanici; come olio e acqua che, scossi insieme, tornano a separarsi all'istante.
Acquisito un equilibrio personale, per quanto precario possa essere, ci si approccia al mondo. Ed è a questo punto che accade quello che ai miei occhi contiene tutto il fascino del tema affrontato: la scelta. Perché di questo si tratta: le persone si scelgono. Molto spesso, motivazioni fondate non ce ne sono, eppure, come vino e acqua, le persone si combinano. Molto spesso, la ragione suggerisce altre opzioni, eppure, come olio e acqua, le persone si slegano. I criteri in base al quale il fenomeno avviene non seguono una logica e sorprendono ogni volta. Un'intesa viscerale più che razionale. Un'affinità.
— Noi definiamo affini quelle nature che nell'incontrarsi si accostano in fretta e si condizionano scambievolmente. Negli alcali e negli acidi che, nonostante siano contrapposti e forse appunto per questo, perché contrapposti, si cercano e si afferrano in modo più deciso, si modificano e insieme formano un corpo nuovo, l'affinità è abbastanza evidente. Pensiamo solo alla calce che ha una grande affinità per tutti gli acidi, manifesta una decisa propensione, una volontà di fusione!
Una decisa propensione, un'inclinazione. Ma che tipo di affinità?
— Mi consenta di ammettere —, disse Charlotte, — che quando lei chiama affini queste singolari sostanze, esse a me non appaiono tanto affini di sangue, quanto di spirito e d'anima. Così possono nascere delle amicizie davvero significative tra esseri umani.
Di spirito e d'anima. Anche qui, che cos'è l'anima? Un termine al quale ci si aggrappa senza comprenderne pienamente il senso. L'anima esprime un’emozione più che un concetto; utilizziamo questa parola pur non essendo pienamente consapevoli del significato perché sappiamo esattamente cosa vogliamo trasmettere nel momento in cui ne facciamo uso: uno stato particolare, una condizione specifica. Ti voglio un bene dell'anima, come dire: ti voglio un bene che nasce dalla parte più profonda di me, quella più nascosta, quella vera. È un'elezione più che una selezione, quella che avviene. Forse è questo il presupposto su cui si basa la scelta: l'affermazione di una corrispondenza spirituale.
— Sissignori! —, aggiunse il capitano. — […] In questo lasciar andare e afferrare, in questo fuggire e cercare sembra davvero di vedere una determinazione superiore; conferiamo a queste creature una sorta di volontà e di scelta e giudichiamo perfettamente giustificata l'espressione tecnica di affinità elettive.


le-affinità-elettive-Goethe-libro-Giunti
Johann Wolfgang von Goethe
Le affinità elettive
Giunti Editore
2008
pp. 320
ISBN 9788844035631
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25 gennaio 2013

Accenni di cielo

È qui. Ci siamo. Sono le? 15:27. Perfetto. Ho tutto il tempo per godermi l'attesa.
Non avevo mai notato quanto fosse incantevole questo posto. Incantevole non è un termine che usiamo di solito. Tra di noi, intendo. Non è un termine propriamente virile. Ma sono solo e posso anche azzardare. Incantevole, sì. Questo posto è proprio incantevole. Eppure non me ne ero mai accorto prima. È una questione di prospettiva secondo me. Attraverso questo parco tutti i giorni per andare in quel buco d'ufficio. Caffè, giornale, ventiquattrore e solite smadonnate mattutine. Magari capita anche che pesto una merda. E vaffanculo. Capita. Come dicono? Vedi ma non guardi. Guardi ma non osservi. Una cosa del genere. Adesso no però. Adesso ho tempo. Adesso guardo e osservo. 
15:35. Ho tempo. Sdraiamoci, va.

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Eccola! La prospettiva orizzontale. Che spettacolo. È una giornata meravigliosa. Accenni di cielo si insinuano tra il fogliame. Accenni di cielo. Accenni. Di Cielo. Cazzo, questa è bella. Quasi quasi me la scrivo. Ci faccio un racconto. Ac-cen-ni-di-cie-lo. Fatto. Forse è questo il segreto per entrare in contatto col mondo. E anche un po' con Dio. Guardarlo in faccia. In effetti non fa una piega. Fantastico. Il verde poi, è il mio colore preferito. Da sempre. Niente a che vedere con il verde della speranza però. Io non ci ho mai creduto a quella storia. Chi di speranza muore… com'era? Non me la ricordo. Comunque sì, anche io la penso così. Di speranza si muore. Tipo io. Tipo adesso. Io non sto sperando che lei arrivi. 15:43. Io so che lei arriverà.

