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27 dicembre 2012

Quel «Malinconico» di Diego De Silva

Vincenzo Malinconico è un avvocato. Un avvocato napoletano. Un napoletano precario. Un precario un po' sfigato. Uno sfigato molto confuso. Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano, precario, un po' sfigato e molto confuso che vi conquisterà.
Ma voi donne, possibile che siete sempre attratte dalle menomazioni? Insomma, uno si fa un mazzo tanto così per sembrare promettente, affidabile, convinto delle cose che dice; studia, lavora, fa carriera, va in palestra, si veste alla moda, si rovina la vita insomma, e poi che cosa gli confidate quando decidete di dargliela? «Non mi piacciono gli uomini belli»; «La tua pancia mi dà sicurezza»; «Le tue gaffes sono adorabili»... E che palle. Almeno ditelo prima. 
Diego De Silva (scrittore, ex-avvocato, napoletano, meno sfigato e per niente confuso) ha dato vita a una sorta di trilogia nella quale il nostro Malinconico si destreggia tra un quasi-divorzio, una quasi-relazione e una quasi-professione. 


Vincenzo conduce una vita piuttosto ordinaria: separato (da Nives, psicologa nel lavoro e nella vita, con la quale ha ancora qualche rapporto occasionale, solo quando lei lo consente) con due figli (Alagia e Alfredo; in realtà solo Alfredo perché Alagia è nata da una precedente relazione di Nives). Nel primo libro, Non avevo capito niente, Malinconico ottiene una nomina d'ufficio, come difensore del camorrista Mimmo 'o Burzone, e un miracolo: Alessandra Persiano, la donna più bella e ambita del tribunale, s'innamora di lui.

In Mia suocera beve si legge di un sequestro di persona, ripreso dalle telecamere di un supermercato, attuato dallo stesso ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza dell'edificio. L'ingegnere accusa il sequestrato, un boss della camorra, di essere responsabile della morte di suo figlio e vuole, tramite questo gesto, attirare l'attenzione dei mass media per esporre il suo dramma e processare il colpevole in diretta televisiva. Vincenzo Malinconico, la persona sbagliata nel momento sbagliato, si trova suo malgrado nel supermercato e viene nominato difensore d'ufficio dallo stesso ingegnere.

Nel terzo episodio, Sono contrario alle emozioni, Vincenzo decide di entrare in terapia. Ma il ruolo di paziente non gli s'addice: l'avvocato, più o meno consapevolmente, cerca di osteggiare il lavoro dello psicoterapeuta con voli pindarici e ragionamenti devianti; prova in ogni modo ad allontanare il dottore dal vero problema, un problema che Vincenzo non riesce ad ammettere neanche a se stesso.

Logorroico, inopportuno, diffidente, assillante e contorto: Vincenzo Malinconico è un pensatore moderno. Si concede vere e proprie pause esistenziali e si osserva vivere. Riflette, chiarisce, cataloga, esamina e approfondisce; insegue un'idea fino a perdersi completamente in schemi e congetture che rasentano la filosofia (e la fissazione, a pari merito).
I miei pensieri vanno e vengono dalla mia testa con una libertà, una promiscuità, una tale ostinazione nell'impedirmi di prendere una sola decisione veramente convinta, che mi debilita avere a che fare con loro. Sono delle gran troie, questa è la verità. Vorrei che la piantassero di usarmi come un albergo, farsi consolare e assistere dopo che se ne sono andati a combinare cazzate in giro. Che una buona volta si accontentassero e mi restassero fedeli. Se dovessi indicare il principale dei miei difetti, quello di cui più avverto la ricorrenza nei rapporti che instauro con gli altri, direi che è la mia tendenza a rimuginare. Io rimugino tantissimo. Quando cammino. Quando lavoro. Quando mi diverto. Quando mi compiango. Quando faccio l'amore. Soprattutto quando non lo faccio.
Questo è il talento di Malinconico, questa è l'abilità di De Silva: il Vincenzo-pensiero è complesso e tortuoso ma nello stesso tempo così logico da risultare sorprendentemente convincente.
L'amore, se posso dire come la penso, è una malattia della dignità. Agisce per picchi e inabissamenti. Compra e vende. La riconosci subito. Ha dei sintomi, come dire, dei sintomi che non ti sbagli. Intanto, ti fa sentire un eletto. Ti manda in giro a osservare la gente per compatirla. Sotto sotto, lascia passare l'idea che non siamo tutti uguali. Non è vero che quando sei innamorato il mondo ti sembra più bello. È solo che lo tratti dall'alto in basso. Guardi la gente che passa e pensi: «Poveracci, vedi come vanno avanti e indietro nelle loro scialbe vite. Vedi come s'affannano, lavorano, s'imbottigliano nel traffico, si mettono in coda alla cassa? In altre parole, quando t'innamori diventi un qualunquista di merda.
È esilarante, è irresistibile, è assolutamente consigliato.



