-->
Seguimi su Facebook Seguimi su Twitter Seguimi su Google+ Segui i miei scatti su Instagram

Pagine

30 novembre 2012

Morireste per me?

Nelle notti di luna piena, quando c'era l'aria limpida, potevi vedere in lontananza al termine della pianura la raffineria di S.Martino. Tutta illuminata e cosi lontana sembrava una metropoli americana e le sue ciminiere altissime e fumanti la Los Angeles di Blade Runner.
Avevamo questo maggiolone Volkswagen grigio e pesante che chiamavamo "la Bismarck" come la corazzata tedesca, e quando la notte era abbastanza luminosa prendevamo la statale da Magenta verso Novara larga, dritta, placida e leggermente in discesa, per poter vedere meglio l'orizzonte anche di notte. La pianura era immensa a destra e a sinistra e noi eravamo veramente dentro lo schermo di un cinema.All'inizio degli anni '80 c'erano solo dark e paninari. Esseri neri, malinconici, tristi e un po' patetici ed imbecilli ormonali, allampadati e vestiti da paracadutisti in borghese. Noi non eravamo né gli uni né gli altri. Avevamo un nostro codice morale, un nostro linguaggio e un nostro abbigliamento. Ci eravamo volutamente chiamati fuori da quella mediocrità e ci crogiolavamo nel nostro eroico e volontario isolamento dalle leggi della società. Troppo giovani e buoni per essere dei reietti. Troppo veri, naturali e coerenti per essere solo degli adolescenti che giocano. Eravamo felici di vivere quella che si sarebbe poi trasformata nella tragedia della nostra vita: l'ebbrezza di essere dei diversi. Ma allora stavamo bene.Una volta ad Arona un poliziotto ci aveva fermati e guardando incredulo il modo indefinibile con il quale ci vestivamo aveva chiesto:
— Ma da dove venite? E Riccardo con un sorriso dolce aveva risposto:
— Bzzz Bzzz da Marte. Conosce?
E giù tutti a ridere, anche il poliziotto. Ma era una tragedia. Solo che non lo sapevamo ancora.
Stefano era il più bello, aveva gli occhi azzurro trasparente, lo sguardo dolce e un'eleganza naturale. Poz era il più malinconico, ma qualsiasi cosa facesse gli riusciva bene. Riccardo era il più indipendente e furbo di tutti noi. E Roberto aveva un senso dello humour cosi sottile che ancora rimane la cosa che mi manca di più in assoluto. Poi c'ero io, il predicatore del gruppo, l'uomo che metteva sempre tutti alla prova per poterne rimanere deluso. Cinque giusti. Pigiati nel maggiolone con le bottiglie di birra vuote, "i cadaveri", nel baule che suonavano una danza balinese ad ogni curva.
E così, in una di queste notti mentre andavamo verso la raffineria ascoltando per lo più "Los Angeles's stories" dei Gun Club o i Wall of woodoo, io ero solito domandare serio: — Morireste per me? E tutti ridevano e mi pigliavano per il culo. Tutti tranne Roberto. Eravamo belli. Molto belli. Forse anche un po' nazi a crederci e a determinare una razza superiore ed eletta. O forse eravamo solo un po' froci e non lo sapevamo. Comunque la raffineria di S. Martino di notte era uno spettacolo anche da vicino. C'erano le case degli ingegneri e degli operai tutt'attorno che la facevano assomigliare ad un centro commerciale nella città del futuro. E noi percorrevamo lenti, in macchina, le stradine asfaltate e recintate che passavano attraverso i depositi e le ciminiere. Cosi, vivendo solo di quello, come quando uno rimane nell'abitacolo all'autolavaggio, sotto i rulli e gli spruzzi. Una giostra. Inebriante. Una sera d'inverno l’aria era particolarmente pulita e luminosa e decidemmo di andare dalla raffineria alla centrale idroelettrica di Bereguardo. Era appena nevicato e per il riflesso della luna sulla neve sembrava quasi giorno. Qualcuno doveva aver piazzato le luci di un set cinematografico lungo i cinquanta chilometri che stavamo percorrendo. Arrivammo alla centrale e rimanemmo senza fiato. Era ancora più bella della raffineria. La luce tendeva al blu, e la neve prendeva colori diversi a seconda di quello che le veniva proiettato sopra. Di fianco alla recinzione scorreva un canale coloratissimo e fumante. Sapevo che sarebbe successo ma rimasi zitto sino a che a qualcun altro non venne la stessa idea:
— Facciamoci un bagno!
Naturalmente dissi subito:
— Siete pazzi! Coglioni! L'acqua è gelata e forse è anche radioattiva! Sicuramente è inquinatissima! Ci lasciamo le penne!
— E tutti risero e cominciarono e spogliarsi in mezzo alla neve. Ma io dovevo fare il guardiano del gregge e tentai di dissuaderli per dieci minuti buoni, poi finalmente Riccardo entrò per primo, seguito da tutti gli altri. Era un inferno dantesco e anch'io a tratti rimasi affascinato dalle luci, dall'atmosfera, dal silenzio e dal loro coraggio. Sguazzavano felici di quella coglionata, mentre io dalla sponda gridavo:
— Siete degli imbecilli! Andiamocene prima che ci scoprano! Vi prenderete tutte le malattie di questo pianeta! E forse anche altre sconosciute! E forse morirete!
E fu allora che Riccardo mi disse piano, a bassa voce mentre nuotava nell'acqua radioattiva:
— Tu non sei libero se hai paura di morire. Stiamo facendo l'unica cosa che ci è permesso fare. Tu non sai fare neanche questo. lo morirei per questa coglionata... Poi si fermò aggrappandosi ai rami che sporgevano dalla sponda e aggiunse:
— Ma non morirei per te. Continuai a inveire come se non avessi sentito le sue parole ma non pensavo più a quello che dicevo. Stavo male. Di un dolore rabbioso e grottesco. Come quando scopri che gli altri avevano ragione e tu non ci avevi neanche pensato. Riccardo mi aveva dimostrato che il suo amore per me era vero, non un'amicizia post-adolescenziale idealizzata. Non la mediocrità che stavo sentendo io per loro.In Rumble fish di F.F. Coppola il padre di Mickey Rourke dice all'altro figlio, Matt Dillon:
— Tu non sei come tuo fratello. Tu non hai lo stesso tipo di sofferenza. Lui ha il talento per fare tutto e non ha le possibilità per fare niente. Per anni mi sono domandato se il mio senso di colpa nei loro confronti fosse dovuto al fatto di non averli amati in modo disinteressato, come loro facevano con me, oppure era perché ho sempre saputo che loro avevano un talento più grande del mio, ma ero io, solo io, ad avere le possibilità. Poi ho deciso di smettere di chiedermelo. Ma la loro maledizione aveva delle ali enormi. Veloci. Nere. Ho sempre fatto finta di niente ma le sento abbracciarmi affettuose e calde da dietro. Sono qui e vigilano perché io non m'innamori più di nessuno cosi profondamente.