Anche perché, altrimenti, sarei solo un patetico sfigato. Sì che potrei anche accettare lo sfigato. Ma il patetico proprio no. Sfigato sì. Gli sfigati nascondono il loro potenziale fascino in cumuli di figure di merda. Almeno così mi disse… chi era? Viola se non sbaglio. Sì, Viola. Bella Viola. Credo c'entri qualcosa con l'istinto da crocerossina congenito che ogni donna si porta dietro. Ci può anche stare. Col loro modo distorto di vedere le cose. Ci può stare. Ma il patetico è triste. E la tristezza non ha niente di affascinante. No. Patetico no. Sono le 15:50. Bene. Altri 10 minuti e verrà. Fumo. 10 minuti e verrà.

Questo maglione mi pizzica il collo però, avevo dimenticato quanto mi potesse infastidire la cosa. E la camicia poi, non so se sia quella giusta. Non so neanche se ci sia una camicia giusta per questa occasione. Non so neanche se sia un'occasione poi. È un fatto, non un'occasione. E il fatto è che lei ancora non c'è. Però non è che non c'è, semplicemente non è ancora qui. Ma verrà. Mancano 5 minuti alle 16, quindi no, non è in ritardo. Sono io che sono in anticipo. Io sono sempre in anticipo. Anche nelle storie sono in anticipo. Non li azzecco mai i tempi, oh. Mai una volta che riuscissi a regolare il mio fuso orario con quello di qualcun altro. Mai. Anche con lei ero in anticipo. Molto in anticipo. Diciamo che io c'ero e lei no. Ma questa è un'altra storia. Non è come adesso. Lei verrà. Perché non dovrebbe? 16:00. Adesso posso iniziare ad aspettare. Prima no. Prima ho sbagliato io.

Nessuna chiamata persa. Nessun messaggio. Non è che ho sbagliato panchina? No, perché l'edicola fa angolo. Però magari dovevamo vederci alla panchina sulla destra dell'edicola all'angolo. Anche se di panchine non mi sembra ce ne siano dall'altro lato della strada. Eh no. Infatti. 16:18È qui. La panchina è questa. 

Da che momento in poi si considera ritardo un ritardo? Ma poi… cos'è infondo un ritardo? Che merda. Sembro Marzullo, sembro. Un ritardo è un ritardo quando non ce la fai più ad aspettare, questo è. Io ce la faccio. Non ho fretta. 16:31. Le donne belle si fanno attendere. Io attendo.

— 'Giorno. Mi scusi eh, mi sa dire che ore sono? Sì, ce l'ho anch'io l'orologio. È solo per controllare se segna l'ora esatta. Cosa significa mezz'ora alle cinque? Potrebbe essere più preciso? Che? 16:49. Non è possibile. Ricontrolli. No. Ancora. Insiste? Saranno le 16:44, saranno. Massimo 16:45, non di più. Cazzo, se lo regoli l'orologio, no!? E se io avessi dovuto fare una cosa importante? Se la mia vita fosse dipesa dal suo stramaledetto orologio? Si muore, sa? Si muore da un momento all'altro. Un momento. Un momento e si muore. Ci vada lei a quel paese. Lei e il suo pechinese di merda.

Si è scaricato il cellulare. E mi sto anche congelando il culo su questa panchina. Sono le 17:05. È passata un'ora. Ora è ritardo. Ora sì. Ma non è che non arriva. Mi avrebbe avvisato, se avesse pensato di non venire. Fumo. Arriva, in ritardo, ma arriva. 

Eppure ho ripercorso mentalmente quella fottutissima telefonata almeno un migliaio di volte. Nessuna inflessione di voce. Nessun tentennamento. "Ci vediamo lì". Chiaro. Ci vediamo qui.
17:17. Che ora di merda.

17:46. 
Di speranza si muore, eh?
Fanculo.

18:08
Io aspetto. 