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25 dicembre 2012

Inganno di Philip Roth

— Io scrivo, tu comincia.
— Come si chiama questa cosa?
— Non so. Come la vogliamo chiamare?
— Questionario sul sogno di fuggire insieme.
— Questionario sul sogno di fuggire insieme di due amanti.
— Questionario sul sogno di fuggire insieme di due amanti di mezza età.
— Tu non sei di mezza età.
— Come no?
— A me sembri giovane.
— Sì? Bè, questo dovrà saltar fuori dal questionario, sicuro. Entrambi gli aspiranti sono tenuti a rispondere a tutti i quesiti.
— Comincia.
Mi sono imposta di dormire qualche ora per interporre un po' di tempo tra la fine del libro e la scrittura di questo articolo, ma mi riesce ancora difficile essere obiettiva. Non sono una critica letteraria e i miei giudizi sono mossi da semplice passione amatoriale. Pertanto, peccando di passionalità, posso azzardare che Inganno di Philip Roth è una meraviglia. Mi rendo conto che non è un capolavoro, ha mille smagliature. Non è niente di particolare, non è alta letteratura. Ma a me è piaciuto, anche nelle mancanze. 

Due adulteri hanno una relazione tra loro. Questo è. Lui, Philip, è uno scrittore americano di mezza età trasferito a Londra con un nuovo libro da terminare; lei è una donna inglese sui trent'anni, brillante e spontanea, impantanata in un matrimonio umiliante del quale non riesce a liberarsi. Centocinquantuno pagine: un solo, lunghissimo, dialogo. Nessuna descrizione, nessun intermezzo, nessuna introduzione. Roth socchiude la porta della stanza del peccato e ci permette di origliare, ci concede di assistere a ogni scambio di battute tra i due amanti ed elimina qualsiasi tipo di ponte chiarificatore. È compito del lettore ricostruire il come, il dove e il quando di ogni scena. Ma i dialoghi sono così coinvolgenti che l'identificazione spazio-temporale passa in secondo piano.
— Eri meravigliosa. Lo scrittore dovresti essere tu, sai.
— Neanche per sogno. Mai. Non potrei.
— Perché no?
— Non sono abbastanza cattiva. Sono insufficientemente aggressiva. Insufficientemente sfrenata. Insufficientemente capricciosa, velenosa, infantile eccetera. Ho degli scrupoli.
— Ma forse neanche tu sei così gentile come sembri.
— Temo di esserlo, invece. È grottesco. Sono inglese. E sono ancora più gentile di quanto sembro.
Potrei aggiungere molto di più ma non voglio dilungarmi oltre per evitare di svelare particolari aggiuntivi che potrebbero intaccare la vostra prima volta con questo libro. Ma è chiaro che se il 25 dicembre io sono qui a parlarvene un motivo ci sarà.
— Sono sicuro che non ti è sfuggito niente di tutto questo. D'altronde quella era la nostra vita, così come io pensavo che avrebbe potuto essere. La nostra vita, anche.
— L'avevo capito. Sì, l'avevo capito. È una storia così strana.
— Lo so. Nessuno ci crederebbe.


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24 dicembre 2012

Un caffè con: Fernando Pessoa

(Lisbona, 13 giugno 1888 – Lisbona, 30 novembre 1935)

Io e lo spirito del Natale siamo scivolati da qualche anno in un rapporto di reciproca e cortese indifferenza. Lo so cosa mi manca: la magia che ruota intorno a questo periodo dell'anno è strettamente legata alla gioia febbricitante dell'attesa, all'entusiasmo legato ad una sorta di aspettativa. Ecco, diciamo che ora come ora, non ho particolari aspettative dal mondo.

E allora, tradendo in pieno le vostre aspettative legate alla lettura di un componimento fresco e leggero in tema natalizio, oggi ho scelto di invitare al nostro appuntamento settimanale Fernando Pessoa, che di leggero credo non abbia avuto neanche il sonno. Pessoa è morto a Lisbona nel 1935 ma l'attualità delle sue parole è disarmante. Non sto pensando a niente è la poesia che ho scelto.

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente...

Buone aspettative a tutti.


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20 dicembre 2012

Daniel Pennac a La Feltrinelli di Napoli

L'uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive libri perché si sa mortale.  
Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo.



