Fine serie

Vorrei essere altrove. Qualunque altro posto ma non questo. Eppure potevo evitarlo. Per tutto il tragitto ho provato a fare inversione. Altre cento me sono qui per lo stesso motivo. Giacca, pantalone, c'è chi ha puntato al blu, la maggior parte ha scelto in nero. Camicia bianca. Scarpe col tacco, né troppo basso che sarebbe sciatto, né troppo alto che sarebbe volgare. L'esercito dei replicanti. Nulla ci distingue. Nella convinzione, l'illusione, che l’omologazione sia un segno di disciplina. Un tacito accordo di "non opposizione". Eppure non c’è niente di me in questo agghindarsi composto e pertinente. Anche le gambe, le mie gambe, accavallate in questo modo, non le riconosco. Controllo i documenti. Ci sono tutti, come due minuti prima. Potrei parlare con qualcuno, potrei. Ma che senso avrebbe? Non conosco nessuno e le mie capacità relazionali non sono oggetto di giudizio, almeno per il momento, quindi posso farne a meno.

Sono fuori posto, questa è la realtà. Sono sempre fuori posto. Lo dico spesso, di me. O meglio, lo direi se qualcuno me lo chiedesse. Perché sei così? Ma chiederlo davvero. Perché sei così? Ecco, se qualcuno me lo chiedesse, se qualcuno avesse intenzione di soffermarsi, io risponderei: perché sono fuori posto, fuori fase e fuori questione. Sono un pezzo di un puzzle che nessuno è mai riuscito a completare. Forse ho troppi lati, forse ne ho troppo pochi. Fatto sta che non mi incastro. Non mi incastro con le persone, non mi incastro con le situazioni. Per quanto ci provi. Forse neanche ci provo veramente. È che lo conosco un po', il mondo. Abbastanza da sapere cosa dire e cosa non dire. È tutta una questione di proporzione. È un bilanciamento. I miei silenzi stipati bilanciano le loro parole vuote.  Non è così semplice, però ci riesco. Abbastanza. Anche se ho dei problemi ultimamente. Problemi di gestione emotiva intendo. Faccio fatica, un po'. Ecco perché l'ultimo posto dove dovrei essere è questo. Sono qui per convincerli di essere il meglio del meglio, capitata a loro per sbaglio, un'opportunità irrinunciabile, un'occasione da cogliere al volo, prima che qualcun altro se ne accorga, prima che qualcun altro si accorga di meEd è questo il problema, io non mi ci vedo come un'occasione. Mi sento più un imprevisto. Un atterraggio di fortuna. Un maglione a collo alto finito per sbaglio nel reparto primavera/estate. E come tale mi comporto. Ecco perché ho perso, in partenza. Neanche ci arrivo all'arrivoAbbandono al via. Lo so perché sono qui. Perché mi serve un alibi. "Ci hai provato, non è andata". Ma che senso ha provarci in questo modo? È doppiamente vile, è quasi diabolico. È la vigliaccheria che raggiunge i massimi livelli. Come sono arrivata a questo punto? Il momento esatto in cui ho sbagliato strada. Il bivio. Non me lo ricordo. Eppure c'è stato, per forza, un istante nel quale ho perso la direzione. Al punto che la mia strada non la vedo più. Non so neanche se ci sia. Non so neanche se ci sia mai stata, la mia strada. Altre cento me sono qui per lo stesso motivo. Con motivazione diversa però. Loro ci sono. Io no. Io non c'entro nulla. 

«Martinelli? Venga, il dottore la attende per il colloquio. Martinelli? Lucia Martinelli, non c'è? La prossima allora. Altri quattro candidati e poi riprendiamo domani».




Commenti

  1. Fuori posto quasi sempre.....
    Io sarei stato capace (lo sono stato) anche di esser "Lucia Martinelli", presente.. ma assente.

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