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23 gennaio 2013

Caduto fuori dal tempo di David Grossman

Vennero degli uomini, di notte, portavano una notizia.

Una delle letture più scomode che mi sia capitato d'affrontare negli ultimi tempi. Caduto fuori dal tempo è una storia, ma più di questo è una lettera d'amore da David Grossman per Uri, il suo secondogenito, ucciso in missione da un missile anticarro sul fronte libanese nel 2006. È un libro di una sensibilità estrema, che si avverte sulla pelle, come una ferita. Ma l'amore, più del dolore, trapela in ogni virgola: un sentimento intenso e totale che, anche nello scenario più tragico, emerge in modo assoluto. Un amore fuori dal tempo.

Un uomo e una donna sono costretti a condividere un silenzio iniziato cinque anni prima, in concomitanza alla morte del figlio. Non parlano da allora. La storia descritta nel romanzo inizia la notte in cui l'uomo, senza una motivazione apparente, si alza di scatto e si rivolge alla moglie:

Caduto-fuori-dal-tempo-Grossman-libro
Caduto fuori dal tempo
David Grossman
Mondadori
2012
pp. 200
            — Devo andare.
            — Dove?
            — Da lui.
            — Dove?
            — Da lui, laggiù.
            — Dove è successo?
            — No, no. Laggiù.
            — Cos'è laggiù?
            — Non lo so.
            — Mi fai paura.

L'uomo invita la moglie a seguirlo ma lei prova a spiegargli che non si può andare laggiù, che non esiste nessun laggiùche tra qui e là è il confine del mondo. Ma non c'è però ragione che possa placare la disperazione e così l'uomo si avvia alla porta, esce di casa e cammina. Prima intorno alla casa, poi intorno al quartiere, poi intorno al villaggio.

            Un passo,
            un altro passo, 
            un altro ancora,
            cammino
            verso di te.

Lo scriba delle vicende cittadine, incaricato dal duca del luogo di appostarsi dietro case e recinzioni per annotare gli accadimenti del villaggio, si accorge dell'uomo e ne scrive; scrive di lui, del suo incedere continuo. E non solo. Altri abitanti vivono in pena accomunati dalla stessa tragica esperienza: la perdita di un figlio. Così la levatrice e il ciabattino, così la riparatrice di reti, così il professore di matematica che disegna calcoli e formule sulle mura di casa, così il duca stesso, così la moglie dello scriba, così lo scriba stesso. E così centauro (soprannome dovuto al fatto che, dalla morte di suo figlio, non riesce più a scrivere come un tempo e non ha la forza di alzarsi dalla scrivania al punto tale da considerare la stessa come parte integrante di sé). È proprio il centauro a raccontare la storia di tutti gli abitanti che, accecati da quello strazio condiviso, decidono di seguire l'uomo che cammina in quel percorso circolare senza fine e senza destinazione. I viandanti, così verranno chiamati.

            Camminiamo, non possiamo
            fermarci. Il corpo
            non lo permette, le gambe
            sono deboli, il respiro
            è un po' affannato, eppure il corpo
            non vuole fermarsi, spinge
            dall'interno, sempre più
            avanti...

Lo scriba, martoriato dal dolore per la morte di sua figlia, si unisce alla processione e riporta fedelmente sul taccuino le urla strazianti e i respiri affannosi dei genitori senza pace.

            Presto, figlio mio, passa attraverso tutto questo,
            c'è tempo solo per sfiorare,
            dura così poco una simile
            illusione, tocca, accarezza
            un corpo caldo, una donna

Procedono i viandanti, alla ricerca del confine del mondo, dilaniati a fasi alterne dalla voglia di vivere e dalla speranza di morire.

            E devo accomiatarmi
            da te, gli dico pure.
            Non fraintendermi (avverto
            nella mia carne
            la fitta di dolore che lo ha colpito): allontanarmi
            solo quel tanto necessario
            perché il petto possa allargarsi
            in un respiro
            completo.

La presenza di Grossman in quel corteo lacerato è tangibile. Al punto che, all'ultima pagina, per bocca del centauro, lo scrittore conclude.

            È solo che il cuore
            mi si spezza,
            tesoro mio,
            al pensiero
            che io...
            che abbia potuto...
            trovare
            per tutto questo
            parole.


