Che flusso di coscienza sia, ma con disciplina

Trascinandomi sulle ultime pagine de Le correzioni di Jonathan Franzen, riflettevo su quanto sia cambiato il mio modo di leggere negli ultimi anni. Un paio di passaggi, proprio di questo libro, mi hanno un po' infastidito: espressioni verbali soprattutto, non mi riferisco alla trama, situazioni che avrei preferito mi fossero state presentate in modo diverso, con parole diverse. So che corro il rischio di sembrare rigida entrando nel discorso in questo modo ma è quello che penso: quando un autore spinge su un argomento utilizzando un linguaggio troppo esplicito il mio interesse si spegne. Non mi riferisco tanto al testo di Franzen adesso, perché non ha niente di particolarmente eccessivo; mi è servito solo come spunto di riflessione in un contesto più ampio. Mi sembra, correggetemi se sbaglio, che si faccia un leggero abuso del termine flusso di coscienza in ambito letterario, dell'importanza dello scrivere sull'onda dell'emozione. Ho l'impressione che si correli una strana facoltà allo stendardo della spontaneità, come se la schiettezza bastasse a dare valore a un intero libro.

Iniziai a leggere, un paio di mesi fa, Il tropico del cancro di Henry Miller; qualche pagina, niente di più. Oggi sono ancora ferma a quel punto. Non conosco Henry Miller come scrittore (quello sarebbe stato il primo contatto con l'autore) ma, a mio parere, a mio gusto, a mio garbo, le prime pagine contengono così tanta volgarità che non sono riuscita a proseguire. Ripeto, non vorrei apparire bacchettona perché non lo sono affatto: io, per esempio, adoro Philip Roth, autore che sulla sessualità ci ha imbastito una carriera maestosa. È diverso però; come spesso accade non è tanto il cosa: è il come.

Prendiamo Gabriel García Márquez, prendiamo Cent'anni di solitudine: quanto sono caricati, pittoreschi, esagerati addirittura, gli incontri d'amore dei Buendía? Quanta passione esplode quando quei corpi si scontrano? Eppure non mi è capitato neanche una volta di associare quelle scene, anche le più esasperate, alla grettezza. Mai. Credo sia questa la differenza tra scrittore e scrittore. Basta un niente per portare il lettore dalla tensione di una vicenda coinvolgente alla seccatura più totale: una parola fuori posto, un termine non propriamente adatto, e tutta la struttura narrativa crolla. Io presto molta attenzione, almeno ci provo, ad usare correttamente le parole perché termini molto simili possono provocare reazioni completamente diverse.

Qualche anno fa non ero così interessata alle sfumature, probabilmente avrei collegato un brano troppo sfacciato ad uno stile  puro e sincero. Ma è un discorso che regge fino ad un certo punto, me ne rendo conto ogni giorno di più, perché la scrittura non è solo una serie indisciplinata di capitomboli verbali. David Foster Wallace utilizza il flusso di coscienza, anzi no, io credo che David Foster Wallace sia un flusso di coscienza: continuo, costante, ripetuto, moltiplicato. Ma in quel caos apparente regna un ordine ben preciso, si avverte durante la lettura che nulla è lasciato al caso; sembra di scorgere pensieri slegati dalla volontà dell'autore ma, al contrario, vengono presentati a noi nel modo esatto in cui lo stesso voleva che ci arrivassero. È sempre autentico, ma è controllato.

Questo è quello di cui ho bisogno ora come lettrice: di una scrittura che si occupi di me, che sia ricercata, che sia studiata. Adoro i flussi di coscienza, adoro che l'autore si spogli con spontaneità e malizia; che sottintenda però, che suggerisca senza mostrare; che sia io con l'immaginazione a dover svelare il resto.



Commenti

  1. Condivido pienamente mia cara Maria, è meglio lo svelare , che il mostrare totalmente, perdiamo quell'aria di interesse e di mistero che è essenziale per la riuscita di ogni cosa...
    Mi stupivo di non essere ancora iscritta al tuo blog..e infatti lo ero da tempo e non mi sagliavo...
    Un bacio immaginativo....

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  2. Sono pienamente d'accordo con la tua opinione. Soprattutto per quella nota su Gabriel Garcia Marquez, di cui ricordo sempre con piacere "L'amore ai tempi del colera": uno stile pittoresco e fiorito, ma padroneggiato alla perfezione.
    In confronto a te, io sono ancora una lettrice "di bocca buona", disposta a chiudere un occhio sulle smagliature dello stile purché la trama riesca ad affascinarmi, ma questo non significa che esse non mi infastidiscano.

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    1. "Un po' esigente", non esageriamo; non ho le competenze per essere così analitica. Ogni tanto mi scappa l'occhio, ma niente di più (fortunatamente!).

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  3. Sottintendere va benissimo, ma a volte l'essere crudo porta a un effetto di straniamento che, di tanto in tanto, dona alla lettura quel tocco in più di cui si sente la mancanza...

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    1. Questo è vero, ma anche lì, in confine da straniamento e distacco è molto labile.

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  4. Penso di capire e essere d'accordo con quello che dici: Wallace ancora non lo conosco, ma Miller è veramente terribile; di lui, l'unico libro a cui darei una possibilità è "I libri nella mia vita" (ovviamente fuori catalogo).
    Lo stesso discorso vale, secondo me, anche per l'umorismo: non tutti sanno far ridere, spesso sembra che basti buttare lì una battuta scontata per essere divertenti. Non so se hai letto Queneau, ma io lo trovo geniale: io però sono convinta che dietro i suoi scritti apparentemente leggeri ci sia uno studio sistematico, tant'è che era matematico, e si vede benissimo.

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    1. Ecco. Son quelle sfumature sottili, quelle linee di confine che non dovrebbero mai essere oltrepassate. Eppure accade...

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