Punto di fuga

— Come se non ti conoscessi.
— Infatti è così. — mi affretto a rispondere.
— Ah, è così?
Inclina leggermente il capo e sorride; uno di quei suoi sorrisi sfacciati, di quelli che fermano il mondo. Mi concentro sui cerchi che il cucchiaino disegna nel mio caffè. Non ho intenzione di inciampare in quello sguardo, di nuovo.
— Di sicuro più di quanto tu conosca te stessa — conclude.
— Cosa vorresti dire?
— Sai esattamente cosa voglio dire.
Mi porto un dito alla bocca e comincio a torturarlo con i denti. So che lo considererà una forma di debolezza e inizierà ad attaccare ma non posso fare altrimenti. Non riuscirei a controllarmi, altrimenti.
— Ti dimeni in quel corpo, si vede che non ci stai dentro.
Drizzo involontariamente la schiena.
— Non ricominciare con questa storia. 
Guardo altrove, sperando di far cadere l'argomento.
— Ho appena iniziato. Perché ti ostini a seguire un ruolo che non ti appartiene?
È paradossale quanto tutto sia immobile, qui. Non c’è ancora nessuno. Dalla mia posizione riesco a intravedere il bancone del bar. Il cameriere approfitta della tranquillità dell'ora per riporre i bicchieri nella credenza. Li asciuga, lentamente. Osservare la ripetizione monotona di quel gesto mi rilassa.
— E guardami, almeno! Cristo Santo!
— Che ruolo? — la forzatura nella mia voce è evidente.
— Dimmi tu.
Sprofonda nella poltrona e attende. 
— Non so cosa dire.
Mi accarezzo il collo. Ho la sensazione che possa spezzarsi da un momento all'altro.
— Che parte hai deciso di interpretare oggi, eh? Chi sei? Una buona amica? Una buona figlia? Cosa? Una buona moglie? Come se si accorgesse di te, quell'animale di tuo marito. Buona, buona, buona. Tu non sei buona!
Mi guardo intorno. Non ci sono più vie di fuga nel locale.
— Anche ora, come riesci a restare impassibile? Cosa diavolo devo dirti per avere una reazione!
— Cosa vuoi che ti dica?
— Quello che pensi.
— Quello che penso? Che sei uno stronzo, questo penso! — mi alzo di scatto. — Sei venuto a scombinare il mio mondo, eh? Questo sei venuto a fare! — una goccia di collera, dalle mie ciglia giù, fino alla guancia — Come l'anno scorso... come sempre! 
Si avvicina. Non voglio che si avvicini. Non ho più forze.
— Il tuo mondo? — dice piano — Non è il tuo mondo. Non è proprio un mondo, quello. 
— Sei venuto a dirmi solo questo? 
Prende un lungo respiro, troppo lungo. Mi sembra di invecchiare di colpo.
— Sono venuto a dirti che prendo tutto.
— Eh?
— Prendo te. Prendo l’amica, prendo la figlia, prendo la moglie. Prendo anche le personalità che ancora non hai scoperto di avere. Prendo tutto. 
Il cuore mi schizza nelle orecchie; non riesco più a vedere i suoi lineamenti. Quella frase appare come la cosa più bella e allo stesso tempo più spaventosa che mi possa dire.

Se avessi avuto il coraggio di entrare davvero in quel bar. 
Ma non è così. Io sono buona. Sono sempre stata buona.


Commenti

  1. L'hai scritto tu?
    È molto bello. Emozionante. Sarà che sono troppo buona anch'io e a volte lo vorrei un uomo così che mi inchiodasse alle mie responsabilità e sapesse guardare oltre l'apparenza della mia bontà.

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    1. Si, l'ho scritto io. In effetti è proprio questo che volevo suscitare, in chiunque avesse letto questa scena, uno spunto di riflessione. Sono contenta che ti sia piaciuto.

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  2. Bello, ben fatto, naturale.
    Be lla la naturalezza dei gesti nevrotici, di una donna, delle donne, tutte si saranno riviste almeno un secondo!
    E poi lui...gli hai messo in bocca l'unica cosa che poteva dire:sono venuto a dirti che prendo tutto,quante come te non hanno avuto il coraggio di entrare in quel bar e quanti non hanno mai saputo dire prendo te , con la tua interezza, la tua totalità di persona, per non rischiare...già per non rischiare.

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