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21 gennaio 2013

Abbandonare un libro a metà

L'altro giorno leggevo un romanzo di un autore molto apprezzato, non avevo letto nulla di lui ed ero molto curiosa. Mi piaceva il suo stile, poco affine ai miei gusti, ma abbastanza stuzzicante. Procedendo nella lettura però iniziavo a perdere interesse, la scorrevolezza delle prime pagine cedeva il passo alla pesantezza di una storia che non avevo più interesse a seguire. Ed è qui che mi sono posta la fatidica domanda. Sottovoce, a metà tra colpevolezza e dispiacere. Perché il lettore il problema se lo pone. Dal primo incontro si instaura un rapporto di reciproco affidamento. È una doppia scelta, nella quale entrambe le parti svolgono un ruolo attivo. Il libro sceglie il lettore, il lettore sceglie il libro.

È quando si sfoglia la prima pagina, alla prima parola, che la relazione si concretizza. Perché è in quel preciso istante che l'autore affida il suo mondo ad un'altra persona e, allo stesso tempo, il lettore si consegna ad una storia di cui non conosce nulla. Ecco perché è un problema abbandonare un libro a metà. Nasce una sorta di conflitto interiore, quasi a giustificarsi in un certo senso. E ci vuole coraggio perché poi il libro è sempre lì, sullo scaffale. Un'insolvenza che si mostra all'infinito, la testimonianza continua di un fallimento. Oppure si procede, magari in modalità lettura veloce, piuttosto che allontanarsene. Ma non è la stessa cosa. Non c'è più passione o curiosità. Un rapporto tra coniugi apatici e indolenti.

Il diritto di abbandonare un libro. Cosa ne pensate?



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18 gennaio 2013

Mancarsi di Diego De Silva

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...poiché nessuno è in grado di spiegare di cosa è fatto l'amore che prova [...] e quando ce lo domandiamo («Ma tu perché mi ami?») e stiamo a sentire la risposta, rimaniamo per forza un po' delusi, quasi vorremmo replicare: «Dai che puoi fare di meglio, dimmi chi sono», perché non è di semplici complimenti, per quanto sinceri, che in quel momento andiamo alla ricerca, ma di qualcosa di più intimamente effimero che ci descriva nell'immaginazione dell'altro.
Vi ho già parlato di quanto Diego De Silva mi abbia conquistato attraverso il personaggio di Vincenzo Malinconico; l'autore ha una capacità formidabile di creare storie spassose e originali. Capirete quindi con quanta curiosità ho atteso Mancarsi, un libro nel quale la comicità cede il passo a qualcosa di diverso. 

Durante la presentazione del libro a La Feltrinelli, l'autore ci spiega che il titolo ha una doppia valenza «mancarsi è inteso sia come patire la distanza di una persona amata e persa (o comunque lontana), sia come sfiorare fisicamenteLa condizione della mancanza, dell'assenza, della nostalgia e la condizione effettiva del non prendersi»Amore e libertà, solitudine e "solitarietà": questi i temi principali affrontati ieri sera, conditi dalla deliziosa ironia dello scrittore e dall'interessante presentazione di Maurizio De Giovanni.

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De-Silva-mancarsi-feltrinelli
De-Silva-mancarsi-feltrinelli
De-Silva-mancarsi-feltrinelli

Irene e Nicola: due persone sole. Entrambi hanno conosciuto l'amore, entrambi l'hanno perso.
Irene è un'abitudinaria. Quando sta bene in un posto non le va di cambiare. Incrociare i soliti sconosciuti, distinguere un quartiere dall'aria, riconoscere le macchie sulle scale di una stazione della metropolitana, è il suo modo di sentirsi a casa. Le piace ripetersi. Rispettare una continuità coreografica con i luoghi che considera suoi. Ne è pure gelosa. 
Nicola è un lettore forte, ma non ha mai letto un libro dall'inizio alla fine. È perché non crede alla compattezza delle storie. Che un racconto resti coerente per duecentocinquanta, trecento pagine, gli sembra una forzatura. In un romanzo cerca gli sconfinamenti, le irregolarità. Il colpo di testa che prende lo scrittore quando vede passare una cosa e la segue.
Mancarsi-De-Silva-libro
Mancarsi
Diego De Silva
Einaudi
2013
pp. 104