Daniel Pennac è uno scrittore francese nato a Casablanca, in Marocco. Da pessimo allievo a brillante professore in un liceo parigino, Pennac deve il suo successo ad un docente che, rendendosi conto della sua passione per la scrittura, riesce a stimolarne il talento proponendogli di scrivere un romanzo diviso in puntate. Pennac produce successivamente una serie di romanzi centrati sulla figura di Benjamin Malaussène e della sua strampalata famiglia grazie ai quali riesce a affermarsi come autore a livello mondiale. Nel 1992, Pennac scrive Come un romanzo, un saggio a favore della lettura e nel 2005 è stato insignito della Legion d'onore, l'onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica francese. Il 19 dicembre scorso, Pennac sceglie il Teatro San Ferdinando di Napoli per presentare, dopo Parigi, Journal d'un corps, un reading-spettacolo che lo vede in scena nella doppia veste di autore ed interprete. Lo spettacolo è tratto dall'omonimo libro: Storia di un corpo.

Oggi, 20 dicembre, Daniel Pennac firma le copie del nuovo libro, Storia di un corpo, presso la Feltrinelli.

Lettori scalpitanti, code interminabili e appena un paio di parole con l'autore. Ma rivedendo questa dedica non posso fare a meno di sorridere. Daniel Pennac che urla il mio nome. Lo immaginate?




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17 dicembre 2012

Un caffè con: Pablo Neruda

Il lunedì è così. Qualsiasi cosa stiate facendo o abbiate in programma di fare, questo giorno non va proprio giù. Ecco perché ho deciso di creare questa rubrica. Un caffè con, un appuntamento con la poesia. Ogni lunedì mattina, per provare ad addolcire insieme l'inizio della settimana.

(Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973)

L'ospite di oggi è lui: Pablo Neruda. Neruda è uno di quei poeti che si conosce, dolenti o dolenti, tra i banchi di scuola. Ma obbligo e piacere non hanno mai corrisposto, può capitare che il primo incontro non sia così esaltante. A rileggerlo oggi, con esperienze diverse, con un'età diversa, con una pelle diversa, si avverte il prepotente ardore delle sue parole ed è una forza alla quale non si può restare indifferenti. 
Ho scelto Saprai che non t'amo e che t'amo.

Sabrás que no te amo y que te amo
puesto que de dos modos es la vida,
la palabra es un ala del silencio,
el fuego tiene una mitad de frío.
Yo te amo para comenzar a amarte,
para recomenzar el infinito
y para no dejar de amarte nunca:
por eso no te amo todavía.
... Te amo y no te amo como si tuviera
en mis manos la llave de la dicha
y un incierto destino desdichado.
Mi amor tiene dos vidas para amarte.
Por eso te amo cuando no te amo
y por eso te amo cuando te amo.


***

Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.
...T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo.




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10 dicembre 2012

Vivere nella verità

Ne parlavo l'altra sera con una mia amica e da allora l'argomento non fa che girarmi in testa. A dirla tutta questo articolo l'ho iniziato ieri notte: testa sul cuscino, un occhio semiaperto e la mente in movimento; alla fine ho deciso di "seguire il flusso" e assecondare il mio estro creativo, di accogliere l'ispirazione. Ho rovesciato le coperte, ho preso al volo un foglio dalla stampante, una matita, cuscino, gomito appoggiato alla testata del letto e ho iniziato a scrivere, come se le parole venissero fuori indipendentemente da me. Immaginate la scena? Ho cominciato a pensare che la mano virtuosa di Pirandello oppure, che so, di Manzoni, avesse deciso di accompagnare proprio me. E chi ero io per oppormi alla volontà divina?

Peccato che questa mattina, colma di speranze e aspettative, sono andata a prendere il foglio incantato, il mio capolavoro, l'articolo del successo. Beh, il risultato non è propriamente quello che ricordavo:

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…e ho iniziato a capire che forse, più che una pacca sulla spalla da Dante Alighieri, quello che avevo interpretato come lampo creativo era un calcio nel culo da Giobbe Covatta.

Vivere nella verità. Qual è la questione? A farla breve Kundera e la leggerezza insostenibile del suo essere insegnano che ci sono due correnti di pensiero: vivere nella verità può voler dire che l'io pubblico e l'io privato si fondono in un unico ibrido che va in giro sbattendo prepotentemente il proprio essere in faccia al mondo. La seconda versione, quella che preferisco, afferma invece che non è concepibile essere veri in presenza di spettatori; fosse anche una platea composta da una sola persona nel momento in cui c'è qualcuno che assiste alla nostra vita automaticamente si porta avanti un copione. I meccanismi che si celano dietro questo sdoppiamento della verità sono molto rischiosi e Facebook, Twitter e in genere tutti i canali virtuali ne danno conferma ogni giorno. Fateci caso: i blog più seguiti sono quelli che incastrano, tra un post e l'altro, spaccati di vita vissuta; il mondo vuole vedere, vuole vedervi.

