E le storie non sono cose vere

Per un pelo! Perdere il treno è una cosa che detesto.
A nessuno fa piacere, lo so, ma io ne soffro di più. 
È una cosa che non posso proprio accettare. 
Non è per la questione di non arrivare in orario, non solo almeno. 
È quasi come se la vita ti scorresse davanti agli occhi e tu per un attimo, uno solo, non sei riuscito a prendervi parte. Sei costretto a restare giù, ai bordi dell'esistenza, ad aspettare la prossima corsa. Se ci sarà, la prossima.
Sono melodrammatica nei miei ragionamenti, me ne rendo conto. Ci sto lavorando.
Vagone 8, posto 52, lato finestrino.
— Scusi, posso?
— Si prego.
— Grazie.
Ripongo il bagaglio sul ripiano e prendo posto. 
Ho un paio di libri da leggere che ovviamente ho dimenticato di tirar fuori dalla valigia prima di riporla e la mia rigida discrezione mi impone di non alzarmi di nuovo per non infastidire i passeggeri. E va bè.
I passeggeri. 
Accanto a me, sulla destra, c'è un uomo sulla sessantina, azzarderei sessantasette anni (mi piace puntare al rilancio sulle caratteristiche anagrafiche degli sconosciuti!). 
A braccia conserte è di colpo scivolato in un coma irreversibile che ha tutte le premesse di durare almeno per le prossime dieci fermate e questo non mi dispiace affatto; mi ha inconsapevolmente tolto dall'incombenza di prendere parte ad una conversazione di cortesia che non avevo alcuna voglia di affrontare.
Di fronte ho una donna. Lei ha trent'anni, ne sono certa. 
Conserva ancora una sorta di splendore adolescenziale ma alcune increspature le arricchiscono il volto di esperienza, di attese e compromessi. E poi è mamma.
Accanto a lei infatti, con lo sguardo fisso al finestrino, una bambina.

8 anni e mezzo. Lei me lo dice.
— Sono Lea e ho 8 anni, 8 e mezzo.
— Ciao Lea.
Inclinazione del capo di 20 gradi e sorriso di circostanza. 
Non che non mi piacciano i bambini ma quando viaggio ho uno stato d'animo particolare.
Mi sento più lupo solitario che razza da branco.

È passata un'ora circa. Per le 15:30, ritardi allucinanti compresi, dovrei essere in stazione.
La donna guarda l'orologio e si avvia fuori dallo scompartimento.
— Vuoi qualcosa da mangiare, Lè?
— Si mamma.
— Cosa?
— Fai tu. Niente formaggio però.
— Stai buona qui.
— Ok.
— Mà?
— Eh?
— Coca.

Guardo distrattamente il paesaggio che fugge.
La piccola si sporge appena dal sedile e agita la mano destra a due palmi dal mio viso.
— Hey, ti posso chiedere una cosa?
— Dimmi.
— Che ci vedi tu lì?
— Lì dove?
— Fuori.
— Montagne? Strade? … palazzi?
— Grazie, eh.
— Perché, cosa ci vedi tu?
— Io ci vedo le storie.

Non te le aspetti queste uscite, da una bambina. 
La guardo meglio. Ha degli occhi enormi. Verdi, quasi grigi. 
"Occhi grigi come la strada, nascon fiori dove cammina."
— Oh! Ti sei incantata?
— Stavo pensando. Forse tu riesci a vedere più di me perché hai gli occhi grandi.
— No no, — risponde seria  — sono grandi normali.
Touchè.

Lei continua, le gambe a penzoloni:
— A me piace viaggiare.
— Dove state andando tu e la mamma?
— Stiamo andando da papà.
— Ecco perché ti piace viaggiare. Torni dal tuo papà.
— No. Cioè sì, papà. Ma non mi piace viaggiare per questo. Io vorrei non arrivare mai.
— Non vorresti arrivare mai? E perché?
— Te l'ho detto...
— Le storie dal finestrino dici?
— Eh.
— Fammi capire bene.
Scatta dal seggiolino:
— È tipo come un film, però uno vero. La gente è vera. E si muove, fa le sue cose. E io la posso guardare. Alla gente non piace essere guardata, lo sai? Mamma me lo dice sempre: Lea, smettila di fissare la gente! Ma io non è che la fisso, io la guardo. A me piace guardarle, le persone, e mi piace pure parlarci, però di più a guardarle. Quando camminano, ma anche quando non camminano però. E se li vedi bene puoi indovinare quello che stanno pensando e pure quello che si dicono, ed è bello, da qui è sempre bello quello che dicono. 
Si avvicina e continua, a voce bassa però, quasi fosse un segreto:
— E vedo le storie. Tutte le storie. Tutte le storie di tutti.
È appena un sussurro:
—  Io le vedo. Le penso e le vedo. Anche se non esistono. Non le dico a nessuno però. Perché lo so che sono solo storie. E le storie non sono cose vere.

Le storie non sono cose vere. 
Intervengo, quasi a ribellarmi da una verità troppo pesante:
—   E chi lo dice che non sono cose vere, le storie?

La porta scricchiola.
—   Lea!
—   Ciao mà.
—   Sempre a parlare, eh? 
Si volta verso di me:
— Devi scusarla, è una chiacchierona incredibile. Se le rispondessero, parlerebbe anche con gli alberi! Spero non ti abbia infastidito...
—   No. Assolutamente.
Assolutamente.


Commenti

  1. Anche la mia nipotina ha gli occhi grigi a volte e ogni volta che lo penso o glielo dico mi viene in automatico in mente quel verso di Via del campo. Mi piacerebbe che sapesse vedere le storie come la bambina sul treno, quando sarà più grande. E mi piacerebbe anche (tanto) che me le raccontasse.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo commento mi è piaciuto molto.
      Tutti noi arriviamo a pensare che le storie non esistono prima o poi ma i più piccoli dovrebbero essere immuni da questa razionalità (ed è a questo che si ribella la ragazza); è triste pensare che i bambini possano avere la consapevolezza che "le storie non sono cose vere".

      Elimina
  2. Mia figlia non ha occhi verdi...i suoi sono grandi e neri...intensi.
    Ricorderò per sempre il corridoio dell'ospedale dove la vidi per la prima volta, sfuggirmi.
    Correva come um treno accompagnata da un infermiera intenta a dedicargli le primissime cure, correva racchiusa in un cubo di vetro.
    Il treno più bello che io abbia mai visto, degno del più amorevole addio.
    Io le gridai Aurora! Ricordo due occhi neri immensi fissarmi, ,svuotarmi, ferirmi.
    Anche Aurora guarda fuori dal finestrino, va oltre, ,al di la ,tra realtà e finzione immagina , commenta a volte fa sorridere a volte piangere .

    RispondiElimina
  3. Come già ebbi a dirti, la rubrica delle tue che preferisco, insieme a "Riflettendo" è "Raccontando".
    Questa in particolare è emozionalmente splendida.

    RispondiElimina
  4. Bellissima! La storia...ma soprattutto la genuinità della bambina! E' una cosa che non vorrei mai perdere:quella parte più infantile di me,che come Lea,mi permette ancora di vedere 'storie' e quella realtà che guardata da un finestrino può addirittura assumere un aspetto più gioioso e magico,quella capacità di stupirsi ancora delle cose più piccole e/o apparentemente più stupide!

    RispondiElimina

Posta un commento