Provano a rimettersi in carreggiata, puntando ognuno sulle proprie personalità, cercando di colmare il vuoto che il sentimento della mancanza ha plasmato nelle loro vite. Frequentano lo stesso bistrot, scelgono lo stesso tavolo, entrambi attratti dallo stesso manifesto di Baster Keaton. Si sfiorano, senza mai incontrarsi. È una storia d'amore, quasi. Il pensiero che possa esistere una persona in grado di rivoluzionare la nostra intera esistenza, la possibilità di poterla sentire senza magari riuscire a vederla veramente, l'idea di mancarsi, è il concetto che guida la penna dell'autore.

Capitolo dopo capitolo, Irene e Nicola si alternano, si intrecciano, si accavallano e si allontanano per poi avvicinarsi nuovamente. Ed è in questo modo che termina il romanzo, lasciando al lettore completa libertà d'immaginazione su questo incontro predestinato.

            Nicola si blocca nella schiena. 
            L'impressione precisa di avere alle spalle qualcuno che l'osserva. 
            Come un richiamo, un mugolio, un invito che lui solo sente.
            Lentamente si gira verso il banco.
            E la vede. 


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16 gennaio 2013

Punto di fuga

— Come se non ti conoscessi.
— Infatti è così. — mi affretto a rispondere.
— Ah, è così?
Inclina leggermente il capo e sorride; uno di quei suoi sorrisi sfacciati, di quelli che fermano il mondo. Mi concentro sui cerchi che il cucchiaino disegna nel mio caffè. Non ho intenzione di inciampare in quello sguardo, di nuovo.
— Di sicuro più di quanto tu conosca te stessa — conclude.
— Cosa vorresti dire?
— Sai esattamente cosa voglio dire.
Mi porto un dito alla bocca e comincio a torturarlo con i denti. So che lo considererà una forma di debolezza e inizierà ad attaccare ma non posso fare altrimenti. Non riuscirei a controllarmi, altrimenti.
— Ti dimeni in quel corpo, si vede che non ci stai dentro.
Drizzo involontariamente la schiena.
— Non ricominciare con questa storia. 
Guardo altrove, sperando di far cadere l'argomento.
— Ho appena iniziato. Perché ti ostini a seguire un ruolo che non ti appartiene?
È paradossale quanto tutto sia immobile, qui. Non c’è ancora nessuno. Dalla mia posizione riesco a intravedere il bancone del bar. Il cameriere approfitta della tranquillità dell'ora per riporre i bicchieri nella credenza. Li asciuga, lentamente. Osservare la ripetizione monotona di quel gesto mi rilassa.
— E guardami, almeno! Cristo Santo!
— Che ruolo? — la forzatura nella mia voce è evidente.
— Dimmi tu.
Sprofonda nella poltrona e attende. 
— Non so cosa dire.
Mi accarezzo il collo. Ho la sensazione che possa spezzarsi da un momento all'altro.
— Che parte hai deciso di interpretare oggi, eh? Chi sei? Una buona amica? Una buona figlia? Cosa? Una buona moglie? Come se si accorgesse di te, quell'animale di tuo marito. Buona, buona, buona. Tu non sei buona!
Mi guardo intorno. Non ci sono più vie di fuga nel locale.
— Anche ora, come riesci a restare impassibile? Cosa diavolo devo dirti per avere una reazione!
— Cosa vuoi che ti dica?
— Quello che pensi.
— Quello che penso? Che sei uno stronzo, questo penso! — mi alzo di scatto. — Sei venuto a scombinare il mio mondo, eh? Questo sei venuto a fare! — una goccia di collera, dalle mie ciglia giù, fino alla guancia — Come l'anno scorso... come sempre! 
Si avvicina. Non voglio che si avvicini. Non ho più forze.
— Il tuo mondo? — dice piano — Non è il tuo mondo. Non è proprio un mondo, quello. 
— Sei venuto a dirmi solo questo? 
Prende un lungo respiro, troppo lungo. Mi sembra di invecchiare di colpo.
— Sono venuto a dirti che prendo tutto.
— Eh?
— Prendo te. Prendo l’amica, prendo la figlia, prendo la moglie. Prendo anche le personalità che ancora non hai scoperto di avere. Prendo tutto. 
Il cuore mi schizza nelle orecchie; non riesco più a vedere i suoi lineamenti. Quella frase appare come la cosa più bella e allo stesso tempo più spaventosa che mi possa dire.

