Vivere nella verità

Ne parlavo l'altra sera con una mia amica e da allora l'argomento non fa che girarmi in testa. A dirla tutta questo articolo l'ho iniziato ieri notte: testa sul cuscino, un occhio semiaperto e la mente in movimento; alla fine ho deciso di "seguire il flusso" e assecondare il mio estro creativo, di accogliere l'ispirazione. Ho rovesciato le coperte, ho preso al volo un foglio dalla stampante, una matita, cuscino, gomito appoggiato alla testata del letto e ho iniziato a scrivere, come se le parole venissero fuori indipendentemente da me. Immaginate la scena? Ho cominciato a pensare che la mano virtuosa di Pirandello oppure, che so, di Manzoni, avesse deciso di accompagnare proprio me. E chi ero io per oppormi alla volontà divina?

Peccato che questa mattina, colma di speranze e aspettative, sono andata a prendere il foglio incantato, il mio capolavoro, l'articolo del successo. Beh, il risultato non è propriamente quello che ricordavo:

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…e ho iniziato a capire che forse, più che una pacca sulla spalla da Dante Alighieri, quello che avevo interpretato come lampo creativo era un calcio nel culo da Giobbe Covatta.

Vivere nella verità. Qual è la questione? A farla breve Kundera e la leggerezza insostenibile del suo essere insegnano che ci sono due correnti di pensiero: vivere nella verità può voler dire che l'io pubblico e l'io privato si fondono in un unico ibrido che va in giro sbattendo prepotentemente il proprio essere in faccia al mondo. La seconda versione, quella che preferisco, afferma invece che non è concepibile essere veri in presenza di spettatori; fosse anche una platea composta da una sola persona nel momento in cui c'è qualcuno che assiste alla nostra vita automaticamente si porta avanti un copione. I meccanismi che si celano dietro questo sdoppiamento della verità sono molto rischiosi e Facebook, Twitter e in genere tutti i canali virtuali ne danno conferma ogni giorno. Fateci caso: i blog più seguiti sono quelli che incastrano, tra un post e l'altro, spaccati di vita vissuta; il mondo vuole vedere, vuole vedervi.

Il problema non è questo perché alle persone piace guardare, è chiaro, ma non desiderano la vostra realtà intesa come verità assoluta. Anche qui esistono due alternative: la verità da copertina e la verità che io definisco da "titoli di coda". Esempio pratico: se io ora pubblicassi un post sul natale, una foto di me e del mio ragazzo mano nella mano per strade agghindate a festa, un tenero gatto accanto al camino, regali, fiocchi e pacchettini vari sono sicura che questo articolo farebbe molta presa. Magari io il natale non lo sopporto, quello non è il mio ragazzo ma quello di un'altra, quel gatto immondo mi ha graffiato a sangue, la foto dell'albero risale a sette anni fa e i regali sono incarti di polistirolo. È irrilevante, i vostri titoli di coda non interessano a nessuno, quello che conta è la copertina: per essere interessante la vostra verità deve essere degna di una prima pagina.

È un discorso abbastanza complesso e io non ho la presunzione di sciogliere la matassa con un paio di deduzioni, ma è interessante anche solo soffermarsi un attimo a pensare: quale tipo di verità avete intenzione di regalare quest'anno? Per quanto mi riguarda in questo periodo ho un paio di sceneggiature tra le mani; compilando in anticipo la lista dei buoni propositi mi impegnerò affinché per il nuovo anno il ruolo scelto si avvicini il più possibile ai miei titoli di coda.


Commenti

  1. Divertente, ironico, ma soprattutto veritiero; la mano forse non è era quella di Dante ma sicuro quella di Giobbe Covatta!

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  2. Grazie per aver condiviso queste tue riflessioni, davvero molto interessanti!

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    1. È un articolo di anno fa, ma è ancora molto attuale.
      Grazie a te per averlo letto.
      A presto!

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