Il problema non è questo perché alle persone piace guardare, è chiaro, ma non desiderano la vostra realtà intesa come verità assoluta. Anche qui esistono due alternative: la verità da copertina e la verità che io definisco da "titoli di coda". Esempio pratico: se io ora pubblicassi un post sul natale, una foto di me e del mio ragazzo mano nella mano per strade agghindate a festa, un tenero gatto accanto al camino, regali, fiocchi e pacchettini vari sono sicura che questo articolo farebbe molta presa. Magari io il natale non lo sopporto, quello non è il mio ragazzo ma quello di un'altra, quel gatto immondo mi ha graffiato a sangue, la foto dell'albero risale a sette anni fa e i regali sono incarti di polistirolo. È irrilevante, i vostri titoli di coda non interessano a nessuno, quello che conta è la copertina: per essere interessante la vostra verità deve essere degna di una prima pagina.

È un discorso abbastanza complesso e io non ho la presunzione di sciogliere la matassa con un paio di deduzioni, ma è interessante anche solo soffermarsi un attimo a pensare: quale tipo di verità avete intenzione di regalare quest'anno? Per quanto mi riguarda in questo periodo ho un paio di sceneggiature tra le mani; compilando in anticipo la lista dei buoni propositi mi impegnerò affinché per il nuovo anno il ruolo scelto si avvicini il più possibile ai miei titoli di coda.


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9 dicembre 2012

Come penne di pavone

Nel letto di uno dei tanti alberghi dove avevano fatto l'amore, Sabina stava giocando con le braccia di Franz:
— È incredibile, — disse — i muscoli che hai.
Franz fu contento di quel complimento. Si alzò dal letto, afferrò una pesante sedia di quercia per una gamba e la sollevò lentamente.
— Non devi avere paura di nulla, — disse — Ti proteggerei in ogni situazione. Un tempo sono stato campione di judo.
Riuscì a distendere il braccio in alto tenendo la pesante sedia sopra la testa e Sabina disse:
— È bello sapere che tu sei così forte.
Nel profondo dell'anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l'esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quale vuol bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non la comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che gli manca è la forza di dare ordini. Ci sono cose che si possono realizzare solo con la violenza. L'amore fisico è impensabile senza violenza. Sabina guardava Franz camminare su e giù per la stanza tenendo alta la sedia; la scena le sembrava grottesca e la riempiva di una strana tristezza. Franz poggiò la sedia a terra e vi sedette rivolto verso Sabina.
— Non che mi dispiaccia essere forte, — disse — ma a che mi servono questi muscoli a Ginevra? Li porto come un ornamento. Come penne di pavone. Non ho mai fatto a pugni con nessuno.
Sabina continuava nelle proprie malinconiche riflessioni: e se avesse avuto un uomo che le dava degli ordini? Un uomo che voleva dominarla? Quanto tempo l'avrebbe sopportato? Nemmeno cinque minuti! Ne derivava che nessun uomo le andava bene, né uno forte né uno debole.
Disse:
— Perché la tua forza non la usi qualche volta contro di me?
— Perché l'amore significa rinunciare alla forza — disse Franz piano.
Sabina capì due cose: primo, che si trattava di una frase bella e vera.
Secondo, che con quella frase Franz si squalificava dalla sua vita erotica.

(da L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera. Adelphi, 1989. Traduzione di Giuseppe Dierna)



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5 dicembre 2012

Baciarsi a Manhattan

— Scommetto che sei una ragazza di un certo tipo — disse Checkers.
— Lo siamo tutte — rispose Donna.
— Scommetto che sei quel tipo di ragazza che se sta camminando per strada e passa uno con una macchinazza e le urla qualcosa tipo ‘Ehi, bella gnocca’ non sorride nemmeno.
— Probabile.
— E scommetto che se quello diventasse volgare e dicesse che forse potreste combinare qualcosa, continueresti a non sorridergli. Saresti troppo sofisticata per lui.
— Giusto, di nuovo.
Checkers diede una manata al piano del tavolo.
— Cristo! — esclamò a voce alta. Sembrava arrabbiato.
Donna ne fu sorpresa. Pensava stessero facendo conversazione.
— Cristo! — ripeté Checkers — Ma chi cazzo vi credete di essere, voi donne?
Donna aggrottò le sopracciglia.
— Pensate che gli uomini siano raffinati? Pensate che moriamo tutti dalla voglia di farvi la corte?
Di portarvi fuori a cena e di fare conversazione? Cristo! [...] Ma non capite?
Gli occhi di Checkers erano incollati a quelli di Donna.
— Non capite proprio la perfezione di un ‘Ehi, bella gnocca’ detto da un uomo che non ha altro da dire?
(da Baciarsi a Manhattan di David Schickler. Einaudi, 2004. Traduzione di Giuseppe Strazzeri)



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