Se avessi avuto il coraggio di entrare davvero in quel bar. 
Ma non è così. Io sono buona. Sono sempre stata buona.


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14 gennaio 2013

Un caffè con: Kobayashi Issa

Un caffè tra i fiori di ciliegio, oggi. L'haiku (俳句, /haikɯ/) è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi di diciassette sillabe complessive. Strettamente collegato alla ricerca dell'essenzialità della parola, l'haiku riprende alcune ideologie della filosofia Zen relative all'abbandono del superfluo a vantaggio della sostanza. Una poesia semplice, senza alcun titolo, priva di qualsivoglia fronzolo lessicale; richiede una capacità di sintesi estrema. In ogni haiku è presente un kigo, ossia un riferimento stagionale che identifica il momento dell'anno nel quale i versi vengono formulati; il kigo è considerato l'elemento principale del componimento. Tra i maggiori haijin che hanno utilizzato questa particolare forma poetica il mio preferito è Kobayashi Nobuyuki, più comunemente noto come Kobayashi Issa.

Kobayashi-Issa
(15 giugno 1763 – 5 gennaio 1828)

Di seguito, due tra i più belli haiku del poeta.

In questo mondo
contempliamo i fiori;
sotto, l'inferno.

***

C'ero soltanto.
C'ero. Intorno
mi cadeva la neve.



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11 gennaio 2013

Lolita di Vladimir Nabokov

Pubblicato a Parigi nel 1955, Lolita fece grande scalpore a causa della delicatezza, della sconvenienza, dei contenuti. Il diario di un pedofilo represso ossessionato da una tredicenne: qualcuno potrebbe concludere l'analisi di Lolita in questo modo ma sarebbe un giudizio sommario, che niente rivela di quel che l'autore ha portato alla luce. Vale la pena fare uno sforzo in più, abbandonare ogni forma di pregiudizio e cercare di guardare oltre.
Era Lo, semplicemente Lo, ritta sul suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita
Vladimir Nabokov sembra quasi voler esasperare la difficoltà del lettore, imbarcandosi in infinite e minuziose descrizioni sulle fantasie tormentate di un uomo di mezza età. Ma il professor Humbert vive rinchiuso nella sua mente, e lì sarebbe rimasto, se Lolita non l'avesse provocato, se non avesse risvegliato in lui il dubbio che forse, forse non era poi così sbagliato se lo volevano entrambi. Era una dea, una creatura ultraterrena, una ninfetta, e toccarla sarebbe stato un peccato mortale. La desiderava, certo, oltre ogni umana concezione. Ma averla era un pensiero impossibile anche solo da concepire. Perché era troppo per lui, era al di là. Quando successe, non sembrava neanche vero.
Vedete, io l'amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista. 
È una visione distorta, patologica. Lolita è una giovane adolescente che nasconde le sue fragilità dietro una facciata capricciosa e sfrontata, ma il protagonista è accecato dalla sua stessa passione e non se ne rende conto. La venerazione dell'uomo arriva a un punto tale che i ruoli s'invertono: la vittima diventa carnefice. Questo è il genio, questo è Nabokov. Il gioco delle parti. La debolezza di Humbert diventa la forza di Lolita. Lolita diventa sempre più aggressiva, sempre più disinibita. Si espande, fuori da se stessa. Ma allo stesso tempo, rinunciando a priori alla sua felicità, si rimpicciolisce ogni volta e torna ad essere sempre una bambina.
Mi coprii la faccia con la mano e piansi le lacrime più cocenti che avessi mai versato. Le sentii serpeggiare tra le dita e giù per il mento, e scottarmi, e mi si chiuse il naso, e non riuscivo a smettere, e poi lei mi toccò il polso. — Se mi tocchi muoio — dissi. — Sei sicura che non verrai con me? Non c'è speranza che tu venga? Dimmi soltanto questo. — No — rispose. — No, caro, no.Non mi aveva mai chiamato caro.
Perché leggerlo? Perché è un romanzo creativo, dove per creatività intendo proprio la capacità di creare, nel caso, un particolare stato emotivo. O si è contro o si è a favore, la via di mezzo non esiste. Feroci accanimenti o appassionati schieramenti. Per quanto mi riguarda la presenza di emozione, per quanto discutibile, è sempre preferibile. Forse. O no?