(da Il meraviglioso tubetto di Manuel Agnelli. Mondadori, 2001)



LEGGI TUTTO >>

27 novembre 2012

Il gene del dubbio di Nicos Panayotopoulos

Ho la sindrome del pioniere: da un momento all'altro, in un mercato sperduto tra le più inutili cianfrusaglie, penso sempre che mi possa capitare tra le mani un autentico tesoro e che nessun altro prima di allora, prima di me, sia riuscito a riconoscerne il valore. Non mi riferisco a tesori nel senso materiale del termine. Un anno fa trovai una cartolina antica: timbro postale 08/09/1913, regolare francobollo da 5 centesimi e un paio di parole impresse attraverso una calligrafia elegante e distinta che a guardarla emana ancora profumo di inchiostro. 

In una delle mie esplorazioni ho trovato Il gene del dubbio. Sfoglio qualche pagina, cerco informazioni sull'autore e leggo: Nicos Panayotopoulos, nato ad Atene nel 1963. Ingegnere, ha lavorato come giornalista e sceneggiatore. Il gene del dubbio è il suo secondo romanzo. Mi è sembrato strano, perché di solito le biografie sono rimpinzate con mille particolari; ho sempre pensato che lo scopo di questa dovizia di dettagli personali fosse messa in atto per rendere più accessibile lo scrittore, per umanizzarlo, ed è una scelta editoriale che non ho mai condiviso.

Albert Zimmerman riuscì a scoprire il gene dell'artista. O, per essere più precisi, riuscì a descrivere quelle aree del patrimonio genetico che determinano la natura artistica. E non solo! Albert Zimmerman riuscì a descrivere con una buona approssimazione anche quelle differenziazioni che portano la natura artistica ad esprimersi in un modo piuttosto che in un altro. Ci vuole essere considerato uno scrittore deve sottoporsi ad un esame del sangue, pena la scomparsa dal panorama editoriale. Fra i pochi dissidenti c'è James Wright, scrittore quasi affermato, che di fronte alla paura di una possibile smentita decide di vivere nel dubbio rifiutandosi di sottoporsi al test.