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8 gennaio 2013

Perché il foglio bianco è violento

SkartaKharta-disegno-blog-scrivere

Scrivere fa bene, te lo assicuro. Perché tu, oh mi ascolti?! Eh, tu… pigli tutto quello che hai in testa, no? Lo prendi proprio fisicamente, con le mani, sì, pensa di mettere le mani dentro il tuo cervello. Metti le mani e inizi a smuovere un po' tutte quelle robe che ci sono lì, poi le pigli, le robe, eh, come le vogliamo chiamare... quella sottospecie di grumo di pensieri che ti ritrovi, insomma! Come cosa ne so? Si vede! Ne pensi sempre altre mille di cose mentre qualcuno cerca di parlare con te. Tipo ora, non ti distrarre, cazzo! Torniamo ai pensieri, quella nube informe che hai prelevato, ci sei? Bene… ora mettila sul foglio. Che ci vuole? Scrivila. Descrivila. Inizia da dove ti pare, basta che inizi. Poi il resto viene facile. Manco te ne rendi conto e le tue riflessioni sono lì, su carta, catalogate e numerate. Tutto è più chiaro.

C'è stato un momento in cui l'ho pensato. Però, voglio dire, una prerogativa che ho sempre difeso a spada tratta è la facoltà di cambiare idea e, rispettando l'incoerenza congenita che mi caratterizza, ritratto ogni ipotesi relativa all'argomento. Scrivere non fa bene. Anche perché, analizziamo per un attimo il concetto di bene; prendiamo un paio di sinonimi.

Bene: appagamento, salute, serenità, soddisfazione.

Niente di tutto questo ha qualcosa da spartire con la scrittura. Si parlava, l'altro giorno, di quali caratteristiche uno scrittore debba avere per essere considerato tale e si è concluso dicendo che il requisito essenziale è una certa dose di dannazione.

Dannazione: castigo, condanna, affanno, pena, strazio, tormento.

È una deduzione abbastanza ovvia a pensarci: quando una persona è appagata, quando una persona sta bene, non ha bisogno di scrivere. Vive, semplicemente. La serenità non è gravosa, è il peso che spinge a scrivere. Quando non c'è peso, non si avverte la necessità di liberarsi. Il vero problema però sorge proprio nel momento in cui "metti le mani e inizi a smuovere un po' tutte quelle robe che ci sono lì" perché non sai a priori cosa potrai trovarti ad affrontare. Finché i pensieri assumono una configurazione astratta e confusa, finché la foschia avvolge i ricordi, si può sempre passare oltre, ma quando tutto diventa chiaro e delineato, quando un sentimento acquisisce la forma originaria, come si combatte... di nuovo? Anche perché, una volta varcata la soglia, devi arrivare fino in fondo. Non puoi dare solo un'occhiata; non puoi congedarti, girare i tacchi e prendere la porta. E sei solo, non c'è nessuna guida virgiliana a farti strada; solo tu e la schiera di emozioni distruttive che hai cercato di soffocare nel tempo. E sono lì, ti aspettano, hanno una seconda occasione, una nuova vita, non si lasceranno sfuggire questa opportunità. E attaccano, in branco. E inizi a vacillare. E vorresti fermarle, se non fosse così difficile dominarle tutte insieme. E ti sembra di affogare... ma non c'è acqua, non si può affogare, è nebbia, nebbia fitta e densa, nebbia che si dirada. E intravedi qualcosa di familiare. E quasi ti lasci andare, perché in quella confusione appannata iniziano a delinearsi volti, mani e braccia di chi sei stato costretto a seppellire lì, in quel caos. E ti reclamano ancora. Provi ad avvicinarti, solo per prendere fiato, solo per guardare meglio, solo per guardare, solo per un po'. Ed è come tornare a casa, ma non è casa, è quanto di più lontano da casa si possa immaginare. È l'inferno.

Dopo si riemerge, ed è questo forse il bene: sopravvivere. Poi il resto viene facile.

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7 gennaio 2013

Un caffè con: Sylvia Plath

Sylvia-Plath
(Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963)

Approcciare Sylvia Plath non è semplice. A Barbie Doll with brains, amava definirsi. Nata a Boston da genitori immigrati tedeschi, Sylvia soffre per tutta la vita di una grave forma di depressione che emerge ferocemente nella maggior parte dei suoi versi. Pubblica la prima poesia all'età di otto anni, nel 1940; il 5 ottobre dello stesso anno il padre, baricentro della sua infanzia, muore a causa di un diabete non diagnosticato. Nel 1950 entra allo Smith College e al penultimo anno di corso tenta il suicidio per la prima volta; segue il ricovero in un istituto psichiatrico dove le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Uscita dall'ospedale, nel 1955 ottiene la laurea a pieni voti ed una borsa di studio per l'università di Cambridge, dove conosce il poeta inglese Ted Hughes. Si sposano il 16 giugno 1956 e si separano poco dopo la nascita del secondo figlio, nel 1962, a causa di diverse questioni (tra cui l'aborto di lei nel 1961 e la relazione di lui con Assia Wevill, moglie di un amico poeta). L'11 febbraio 1963 (ad un mese dalla pubblicazione del romanzo La campana di vetro), Sylvia scrive un'ultima poesia, sigilla porte e finestre, prepara pane e burro per i bambini e inserisce la testa nel forno a gas. Trentun anni appena.  
Specchio è la poesia che vi propongo.


Sono esatto e d'argento, privo di preconcetti.
Qualunque cosa io veda subito l'inghiottisco
tale e quale senza ombra di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più' del tempo rifletto sulla parete di fronte.
E' rosa, macchiettata. Ormai da tanto la guardo che la
sento un pezzo del mio cuore. Ma lei c'è e non c'è.
Visi e oscurità continuamente ci separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all'oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
 
 
 
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3 gennaio 2013

Mi sto facendo spazio

— Sono io.
— Ma smettila. Sarà il fegato.
— Il fegato? E da quando il fegato si trova all'altezza del torace?
— Ho detto una cazzata. Non è il fegato. È il cuore.
— Il cuore non fa male.
— Non è dolore, te l'ho detto. È tipo un vuoto. Un vuoto pesante però. Un vuoto pieno. Un vuoto che comprime. Una massa che comprime... ecco, lo sapevo, è un cancro.
— Ti piacerebbe.
— Certo che no. Sai quanto ci sto di merda solo a sentirle nominare le malattie. Ma almeno avrebbe un senso, no?
— Già. Avrebbe un senso. Ma non è un cancro.
— Sei tu.
— Sono io.
— E cosa stai facendo, se mi è concesso saperlo?
— Mi sto facendo spazio.
— Ti stai facendo spazio?
— Sì.
— Sei tu.
— Sì.
— Nessuno mi crederebbe.
— Probabile. Ha importanza?
— No. Credo di no. Sei tu?
— Sono io.
— Sei tu.
— Sono io.
— Ancora.
— Sono io.



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2 gennaio 2013

Un caffè con: Eugenio Montale

(Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) 

Mercoledì, 2 gennaio, primo giorno (lavorativo) dell'anno: una dose di caffeina allo stato puro, questo servirebbe. Magari Eugenio Montale riuscirà ad alleviare questo ritorno forzato alla routine. Portami il girasole ch'io lo trapianti fa parte della raccolta poetica Ossi di seppia, pubblicata nel 1925. Non ho intenzione di dilungarmi su rime e figure retoriche; ho creato questo spazio per appropriarmi del gusto primordiale di ogni verso, a prescindere da strutture o contorni.

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
dal cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce. 

Il poeta sembra quasi arrendersi, afflitto dal suo "terreno bruciato dal salino", dalla sua anima inaridita, ad una sorta di preghiera: "portami il girasole", aiutami a dissetare questa vita. Tutto è destinato ad esaurirsi: i corpi in tinte e le tinte in musiche. Svanire nella musica. E nuovamente: conducimi dove la materialità dell'esistenza cede il passo all'essenziale. Portami il girasole impazzito di luce. Illuminami.



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