Ci ho messo un paio di giorni a leggerlo. Discreto, non un capolavoro di narrativa, ma il meccanismo psicologico che l'autore riesce a mettere in atto è davvero singolare; seguendo le perplessità e le insicurezze di Wright non si può fare a meno di porsi la domanda: io cosa avrei fatto al suo posto? Mettendo da parte tutte le critiche più ovvie sull'evidenza che il talento non può essere provato scientificamente, quale sarebbe la scelta giusta da fare? Lottare contro ogni sorta di insicurezza e rifiutare di sottoporsi al test? Combattere quotidianamente con il sospetto che forse non si è propriamente destinati a quello che si è scelto di essere? Oppure arrendersi e valutare le proprie attitudini in base ai risultati di un'analisi scientifica. E se il test risultasse negativo? Sareste disposti ad abbandonare i vostri talenti che in realtà (una realtà scientifica) non vi appartengono? Non è così semplice. In ogni caso, qualsiasi scelta venga fatta, si è sconfitti. Lo stesso Wright, nelle ultime pagine, vacilla:
In quella mezz'ora in cui l'ambulanza mi trasportò fino all'ospedale, capì davvero che cosa fosse la paura. Questo e nient'altro, oltre alla sua domanda, giustifica la mia insensata ritrattazione, la formula della più ridicola richiesta nella storia del pronto soccorso di tutti gli ospedali del mondo. Lei di certo sarà d'accordo con me, forse persino riderà leggendo queste righe che le riporteranno alla mente l'immagine di un moribondo che esige di sapere a quale vita lo destinavano i suoi geni, come se la sua vita non l'avesse vissuta lui stesso.
Il demone del dubbio, più di Wright, più di Zimmermann, più del test stesso, è il protagonista del romanzo e sono dell'idea che, se un libro riesce a mettere in moto automatismi psicologici di questa portata, qualche sorta di riconoscimento se lo merita.
 
 
 
LEGGI TUTTO >>

23 novembre 2012

Preghiera di uno che si è perso

(...E DUNQUE, A DIRLA TUTTA, PREGHIERA PER ME)
Signore Buon Dio, abbiate pazienza, sono di nuovo io. Dunque, qui le cose vanno bene, chi più chi meno, ci si arrangia, in pratica, si trova poi sempre il modo di cavarsela, voi mi capite, insomma, il problema non è questo. Il problema sarebbe un altro, se avete la pazienza di ascoltarmi. Il problema è questa strada, bella strada questa che corre e scorre e soccorre, ma non corre diritta, come potrebbe e nemmeno storta come saprebbe, no. Curiosamente si disfa. [...]
Innanzitutto non dovete farvi fuorviare dal fatto che, tecnicamente parlando, non si può negarlo, questa strada che corre, scorre, soccorre, sotto le ruote di questa carrozza, effettivamente, volendo attenersi ai fatti, non si disfa affatto. Tecnicamente parlando. Continua diritta, senza esitazioni, neanche un timido bivio, niente. Diritta come un fuso. Lo vedo da me. Ma il problema, lasciatevelo dire, non sta qui.  
Non è di questa strada, fatta di terra e polvere e sassi, che stiamo parlando. La strada in questione è un'altra. E corre non fuori, ma dentro. Qui dentro. Non so se avete presente: la mia strada. Ne hanno tutti una, lo saprete anche voi, che tra l'altro, non siete estraneo al progetto di questa macchina che siamo, tutti quanti, ognuno a modo suo. Una strada dentro ce l'hanno tutti, cosa che facilita, per lo più, l'incombenza di questo viaggio nostro, e solo raramente, ce lo complica.  
Adesso è uno dei momenti che lo complica. Volendo riassumere, è quella strada, quella dentro, che si disfa, si è disfatta, benedetta, non c'è più. Succede, credetemi, succede. [...] So perfettamente qual è la domanda, è la risposta che mi manca. Corre questa carrozza, e io non so dove. 
Penso alla risposta, e nella mia mente diventa buio. Così questo buio io lo prendo e lo metto nelle vostre mani. E vi chiedo Signore Buon Dio di tenerlo con voi un'ora soltanto, tenervelo in mano quel tanto che basta per scioglierne il nero, per scioglierne il male che fa nella testa, quel buio nel cuore, quel nero, vorreste? Potreste anche solo chinarvi, guardarlo, sorriderne, aprirlo, rubargli una luce e lasciarlo cadere che tanto a trovarlo ci penso poi io, a vedere dov'è.  
Una cosa da nulla per voi, così grande per me. Mi ascoltate Signore Buon Dio? Non è chiedervi tanto, è solo una preghiera, che è un modo di scrivere il profumo dell'attesa. Scrivete voi dove volete il sentiero che ho perduto. Basta un segno, qualcosa, un graffio leggero sul vetro di questi occhi che guardano senza vedere, io lo vedrò. Scrivete sul mondo una sola parola scritta per me, la leggerò. Sfiorate un istante di questo silenzio, lo sentirò. Non abbiate paura, io non ne ho. E scivoli via questa preghiera con la forza delle parole, oltre la gabbia del mondo, fino a chissà dove.
Amen.

(da Oceano mare di Alessandro Baricco. Feltrinelli, 2009)


 
LEGGI TUTTO >>

16 novembre 2012

Una specialità personale, da lupi

Guardavo il brav'uomo, il suo viso onesto di persona erudita e la scena mi pareva alquanto ridicola ma assaporavo come un cane affamato quel boccone di calore, quel sorso di affetto, quel brano di riconoscimento. Harry, il lupo della steppa, sogghignava commosso, la bava gli empiva le fauci aride, la sentimentalità gli piegava la schiena suo malgrado. Incominciai dunque a mentire dicendo che ero di passaggio per ragioni di studio e che del resto ero indisposto, altrimenti sarei andato certamente a trovarlo. E quando mi invitò cordialmente a passare quella sera con lui, accettai con animo grato, lo pregai di salutare la signora e per il fervore del discorso e dei sorrisi già sentivo che mi facevano male le guance non più avvezze a quello sforzo.
E mentre io, Harry Haller, ero lì in mezzo alla strada sopraffatto e lusingato, cortese e premuroso, e sorridevo a quel viso gentile e miope, l'altro Harry stava al mio fianco e ghignava e pensava che ero proprio un bel tipo falso e bugiardo, che due minuti prima avevo digrignato i denti rabbiosamente contro il mondo maledetto ed ecco, al primo richiamo, al primo saluto innocente d'una brava persona ero commosso e disposto ad accettare tutto, avvoltolandomi come un maiale nel godimento di un tantino di benevolenza, di rispetto e di cortesia. Così i due Harry, figure assai poco simpatiche, stavano di fronte al garbato professore, si insultavano a vicenda, si osservavano, si sputavano in faccia e come sempre in simili situazioni si rivolgevano la domanda se quella fosse semplicemente debolezza e stupidità umana, comune a tutti gli uomini, o se quell'egoismo sentimentale, la mancanza di carattere e di pulizia, la doppiezza di sentimenti fosse invece una specialità personale, da lupi. Se la porcheria era universalmente umana, ebbene il mio disprezzo del mondo si poteva scatenare con rinnovata violenza; se era invece soltanto debolezza mia personale, dava motivo ad un'orgia di disprezzo contro la mia persona.

(da Il lupo della steppa di Hermann Hesse. Mondadori, 1996. Traduzione di Ervino Pocar)



LEGGI TUTTO >>

15 novembre 2012

Start from Scratch: un blog 'da zero'

Begin from the beginning, embark on something without any preparation or advantage.

Io sono ossessionata dai nomi, da quel che ricordo ho sempre dato un nome a qualsiasi cosa. Assegnare un nome equivale a dare un'identità precisa e definita, un giusto collocamento nel mondo. È un segno immediato di distinzione. La scelta del nome.

Attenzione però, non è semplice: ci sto un po' a pensare prima di avviare il processo d'identificazione perché sbagliare significa non aver colto in pieno il senso della cosa e di conseguenza non essere in grado di trasmetterlo ad altri.

E allora Start from Scratch, partire da zero. Perché? Perché non so che direzione prenderò, non mi sono mai posta obiettivi a lungo termine. Ma so esattamente da dove voglio cominciare, "without any preparation or advantage". Da zero, esattamente.


[Aggiornamento 7-ago-14: nasce Scratchbook]



LEGGI TUTTO >>